Buchi su Lucescu e miserie del giornalismo

Estratti dei capitoli ‘A spasso con Lucescu’ e ‘Porte chiuse alla Pinetina’ del libro ‘Aspettando Moratti’, di Claudio De Carli.  

In vendita in formato cartaceo (434 pagine, a 16 euro) presso la nostra libreria di riferimento e in tutte le altre, di catena (soprattutto Feltrinelli) o indipendenti, che lo abbiano ordinato al nostro distributore Distribook. Disponibile anche in versione eBook, per Kindle e tutti gli altri eReader a 9,99 euro. Online in vendita ovunque, da Amazon a tutti gli store. Recensioni dell’opera sono state pubblicate sul Sole 24 Ore, su Tuttosport e sul Giornale.

23 marzo 1999

Dunque, se devi trovare Lucescu e Lucescu non ti risponde neanche al cellulare, cosa fai? Vai a casa di Lucescu. E fin qui non mi sono sentito un genio. So dove abita, l’Inter lo ha sistemato in un appartamento di fianco alla sede di via Durini, non so esattamente dove ma se vuole prendere almeno una boccata d’aria prima o poi dovrà uscire. Magari sarò fortunato. Sono lì alle otto, mi piazzo dall’altra parte del marciapiede di fronte alla sede, stanno facendo dei lavori, scavano per l’Enel, c’è casino, non mi nota nessuno.

Mentre sono lì, e non mi azzardo neppure a entrare nel bar a prendere un caffè per paura di perdermelo, penso alla serata di Marassi (…). Poi mi convinco che Mircea non abbia voluto scendere nello spogliatoio perché si è sentito tradito dai suoi giocatori. Mi rivedo tutto il film stampato sulla facciata della sede che ho davanti agli occhi, anche Sabatini che compare con gli inviati di Corriere, Gazzetta e Tuttosport, e penso che solo un pirla come me può stare lì in strada nella speranza che Mircea cacci fuori il naso. Magari è già in Romania. È proprio quello che mi dice al cellulare uno dei colleghi che erano con me in sala stampa a Marassi.

Ma verso le dieci arriva l’Alda, mi ha chiamato prima, mi ha chiesto dov’ero e mi ha raggiunto. A quel punto mi sentivo meno pirla e mi sono anche concesso una piccola colazione mentre l’Alda vigilava. Siamo lì in piedi, appoggiati ai cavalletti dei lavori in corso, ce la stiamo raccontando quando il suo capo all’Ansa la chiama. C’è la figlia del presidente Mantovani che presenta un torneo giovanile di cui lei è la madrina, tutto a fin di bene, a scopo benefico naturalmente, le dice il capo al telefono: c’è la presentazione in via Rosellini, in Lega, vacci subito. L’Alda gli risponde che è davanti alla casa di Lucescu con me ma frega zero, ci deve andare. L’Alda è proprio dispiaciuta, si vede, le dico che non ci sono problemi, se Mircea esce tutto quello che mi dice glielo giro. Fra noi è così e questo mi sembra molto buono. Non è un vero gruppo, non ci sono grandi accordi ma ci si dà una mano, le cose funzionano bene, nessun buco con Claudio Negri del Giorno, Enzo Palladini del Corriere dello Sport, Stefano Olivari che collabora con un mucchio di testate oltre all’Ansa e un presissimo Mirko Graziano che traffica sempre con fili e microfoni perché lavora a Rtl. Posso dire che siamo dei gran rompicoglioni, nel senso del mestiere intendo, ci sfugge poco, e poi comunque ognuno per la sua strada. Certe sere Enzo mi chiama anche alle undici per darmi una notizia, e io ritorno al Giornale a scriverla. Però non è neanche mezzogiorno, e adesso sono nuovamente solo.

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Quando sei lì in piedi sul marciapiede e stai aspettando qualcuno cosa fai? Pensi. È l’unico passatempo che ti puoi permettere a costo zero e ti fa riempire le ore senza gettarle via. Sei in compagnia di te stesso, uno del quale ti puoi fidare e al quale puoi raccontare tutto senza il timore di ritorsioni o ricatti perché lui sa già tutto. Nel branco a volte basta una parola in più detta in fretta, di getto, e ti ritrovi in una buca, additato come delatore con uno o più nemici pronti a fartela pagare. Nel mestiere succede, ma succede dappertutto, succede nella vita, mai fare il sapientino, meglio la parte di quello che finge di essere sorpreso: ma dai, ma cosa mi dici, e ha detto questo? Ma pensa! Meglio ascoltare che parlare. Ma ci devi essere portato, se non lo sei devi studiare, imparare, fare esperienza, prenderti qualche tranvata in faccia, e così finalmente sei anche tu uno del gregge. Spesso gli ipocriti credono di vivere meglio, c’è un bisogno di essere accettati che spaventa, confesso di essere fiero di sentirmi fuori dal gregge. Mi sembra di tentare solo di fare il mestiere come piace a me, le informazioni che ho girato a Ordine hanno fatto scrivere mezza redazione, e non solo la nostra, sono piccole soddisfazioni. Ma mentre sto pensando a tutto questo ho Lucescu stampato davanti agli occhi.

Due settimane fa ad Appiano una selezione di giornalisti ha sfidato lui e il suo staff con qualche rinforzo di ex giocatori dell’Inter. Non è la prima volta, mi sono ritrovato a giocare contro Suarez, Baresi, Bini, Castellini, con Corso ho giocato durante un ritiro della Primavera in Friuli a cui ero stato invitato, tre giorni straordinari e serate annoianti. Corso mi ha urlato dietro per un passaggio di tacco nella nostra area. Peraltro riuscito. Quel giorno alla Pinetina invece ho marcato Lucescu, non so per quale motivo si fosse piazzato sulla fascia destra e non so per quale motivo io mi fossi messo a sinistra. Mircea me lo ricordavo mancino, dalle sue parti è un mito, Cavaliere dell’Ordine della Stella di Romania, ha smesso vent’anni fa, adesso ha un po’ di pancia, trotterella e quando ha la palla fra i piedi non te la senti di andargli sotto, aspetti che sbagli, o se l’allunghi. Io invece non sono stato troppo elegante, si giocava a calcio, non eravamo lì per fare la raccolta bollini dell’Esselunga. A un certo punto c’è un corner per loro, lo va a battere Mircea ma al posto di metterla alla bandierina, lui la piazza all’incrocio dell’area grande con la linea di fondo, convinto, allora io sono andato dove l’aveva piazzata e l’ho spedita dove era giusto battere un calcio d’angolo, poi sono tornato nella mia area ad attendere che tirasse. Mircea non ha aperto bocca, è tornato indietro, ha calciato dalla bandierina e questo non ha fatto altro che accrescere il mio rispetto verso di lui. Nel calcio non ci sono troppe regole, ma quelle che ci sono occorre rispettarle. Abbiamo corso e sudato a mezzo metro di distanza per tutta la partita, poi, a circa un quarto d’ora dalla fine, Mircea viene lì e mi fa: sono stanco, andiamo a farci una doccia? Come fai a dire di no a Mircea Lucescu? E poi non volevo umiliarlo. Siamo usciti dal campo assieme e ci siamo infilati nello spogliatoio, eravamo ancora lì sotto la doccia quando sono arrivati gli altri, abbiamo perso, perso male e anche abbondantemente, ma ci stava.

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Adesso però c’è tutta Milano che cerca Lucescu, mi chiedo come sia possibile che a nessuno sia venuto in mente di piazzarsi in zona Durini per acchiapparlo. Ho in mente solo la sua faccia quando all’improvviso esce. Cazzo, Lucescu! È dall’altra parte del marciapiede, è uscito dal primo portone a destra della sede. Mister! Si volta: ciao. Con i lavori non si può attraversare la strada in mezzo, lo si può fare solo al semaforo in fondo alla via e lui mi aspetta davanti al Mc Donald’s. Stretta di mano, indossa lo stesso loden blu che aveva a Marassi, gli chiedo come va: malissimo, mi dice. Assicuro che quella risposta più la sua faccia erano già un’apertura. Attraversiamo piazza San Babila, non ho la moleskine in mano, non scrivo, non ce n’è bisogno, ogni sua parola mi si stampa nel cervello, e lui ne dice di parole, vuota il sacco come Babbo Natale appena sbucato dal camino: a Marassi è stato uno scandalo. Lo guardo, è triste ma è come se fosse finalmente riemerso in superficie, gli chiedo cosa pensa di fare: non lo so, aspetto che torni il presidente, ho qualcosa da dirgli. Lo incoraggio, mi fa: non mi hanno ascoltato, hanno fatto quello che volevano loro, mi sarei aspettato di tutto ma non una rivolta in campo. Cosa avevo chiesto? Di certo non avevo detto a Taribo West di fare l’attaccante, cosa ci faceva lì, cosa voleva fare? Lo avevo perdonato per la storia della maglia che mi aveva gettato addosso? Sì, ma non era solo lui a far casino, Paulo Sousa in panchina rideva e questo mi ha fatto molto male. Moriero quando l’ho messo dentro ha fatto due o tre dribbling, ha perso regolarmente la palla e la Samp ripartiva in contropiede a fare gol. Baggio? Di lui non posso e non voglio parlare. Ronaldo? Con lui saremmo in testa al campionato, ma era a Rio.

Mi sembra che posso darci dentro, gli dico che con dieci partite consecutive senza una vittoria è difficile restare all’Inter per un allenatore. Non posso incolpare nessuno, mi dice, ma neppure dire che qualcuno mi ha aiutato, il presidente è sempre stato molto gentile, l’ho sentito al telefono, ma tutto il resto mi era contrario, l’ambiente, la stampa, la fortuna. Gli chiedo cosa c’entri la stampa. È una mia idea, mi risponde. E la fortuna? E allora cos’è, si gira di scatto, abbiamo perso il campionato a Parma e Bologna, due partite che strameritavamo di vincere, in coppa Italia Braschi ha fatto una cosa mai vista, tre espulsi in un colpo solo. Con la Juventus meritavamo di vincere, nel derby Costacurta ha fatto un fallo di mano in area clamoroso identico a quello di Innocenti, ma al Milan il rigore contro il Bari lo hanno dato. In Europa uguale, contro il Manchester abbiamo subìto due arbitraggi scandalosi, Krug e Veissiere non ci hanno concesso proprio niente, non meritavamo di uscire. Sarebbe cambiato tutto, altre motivazioni, a Genova non sarebbe finita così e con la squadra in semifinale di Champions non mi sarebbe mai venuto in mente di lasciarla. Non c’è bisogno che gli faccia domande, dice una cosa e poi si aggancia a un’altra storia fino a quando arriviamo al garage dove è parcheggiata la sua automobile. Gli chiedo se si senta solo. Sorride, mi stringe la mano e mi saluta, ha l’aria di uno che si è tolto di mezzo, non si sente più legato a quella omertà che serpeggia nel calcio dove certi discorsi non si devono fare o devono restare dentro lo spogliatoio. Ma chissà cosa voleva dire quando gli ho chiesto di Baggio: di lui non voglio e non posso parlare.

Mi sono piazzato fuori ai tavolini di San Babila, in cartella ho degli A3, scrivo tutto, corpo centomila, di getto, nessuno viene a chiedermi se voglio bere qualcosa, o mangiare visto l’orario, e non mi fermo, un foglio via l’altro. Quando torna l’Alda dalla Lega sono lì che sto ancora scrivendo. L’hai preso? Sì, l’ho preso. Stai scrivendo? Sì, sto scrivendo, leggi pure. L’Alda non li tocca nemmeno, guarda il primo foglio e fa: quanta roba… ma se lancio un’Ansa poi lo sa tutta Italia. Non ci sono problemi, una promessa è una promessa, le rispondo. No, mi fa lei, questa è solo roba tua, gli altri dove sono? Ce l’hai solo tu, non me la sento di scrivere ma mi devi promettere che non dirai mai che ci siamo visti anche dopo. Il capo sa che ero qui con te, poi sono andata in Lega, ma non deve sapere che sono tornata qui dopo che hai visto Lucescu, altrimenti mi spara. Alle quindici sono in redazione.

24 marzo 1999

Scusi, ma ho l’ordine di non farla entrare. Questa mattina ad Appiano Gentile mi hanno fermato al cancello. Gli altri sono entrati tutti, io fuori. Chiedo da chi sia partito l’ordine e il custode mi dice: me lo ha dato Sabatini. Ho capito, Lucescu è stata una voragine. Situazione imbarazzante, è una porcata, qualcosa mi aspettavo, quando esci con una notizia e ce l’hai solo tu sono sempre accidenti. Chiamo Ordine al Giornale, riferisco. Dopo un po’ lui mi richiama e mi dice che è tutto a posto, per questa mattina posso entrare. Per questa mattina posso entrare?

Mi fa schifo entrare per questa mattina, mi fa schifo tutto, anche quei colleghi che non hanno battuto ciglio e mi hanno lasciato fuori da solo, ma è una legge del contrappasso che potevo aspettarmi. Mi turo il naso, entro, silenzio attorno a me, inspiegabile, io mi sarei complimentato con l’unico che ha beccato Mircea ricercato da tutta Italia. Io l’ho fatto e non me ne vergogno, anche l’ultimo arrivato quando tira un buco a tutti ha qualcosa da insegnarti. Ma la notizia non ce l’avevano Corriere e Gazzetta, mi dice Negri, e pare che si siano fatti sentire, l’Inter aveva assicurato che Lucescu non avrebbe rilasciato dichiarazioni, era inutile cercarlo. Poi invece sei arrivato tu. Ci sta, è una versione possibile anche se non ho mai creduto troppo a questo genere di correttezza. Chiunque avesse incrociato Lucescu lo avrebbe scritto. Ci si guarda storti anche con il vicino in redazione pur di dare una notizia, figurarsi se ce l’hai e non la dai. Fino a poco tempo fa c’era una specie di patto quando nella stessa giornata ad Appiano avevi sotto mano due interviste. Arrivava uno a caso e diceva: questa la diamo oggi e quest’altra ce la teniamo per domani. Da morir dal ridere. Usciva di tutto, naturale, e non darei tutta la colpa a noi. In redazione ci sono dinamiche differenti, prova ad andare dal capo a dirgli che hai Pistone e Ince, ma Ince sei d’accordo con gli altri che lo scrivi domani. Non ti prende a calci perché si sporca le scarpe.

Torno in redazione, Ordine mi chiede quella mattina di Lucescu con chi ero, se ci sono dei testimoni. Ce li ho, ma non posso tirare in mezzo l’Alda. Gli chiedo perché mi fa queste domande, non mi crede? E vengo a conoscenza della vigliaccata. Lucescu ha fatto la seguente dichiarazione: in merito all’articolo pubblicato in data odierna sul Giornale a pagina 34, La verità di Lucescu, una squadra scandalosa, smentisco sia di aver parlato in via informale sia di aver rilasciato dichiarazioni ufficiali al signor Claudio De Carli. Sputtanamento nazionale, ma non mio. Ora, è evidente che questa dichiarazione non è di Lucescu, gli è stata imposta e dettata. All’Inter conosco un po’ di gente, un bel po’, m’informo, mi dicono che in una prima stesura c’era addirittura una non specificata chiacchierata con un tifoso incontrato casualmente mentre si recava a prendere la sua automobile nel garage di San Babila. Sarebbe stato peggio, il fenomeno che ha architettato questa sceneggiata vergognosa l’ha tolta. Avrebbe fatto morir dal ridere scambiarmi per un tifoso, non mi sono perso una sola conferenza stampa di Lucescu dal primo giorno del suo arrivo e la saletta di Appiano Gentile è un buco, anche se non sei nelle prime file ti si vede. Ed è notorio che alle conferenze stampa pre partita i tifosi non hanno accesso. Così come nei dopo partita a San Siro, sempre presente per fare lo spogliatoio. E l’avevo marcato, siamo usciti dal campo assieme e poi sotto la doccia, a distanza di sicurezza, ma sotto la doccia c’eravamo solo noi due. Ridicolo.

Non può essere una iniziativa sua, è invece l’ultimo favore che gli hanno chiesto prima di togliere definitivamente le tende: smentire tutto, mettere a tacere chi protestava per il buco preso dal suo giornale, dare ai tifosi un senso di normalità senza fargli perdere la fiducia nella squadra. E far passare Lucescu per un cretino. Lucescu se ne va ma i giocatori restano. E poi c’è il buco dell’ufficio stampa che non è riuscito a mantenere quanto promesso, e cioè l’assoluto mutismo di Mircea. Scriviamo che quella squadra non sa perdere, e siamo i primi a non saperlo fare. Ho il cellulare di Lucescu ma sarebbe molto imbarazzante sentirlo, lo dico per lui, e comunque non credo risponderebbe. Ordine è su di giri, Lucescu lo ha chiamato e gli ha detto di essere stato avvicinato solo da alcuni tifosi. Bugia, solo uno, io. Ciccio mette giù il telefono e ci fa il titolo: Lucescu smentisce lo sfogo ma il Giornale glielo ricorda. Mi chiede di scrivere un pezzo in cui entro nei particolari, l’orario, come era vestito Lucescu, che percorso abbiamo fatto. Scrivo tutto, scrivo che mi ha atteso davanti al Mc Donald’s, anche del garage in via Bagutta dove ha ritirato l’automobile. C’è solo una spiegazione: il signor Lucescu è prigioniero dell’ufficio stampa e come via di fuga hanno scelto la più bizzarra. Il signor Lucescu sarebbe improvvisamente rimasto senza memoria, non ricorda bene ma per sua sfortuna c’è un testimone che ci ha visti attraversare assieme San Babila e lo ha detto anche a Moratti, è l’ex direttore generale dell’Inter Paolo Giuliani. Che sfiga.

Finito di scrivere sono andato in Galleria De Cristoforis da Moratti. È uscito alle otto di sera, c’era anche Facchetti, gli ho chiesto chi ha dato l’ordine di non farmi entrare ad Appiano. Non ero commovente, ero su di giri. Giacinto ha mostrato subito tutta la sua solidarietà nei miei confronti, il presidente mi ha detto di getto: so tutto, non si preoccupi, stia tranquillo, adesso sistemiamo le cose, cerchi di avere un po’ di pazienza e poi potrà tornare ad Appiano. Detta così sembra un’altra presa in giro, ma il resto del suo commento, di quello che mi ha detto quella sera intendo, ho promesso che non lo avrei riferito, tanto meno scritto, sono stato di parola e non vedo perché non dovrei esserlo ancora. Resta la vigliaccata. Ci metto anche Lucescu, è stato gentile ma poi per salvarsi mi ha scaricato, anche se la testimonianza di Giuliani è una bella mazzata per chi ha architettato tutto. Ma non è una rivincita, non devo prendermi rivincite. La rivincita in genere la chiede chi ha perso.

Estratto del nuovo libro di Indiscreto: ‘Aspettando Moratti – Vent’anni di Inter e giornalismo’, di Claudio De Carli. In vendita in formato cartaceo (434 pagine, a 16 euro) presso la nostra libreria di riferimento e in tutte le altre, di catena (soprattutto Feltrinelli) o indipendenti, che lo abbiano ordinato al nostro distributore Distribook. Disponibile anche in versione eBook, per Kindle e tutti gli altri eReader a 9,99 euro. Online in vendita ovunque, da Amazon a tutti gli store. Recensioni dell’opera sono state pubblicate sul Sole 24 Ore, su Tuttosport e sul Giornale.

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3 commenti

  1. t

    l’integerrimo braschi

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  2. r

    Pezzo molto istruttivo

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  3. Braschi uno che per me era più bravo di Collina ma anche più arrogante, egocentrico ed equivoco di Collina…

    Per il resto due estratti che spiegano benissimo il senso del libro, che non è su Moratti ma sulle miserie di chi ha vissuto alla corte di Moratti…

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