Clamoroso, la filosofia di Pozzecco

Gianmarco Pozzecco è il personaggio più riconoscibile della pallacanestro italiana, l’ultimo creato senza l’ausilio della NBA. Ma per una buona autobiografia essere famosi non basta, ci vuole sempre una certa disponibilità a mettersi in gioco e ad andare al di là del tutti amici, tutti grandi giocatori e grandi uomini. Con Clamoroso – La mia vita da immarcabile, scritto con Filippo Venturi per Mondadori ed appena letto, l’allenatore ed ex playmaker triestino è senz’altro riuscito nell’impresa.

Ci è riuscito perché Clamoroso non è soltanto una miniera di aneddoti, a base di cesse e/o fighe chiavate dopo una notte in discoteca (il linguaggio scelto ci è piaciuto, non c’è volgarità gratuita ma solo il linguaggio normale da spogliatoio maschile), di scherzi un po’ cazzoni a chiunque, dal cardinal Martini al magazziniere passando per Oscar Eleni (che Andrea Meneghin fece quasi mordere da una murena), di addetti ai lavori cialtroni. Il cuore del libro è il sogno di un bambino, che come tutti vuole vincere ma lo vuole fare a modo suo.

Pozzecco non è insomma il solito personaggio dello sport che spiega a noi sfigati il segreto per essere un vincente, e nemmeno il finto maledetto che finge di combattere il sistema. Pozzecco è anzi fin dall’adolescenza ben dentro il sistema, non solo per il padre Franco, apprezzato giocatore, allenatore e dirigente soprattutto in zona friulana e giuliana, ma perché punta tutto sulla pallacanestro senza minimamente avere un piano B. Fra Udine e Livorno nessuno gli regala niente, pur in un contesto pre-Bosman che permette ai giovani italiani di maturare giocando.

E così Pozzecco arriva a Varese, che fin da bambino era la squadra dei suoi sogni, per dare il suo meglio e vincere uno scudetto quasi incredibile nel 1999, con una squadra di amici come non sarebbe stato più possibile poi: lui, Meneghin, De Pol, Galanda, Mrsic di cui sarà vice al Cedevita Zagabria, Zanus Fortes, Santiago, senza dimenticare la bandiera Vescovi e soprattutto Carlo Recalcati. Non certo l’unico ex giocatore ad allenare, ma uno dei pochi (della stessa razza sono Sacchetti e l’amatissimo Dado Lombardi) a non avere dimenticato chi vince o perde le partite.

La parte migliore del libro è quella sull’amicizia: per Pozzecco non ha senso andare in un contesto vincente, anche strapagato, se non stai bene con gli altri. Questa è stata la zavorra della sua carriera, unita al fatto che anche in queste squadre di amici ci voglia un leader, con lui stesso candidato unico ad esserlo. Insomma, per Pozzecco meglio primo in Serie B che quinto in Serie A e lo dice con sincerità. Meglio Capo d’Orlando dell’Eurolega.

Di questo straordinario, anche in rapporto al fisico, giocatore, il migliore italiano mai visto nel condurre una squadra in transizione, si ricordano più i treni persi (l’oro europeo 1999, lo scudetto con la Fortitudo, il contratto NBA che aveva in mano) che quelli presi (l’argento olimpico di Atene), ma lui parla comunque del suo passato con grande gioia, perché è sempre stato sé stesso ed in fondo il suo personaggio, in parte costruito (l’ubriacatura all’Hollywood della domenica sera non era la regola, diversamente non sarebbe durato più di due mesi) dai media, lo ha distinto dalla massa almeno quanto le doti in campo.

Cosa non ci è piaciuto di un libro che comunque consigliamo? Qualche citazione di troppo, tassa da pagare al giornalista, la freddezza nei confronti di alcune sue ex, su tutte Maurizia Cacciatori, la preoccupazione di sembrare sempre spiritoso. Cosa ci è piaciuto? Molte più cose: la notevole dose di autocritica (alla fine riesce a parlare bene anche di Tanjevic, con il quale ha un passato che parte dai suoi 15 anni, quando il grande Boscia lo scartò per Trieste), la spiegazione perfetta di cosa debba funzionare in uno spogliatoio, la passione per il gioco che può avere soltanto un piccolo, visto che tanti si trovano a giocare a basket solo per il fisico, il messaggio universale che è quello di rischiare e sbagliare, ma di farlo con la propria testa.

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13 commenti

  1. qualche anno fa (ahime… piu’ di qualche…) ebbi occasione di ascoltarlo da invitato ad un piccolo evento
    parlò per due ore, e l’intera platea rise per due ore, davvero un grandissimo personaggio
    anche se ammetto di non essere convintissimo di lui come head coach, ma sarò felice di sbagliarmi

    ps: narra la leggenda che suo fratello fosse tanto forte quanto lui

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  2. Il fratello era forte, non so se forte come lui ma era forte, ed a differenza del fratello aveva un fisico da giocatore di basket.
    Aveva un caratterino non da poco (almeno così dicono gli addetti ai lavori della zona) e probabilmente questo l’ha limitato.

    Il padre, mio ex collega in una multinazionale, un armadio a quattro ante che potrebbe ammazzarti con una manata ma che sotto la scorza da vero burbero triestino è un pezzo di pane, è un grandissimo personaggio come il figlio, roba da scompisciarsi dalle risate per ore.

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  3. Il giocatore italiano più riconoscibile di un’epoca di giocatori, l’ultima, strariconoscibili. Lui, Myers abbio pittis fucka Andrea meneghin e Basile, forse il più forte di tutti e quello che ha chiuso l’epopea del basket italiano. Solo i risultati qui ricordati, europeo e argento olimpico (oltre quelli ottenuti da protagonisti a livello di club, su tutti appunto loscudettodivarese, tutto attaccato), mettono i brividi a qualsiasi nazionale italiana successiva e schiacciano per sempre, nella culla, qualsiasi ambizione di giocatori forse vicini come talento (per lo meno bargnani ne aveva a vagonate) ma che saranno sempre lontani come testa, protagonismo, ambizioni e risultati.

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  4. Ah clamorosa la liason con la cacciatori. Un po’ come se oggi la pellegrini stesse con verratti o la goggia con berrettini.

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  5. Letto.

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  6. Ammette le trincate post partita, sia per festeggiare, sia per annegare le delusioni, precisando però che nelle 24-48 h pre match faceva vita monastica. Si evince che Meneghin era più pazzo di lui, mentre Danilovic lo trattava come una specie di maggiordomo. Notevoli gli aneddoti sull’imperturbabile intellettuale Attruia che leggeva libri in discoteca, o su un t.o.(ammette di non averli mai ascoltati tranne una volta che gli sarà fatale…) utilizzato per lumare una stragnocca in parterre. Fa inoltre intendere di essersi particolarmente sollazzato a livello di faiga de luxe, beato lui.

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  7. Che ridere quella volta in cui parlava delle serate ad Ibiza con Bobone e Castrogiovanni. Con lui che raccontava che lui e Bobone se ne andavano dai locali con minimo due tipe a testa ed “povero Castro” (cit.) doveva chiuderla al night perche’ non batteva chiodo 😀

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  8. Il timorato direttore sorvola elegantemente sulla combo da terzo violino con “good dick” Sugar Ray Richardson e Ricky “avambraccio” Brown (campione d’Europa col Milan nel 1988).

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    1. Ma lì era guardone o poco più (18 secondi tutto compreso)…

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  9. Air di Halberstam immagino sarà la prossima bio sportiva ad essere recensita. Letto pure quello.

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  10. “l’ubriacatura all’Hollywood della domenica sera non era la regola, diversamente non sarebbe durato più di due mesi”

    Verissimo, però va detto che le serate col Poz, da queste parti rigorosamente fuori stagione agonistica per ovvi motivi logistici, risultano piuttosto “impegnative”; va anche detto che al Poz non piace bere, piace far casino e divertirsi, cosa ben diversa, quindi per lui rinunciare al bere non è un peso, anzi, è forse più il contrario.

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    1. P.S. Perla per Gobbo; in un’occasione la Gazzetta fece ad alcuni giocatori di basket italiani una serie di domande rapide; tra queste c’era “Il tuo idolo quando eri ragazzino”: chi rispose Magic, chi Bird, chi Meneghin…

      Il Poz rispose “Tiziano Ascagni” scatenando molto probabilmente fra i baskettari la paranoia per non conoscere questo cestista talmente straordinario da essere stato l’idolo della Mosca Atomica.

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  11. Ho avuto il piacere di viaggiare con il Poz da Milano a Reggio una quindicina di anni fa , forse di piu, (andavano a giocare contro la Viola). Lui e un altro suo compagno fecero un casino pazzesco per la gioia (non sono ironico) di 3/4 dei passeggeri che si divertirono un sacco a sentire le cazzate che si dicevano da un lato all’altro dell’aereo. E non erano per nulla ubriachi.

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