Oltre a Wimbledon

7 Novembre 2006 di Stefano Olivari

Non tutti i giornalisti incominciano a scrivere credendo di vincere il premio Pulitzer, o almeno quello Ussi, non tutti i giovani medici si illudono di fare scoperte degne del Nobel. Di sicuro però Tim Henman ha incominciato a pensare a Wimbledon prima ancora di nascere, visto che sua madre Jane aveva calcato senza gloria i gloriosi campi mentre stava aspettando (sei mesi e rotti) la futura grande speranza inglese. Fino a quell’epoca le glorie tennistiche della famiglia erano stati la bisnonna Ellen Stawell Brown, prima donna ad avere servito sopra il livello delle spalle a Wimbledon (era il 1901…), ed il nonno Henry Billington, che all’All England Club per ben tre volte, circa mezzo secolo fa, era arrivato al terzo turno in singolare. Diciamo che Tim fin dall’infanzia ha conosciuto il significato dei termini ‘pressione’ e ‘aspettativa’: ce n’era abbastanza, insieme al talento indiscutibile, per renderlo un disadattato miliardario e arrogante, ma sul piano dell’etica non solo sportiva Henman non ci ha mai tradito. O almeno non lo abbiamo mai saputo, che è la stessa cosa. Timbledon non è stato solo Wimbledon, diciamolo (una semifinale al Roland Garros, undici tornei vinti e mille altre cose), ma la sua condanna è stata questa. Nemmeno quattro semifinali, unite ad una quantità inimmaginabile di occasioni mancate (medaglia d’oro della sfortuna quella 2001 con Ivanisevic) sono riuscite a dargli la sensazione di avere compiuto la sua missione. Perché in Inghilterra il tennis è solo Wimbledon, anche se i giornali inglesi si sforzano spesso di andare più in là. Pur usando quasi sempre la chiave sciovinistica, come per il Roland Garros 2004, quando Tim arrivò fino alla semifinale con Coria…Adesso, a 32 anni e alla posizione 40 dell’Entry Ranking Atp (in passato è stato anche numero 4), Henman ed il resto dell’Inghilterra dello Wimbledon solo sfiorato se ne sono fatti una ragione, anche se sognare è sempre bello: il ragazzo di Oxford ha moglie, figli, un handicap 3 a golf e mille attività benefiche che lo impegnano, inutile chiedersi se con le racchette di legno avrebbe battuto Sampras (probabilmente sì). Insomma, stiamo cercando di dire che la sua resurrezione a Tokyo ha fatto più notizia dell’ennesima cavalcata di Roger Federer ed ha allontanato di un altro po’ la data del ritiro. Di sicuro era più di due anni e mezzo che non raggiungeva una finale (Indian Wells 2004) e da più di un anno aveva smesso di essere la grande speranza britannica. Perché quando serve la speranza da inglese si trasforma in britannica…Da quando cioè lo scozzese Andy Murray ha dimostrato quello che vale, oltretutto battendo quasi regolarmente Henman negli scontri diretti: quest’anno il bilancio è due a uno per il giovane, ma insomma…Nel 2006 Tim ha giocato bene a Key Biscayne, battendo Safin e Hewitt, e al Queen’s raggiungendo le semifinali: la fiducia forse gli è tornata a Bangkok, quando per la prima volta ha battuto Murray. Adesso questa finale, dopo aver battuto Dancevic, Del Potro, Ancic e Lee. Ovviamente asfaltato (6-3, 6-3 in 67 minuti) con onore da Federer, arrivato al 42esimo titolo della carriera ed alla 77esima vittoria 2006. Un Federer che quest’anno lo aveva buttato fuori al secondo turno sia a Wimbledon che agli Us Open, va detto. Per Henman l’ultimo torno vinto rimane Parigi (Bercy, non Roland Garros) del 2003, ma adesso un po’ di fiducia nel futuro gli è tornata, tanto che nel dopo-finale ha parlato di ritorno in Coppa Davis e di ambizioni per gli Australian Open. Nel tennis giocato con i cannoni gli è mancato solo qualche muscolo per essere Edberg, ma le nostre tante ore Henman, cinquanta calcolando solo Wimbledon, non sono state vita sprecata.

Marco Lombardo

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