La scuola contro il dialetto

La recente relazione dell’Invalsi, l’ente di valutazione della scuola italiana, ha confermato l’esistenza di quella che in telegiornalese si definisce ‘Italia divisa in due’. Con il divario di preparazione e comprensione fra studenti del Nord (il meglio nella provincia di Trento) e studenti del Sud (il peggio in Calabria) grave in matematica e drammatico in italiano, visto che che la lingua sarebbe la base per tutto il resto.

Una frattura che sfugge in parte al senso comune, perché essendo anche le democrazie strutturate in caste quasi tutti noi, anche se è difficile ammetterlo, frequentiamo e interagiamo con persone del nostro stesso ceto sociale. In altre parole, l’ingegnere o il giornalista trentino non si percepisce differente dal collega calabrese: ognuno dialoga con persone del proprio micromondo.

Fra le solite spiegazioni socio-economiche, politiche, storiche, eccetera, ci ha colpito quella di una professoressa di un liceo di Locri, Lucia Licciardello, letta sul Corriere della Sera. Ci ha colpito perché è esattamente ciò che pensiamo noi, che come tutti amiamo la conferma dei nostri pregiudizi. L’insegnante punta il dito sull’uso, anzi sull’abuso, del dialetto in contesti familiari, non necessariamente degradati. Così il bambino, anche quello che va regolarmente a scuola, si trova ad essere al mattino una sorta di straniero in patria, mentre nel resto del tempo si esprime in un’altra lingua. La professoressa ricorda anche l’usanza di alcuni colleghi insegnanti, che credendo di entrare meglio in sintonia con gli alunni parlano in dialetto durante le lezioni.

Di nostro diciamo che un altro problema è l’usanza, non solo calabrese, di ghettizzare le scuole e le sezioni per qualità di insegnanti e di alunni. Nella sezione C di quella tal scuola, per dire, ci saranno sempre i peggiori e anche quando non è vero la fama rimane, generando un meccanismo autoassolutorio. Con questo non vogliamo dire che il dialetto sia l’unico problema della scuola italiana, ma di sicuro che dovrebbe essere proibito parlarlo in contesti statali e sconsigliato usarlo in famiglia. Insomma, il primo passo per evitare che tuo figlio sia ignorante è quello di parlargli in italiano, ammesso di saperlo. Meno male che c’è la vituperata televisione.

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103 commenti

  1. M

    Sempre parlato in sardo (che parlo alla perfezione) anche in contesti extrafamiliari (tra l’altro in famiglia i miei nonni, zii e genitori si sono sempre e solo rivolti a me in sardo). Mai avuto nessun problema a scuola e mai avuto nessun problema con l’italiano. Se il pischello è asino gli puoi parlare anche con il lessico e la sintassi del De vulgari eloquentia che resterà sempre un asino.
    Poi non credo che al nord non si parli il dialetto.

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    1. D

      😂

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    2. In Italia ne vengono parlate diverse lingue minoritarie, tutte discendenti dal Latino (tranne le specifiche tedesco – varianti medioevali, serbocroato, albanese – arbereshe e greco bizantino – griko). Impropriamente si parla di dialetti (sottinteso dell’Italiano) anche se la glottologia da anni ha sfatato questo mito.
      Su tutto il resto condivido parola per parola. A titolo di esempio, mio nonno paterno vietò ai figli di parlare in lumbard, con scarso esito da un lato, ma dall’altro tutti diplomati. Mia nonna materna parlava solo in lumbard, ma nel momento stesso in cui ti si rivolgeva in italiano, lo parlava perfettamente. E aveva la 5a elementare.

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  2. P

    Parlare dialetto in famiglia crea problemi linguistici al bambino? No. Non in famiglia.
    Sono cresciuto parlando genovese in famiglia. Mia madre e mio padre lo hanno sempre parlato tra loro, naturale venisse trasmesso anche a me. Genovese anche con gli zii e con un cugino, mentre altre cugine avevano ricevuto l'”educazione italiana” da genitori dialettofoni. Genovese anche con almeno metà dei compaesani. Ebbene, mai avuto problemi, anzi il centro del linguaggio macinava lavoro come una macchinetta a vapore.
    Perché? Forse perché, mentre mi parlavano dialetto, i genitori mi incoraggiavano a leggere (in italiano, ovviamente) e a parlare un italiano corretto a scuola e in contesti “italofoni”. All’italiano avevo comunque accesso, perché in paese – nonostante fossimo in profonda provincia – c’era chi parlava italiano, la TV parlava italiano e probabilmente riuscivo ad assorbire bene… Insomma: non è tanto il contesto familiare quanto il micromondo che si frequenta: se nel paesino dell’Aspromonte non parla italiano nessuno, allora ecco che l’italiano diventa una lingua straniera alle orecchie del ragazzino. Se invece l’italiano, fuori casa, è ben presente e la famiglia invita a rispettarlo, allora il problema non c’è.

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  3. “Con questo non vogliamo dire che il dialetto sia l’unico problema della scuola italiana, ma di sicuro che dovrebbe essere proibito parlarlo in contesti statali e sconsigliato usarlo in famiglia”
    Ora, che l’italiano sia una lingua comune e debba esserlo per una serie di ragioni assodate (una su tutte, la praticità), nulla da dire. Sul fatto che i “dialetti” (Isaia Graziadio Ascoli, padre della glottologia moderna, si sta rivoltando nella tomba) non debbano essere parlati se non nel proprio bagno (e qui ci sarebbe da dispensare pure Spinoza), ho parecchio da dire e contestare.
    Primo: i cd dialetti non sono tali, ma sono lingue minoritarie (in Calabria, addirittura ci sono tre macroaree) riconosciute dagli enti preposti.
    Secondo: la ricchezza culturale delle lingue italiane ha attirato decine se non centinaia di studiosi da TUTTO il mondo. Prova ne è che la prima mappatura linguistica del Bel Paese sia stato compiuta da svizzeri e tedeschi.
    Terzo: se vogliamo finire come la Francia, che in nome di un malinteso nazionalismo, ha cancellato secoli di patrimonio occitano (vi ricorda qualcosa la parola “trovatori”?), prego.

    Tutto ciò premesso, questo post ignora i meccanismi linguistici moderni, tra cui l’uso massivo dei media (Serie TV in primis) con cui si innescano fenomeni noti ai glottologi: se in TV passano i Promessi Sposi, è evidente che il pubblico verrà stimolato a parlare italiano. Se, viceversa, passa Gomorra (con i sottotitoli) e viene osannato a pie’ sospinto, è evidente che chi proviene da quelle regioni (il macrogruppo napoletano si spinge sino ad Abruzzo, Basilicata, Puglia e Calabria) si sente in qualche modo legittimato a parlare nel proprio idioma anche al di fuori dell’ambito familiare.

    Da ultimo, ma non da meno, il problema riscontrato su materie non letterarie (matematica in primis) mi induce a pensare che forse non sia lì il bandolo della matassa. Probabilmente è la razionalità di base a mancare: Catone diceva “Rem Tene Verba Sequentur”. Se non si padroneggia l’argomento, neanche la più fine capacità espositiva basta.

    Fosse per me, introdurrei almeno 2 ore di studio delle lingue minoritarie italiane e sicuramente NON cancellerei il Latino!

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  4. E

    anche io sono “completamente d’accordo a metà”.

    se è assolutamente corretto vietare l’uso del dialetto in contesti pubblici (scuola, ospedali etc.) non vedo invece il dialetto parlato in famiglia come reale nemico (poi ovvio, bisogna contestualizzare…).

    O meglio, preferisco una famiglia che parla in contesti familiari in dialetto strettissimo ma spinge il figlio a leggere libri/giornali che magari una realtà parlante in “italiese” che però lascia il figlio allo stato brado a guardarsi gli youtuber.

    Ora, non vorrei sollevare un vespaio ma…posto che il contesto di oggi è molto (ma molto) diverso dal contesto anche di vent’anni fa… non è che dovrebbero essere gli insegnanti a farsi un esame di coscienza? A sviluppare (non so come, ma volere è potere…) un sistema di valutazione anche dell’insegnamento e degli insegnanti? O è sempre colpa delle famiglie, del sistema, del mondo e della globalizzazione?

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  5. M

    E anche la matematica si scrive in dialetto? E su, non è certo il “dialetto” il problema.

    Impeccabile Paolo Jeff, per me.

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  6. D

    Ragazzi, cerchiamo di capire il nocciolo della questione. Il problema non è il fatto di parlare in dialetto in famiglia in sè quanto il fatto che generalmente questo avviene per pigrizia o ignoranza (due cose che spesso si autoalimentano) dei genitori. Questo fa sì che l’istruzione, l’erudizione, la dizione, ecc. dei figli ne venga condizionata.
    Per il meccanismo citato dal Direttore della divisione in caste poi si creano i cosiddetti micromondi, che oltre la famiglia comprendono i vicini, gli amici, i negozianti, i colleghi, ecc. secondo schemi ancor più evidenti nei paeselli.
    Di lì in poi si arriva all’orrore di insegnanti che parlano in dialetto a scuola per sentirsi più vicini agli alunni, un’aberrazione che scopro da questo articolo (mai avuto insegnanti che parlassero in dialetto a parte qualche battuta per sdrammatizzare, non pensavo ne esistessero a parte qualcuno che semplicemente parlava male come alcuni avuti al liceo, immaginate originario di dove……). Ecco, tali insegnanti (e relativi responsabili a partire dal Preside) andrebbero frustati in pubblica piazza, per poi essere licenziati e sostituiti da precari in graduatoria…

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    1. D

      Dimenticavo: con la menata del dialetto eredità culturale ed aspetto culturale oggetto di studio facciamo che anche basta, abbiamo generazioni che sono tra le peggiori al mondo nel parlare inglese (con tutto ciò che comporta nel mondo di oggi in cui dovrebbe essere la prima materia da studiare a scuola, piaccia o non piaccia…), parlano malissimo l’italiano e stiamo qua a preoccuparci per l’attacco ai valori del dialetto…

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      1. Certo, inglese lingua comune. Poi vai a Londra, senti il cockney (quando non l’urdu) e ne riparliamo. Così spieghi alla Regina, anzi a Her Majesty the Queen, perchè lei non debba parlare a Buckingham Palace nel suo idioma natio (che, per inciso, è una forma dialettale di inglese).

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        1. D

          Sì, la Regina d’Inghilterra parla in cockney, e tu lo sai perchè oprendi il thè a Buckingham Palace tutti i sabati alle 17.
          Dopodichè spieghiamolo ai milioni di persone di tutto il mondo che tramite il web fanno transazioni ogni giorno comunicando in un inglese veramente basico che devono parlare in cockney o in mandarino…

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          1. Personalmente ritengo che lo studio di una lingua senza i suoi riferimenti culturali, equivalga a comprare una macchina senza avere la patente. Si, potrai avere rudimenti di guida, ma prima o poi farai qualche cappellata.
            Se devi fare un uso basico dell’inglese, cambia poco o nulla che al posto di Accept/Refuse ci sia Accetta/Rifiuta (forse perchè il 57% delle parole inglesi deriva dal latino), ma se devi imparare l’idioma d’Oltremanica serve un minimo d’applicazione che vada oltre Google Translate.
            Quindi, forse (e dico forse) il problema non è solo del vituperato dialetto, ma di qualcosa a monte che va molto vicino alla sciatteria.
            Al giorno d’oggi uno studente medio ha molti più mezzi d’apprendimento rispetto ai suoi colleghi di 25 anni fa: oltre a internet, esistono serie TV e film in originale (senza SpeakUp) scaricabili con sottotitoli in qualsiasi lingua (persino il russo!). I margini di miglioramento ci sono…

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            1. D

              Oooohhhhh, perfetto!

              Studiare una lingua con i relativi riferimenti culturali, che è quello che io definisco “costruire il proprio futuro sul proprio passato” (lo cantava anche Ziggy Marley in “Tomorrow People, in questo gli inglesi sono molto più bravi degli italiani…del resto io ho salvato il Vigorelli dall’abbattimento e cerco di fare lo stesso con San Siro, ho una tesi conseguita all’Accademia di Brera e colleziono fossili del Cretaceo e utensili del Paleolitico…).

              Che è cosa ben diversa dal parlare in dialetto come lingua madre perchè non si riesce a distaccarsi da quel “piccolo mondo antico” che è la vera zavorra di questo paese.

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              1. “Che è cosa ben diversa dal parlare in dialetto come lingua madre perchè non si riesce a distaccarsi da quel “piccolo mondo antico” che è la vera zavorra di questo paese”
                Oddio utilizzare Fogazzaro (o era Abatantuono nei Fichissimi? 🙂 ) è un po’ forte, però rende l’idea e mi offre il destro per un’ulteriore riflessione.
                Fogazzaro, Parini, Manzoni, Beccaria, i fratelli Verri erano tutti lombardi e nei loro circoli non di rado parlavano l’idioma natio: eppure la loro scrittura ha decretato la nascita dell’italiano moderno (su Manzoni, si potrebbe dire, come fece una mia toscanissima prof, che inquinò l’Arno con la sua sciacquatura 😀 )…
                PS. Auguri per San Siro, io sono dell’opposta fazione. Mio padre vorrebbe rivederlo con le tribune in legno…

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                1. t

                  ogni volta che sento Fogazzaro! mi viene in mente Robespierre
                  (vediamo chi la capisce)
                  😀

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                2. D

                  Cioè, tu sei a favore del dialetto e della speculazione cementizia.
                  Il perfetto manifesto dell’italiano pizza, mafia, mandolino…

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  7. P

    Piccola postilla: a mio figlio parlo italiano, ma solo perché già parlo italiano con mia moglie (che non sa il genovese). Insomma adottiamo il comportamento più naturale, senza segacce mentali.

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  8. M

    Ogni minuto che passa realizzo che la prof ha detto una delle più grandi stronzate che le mie stanche orecchie abbiano mai sentito😂

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    1. D

      Va beh, ma perché tu sei l’unico sardo che non parla raddoppiando ogni consonante come Gus Hansen al tavolo verde…

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  9. E

    Io in famiglia ho sempre parlato il dialetto, e vi assicuro che il problema non è quello. Il problema è che si dovrebbe avere la consapevolezza che si sta parlando in dialetto in famiglia (o in contesti analoghi) e poi avere altrettanta consapevolezza di distinguere i contesti d’uso dell’italiano (sempre ammesso che l’italiano lo si conosca). Poi, nessun “divieto” linguistico funziona, soprattutto in certe aree dell’Italia (di sicuro Venezia e Napoli, per esperienza diretta, ma aggiungete voi altre città) in cui il dialetto non segna una vera e propria divisione tra ceti “alti” e “bassi”. La consapevolezza linguistica, che si ottiene tramite l’educazione anche scolastica (ma non solo scolastica), permetterebbe di sfruttare le potenzialità dell’uso del dialetto e della lingua nazionale. Io insegno anche latino, e potete facilmente immaginare come sia stato didatticamente interessante far capire che pure i dialetti (e molti sembrano non saperlo) derivano dal latino, e che certi termini anzi suonino in dialetto più vicini all’origine latina di quanto non lo sia la corrispondente parola italiana. Non sono i dialetti i nemici della lingua italiana e non sono loro che alimentano l’ignoranza (non solo linguistica), quanto piuttosto il mancato riconoscimento della specificità del loro uso.

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    1. D

      Hai detto cotica…

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    2. “La consapevolezza linguistica, che si ottiene tramite l’educazione anche scolastica (ma non solo scolastica), permetterebbe di sfruttare le potenzialità dell’uso del dialetto e della lingua nazionale. Io insegno anche latino, e potete facilmente immaginare come sia stato didatticamente interessante far capire che pure i dialetti (e molti sembrano non saperlo) derivano dal latino, e che certi termini anzi suonino in dialetto più vicini all’origine latina di quanto non lo sia la corrispondente parola italiana”
      Brava! Se poi i neoborbonici e i neoserenissimi capissero che a Napoli (Caserta) e Venezia si scriveva ufficialmente in italiano (diverso da quello attuale, ma molto comprensibile), cadrebbe un caposaldo del provincialismo culturale, che da un lato demonizza/esalta i dialetti, dall’altro ci impedisce di comprendere appieno (e quindi accettare) la scelta dell’italiano come lingua comune.

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      1. D

        Magari è proprio perchè si è compreso appieno la scelta dell’italiano come lingua comune che ci si sfava a vederlo abitualmente stuprato in nome della dipendenza dal dialetto…

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        1. Dipendenza o sciatteria?

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          1. D

            Le due cose son collegate…

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  10. U

    Sto con Eleonora,soprattutto quando dice che il dialetto non segna una divisione tra ceti alti e bassi

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  11. c

    1° mondo contro 4° mondo a essere generosi, tenuti insieme per ragioni strampalate, ma che ormai chiunque capisce non hanno nulla a che spartire tra di loro. Talmente lampante, che forse ci arrivano pure loro che non ha più senso zavorrare il Nord.

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    1. M

      E fatela sta cazzo di secessione, vi prego, fatela. Promettiamo che poi proveremo ad arrangiarci. Però fatela il più presto possibile.
      Avete tutte le ragioni del mondo, sarò io il primo ad esultare.
      Scendete in piazza, fate la rivoluzione e fate la secessione. Cercate il coraggio da qualche parte, quello manca.
      Oppure fate in modo che venga abolito il principio di unità ed indivisibilità della Repubblica.

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    2. D

      Cydella, non credo che il problema del dialetto sia nord/sud, visto che in dialetto di parla tanto anche al nord. Con zone dove l’italiano è praticamente uno slang del dialetto…

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      1. Su questo ti do ragione. A Brescia difficilmente ti parlano in bresciano (è difficile e spigoloso), quindi molto spesso ti parlano in italiano. Passi il Mincio e entri a Fantasilandia. Bisogna arrivare a Portogruaro-Latisana per tornare a sentir parlare l’italiano corretto. E si che a Venezia la qualità degli stampatori (uno su tutti, il Manuzio!) e degli studiosi di lingua italica era proverbiale!

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  12. t

    Manco quotato il post sui dialetti come ricchezza culturale. E allora torniamo a esprimerci coi grugniti dell’uomo di Neanderthal, non abbandoniamo il nostro retaggio.
    Fra qualche secolo parleremo in tutto il mondo una sola lingua e la si finira’ con ste boiate.

    Nessuno che invece si preoccupa della matematica, d’altronde la fantastica scuola crociana e gentiliana la considera disciplina per sottoproletari, ed e’ infatti insegnata da cani come tutte le scienze.

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    1. D

      Ottimo il parallelo coi grugniti, 200 supercazzole da intellettualoidi sul dialetto oggetto di studio dei glottologi illuminati di tutto il mondo è nessuno che fa notare che dizione e accenti cambino il significato di molte parole italiane e dizione e accenti siano tremendamente condizionati dalla pratica del dialetto.
      Ora, io non vorrei tornare alla barzelletta sui diversi battaglioni italiani che durante la prima guerra si sparavano tra di loro perché parlando dialetti differenti si scambiavano reciprocamente per stranieri, ma insomma…

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      1. D

        Meno Uno, tu sei uno di quei calabresi che dice scatolo o uno di quei romani che dice sabbato e borza…

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      2. In realtà ne so una ancora più pesante: “Signora, dove sono gli stranieri?” “Siete voi gli stranieri!” (Cervignano del Friuli, 1915)
        Il punto ancora ti sfugge e probabilmente ti sfuggirà ancora. Quando spiego le problematiche linguistiche e poi mi trovo “200 supercazzole da intellettualoidi sul dialetto oggetto di studio dei glottologi illuminati di tutto il mondo”, posso solo sperare che tu sia un provocatore (quello che gli anglofili chiamano troll), non certo un fine analista della situazione. Ma tant’è.
        Il punto non è (solo) la glottologia, ma la separazione degli ambiti. In Corea esistono 8 registri lessicali, a seconda delle situazioni, in Giappone 3. E’ così difficile pensare che in Italia possano coesistere 2 lingue in ambiti totalmente differenti più 1 estera?

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        1. D

          Sì, è difficile perchè la lingua nazionale è una ed è (sarebbe…) una delle poche fortune funzionali di questo paese.
          Perchè hai voglia a farsi le seghe sugli studi glottologici dei dialetti italiani se poi sorvoliamo sull’influenza tragica che essi hanno sulla dizione che nella maggior aprte delle lingue cambia addirittura il significato alle parole (e due.).

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          1. “Perchè hai voglia a farsi le seghe sugli studi glottologici dei dialetti italiani se poi sorvoliamo sull’influenza tragica che essi hanno sulla dizione che nella maggior aprte delle lingue cambia addirittura il significato alle parole (e due.).”
            Niente, non ci arrivi. Quando poi avrai studiato la dizione pirandelliana (immagino sia l’unica ad aggradarti), fammi sapere.
            PS. In Inghilterra, paese unito dal IX secolo, c’è voluto un programma culturale centralista per imporre una versione condivisa dell’inglese. Non è bastato, è dovuta arrivare la radio con la BBC a uniformare pronunce secolari. E ancor oggi si sente la differenza, non più marcata ma tutt’ora esistente.

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            1. D

              No, non ci arrivi te. Per me puoi anche istituire la facoltà di dialettologia, ma non mi venire a dire che l’abitudine al dialetto non c’entra con gli strafalcioni nella vita quotidiana.
              Cristo, il Direttore ha citato la tv dove ormai non si parla più italiano ma romanesco, col congiuntivo usato al posto dell’imperativo…

              p.s.: aridaje con l’Inghilterra, ma chi cazzo ha detto che all’estero sia sempre tutto meglio?! HO detto che la lingua ufficiale unica è (sarebbe) una delle poche fortune funzionali di un paese cialtrone ucciso dlala burocrazia, adesso mi arriva il fenomeno che vuole i dialetti come lingue ufficiali nel mentre che il mondo ci piglia per il culo per come (non) parliamo inglese.
              E’ rimasta nella storia la richiesta di quella torre di controllo al pilota Alitalia, cribbio…

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              1. “il mondo ci piglia per il culo per come (non) parliamo inglese”
                No, Dane… senti i francesi (anche su Ritals) e poi dimmi…

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    2. Che fine analisi… se tu avessi fatto un giro nel mondo scolastico italiano, sapresti che la situazione (da te ascritta alla sola Matematica) in realtà è comune a tutte le materie, non solo a quelle scientifiche.
      “Fra qualche secolo parleremo in tutto il mondo una sola lingua e la si finira’ con ste boiate.”
      Che fine analisi (bis)… dimmi, o transumante, quali argomenti sorreggono le tue meditate elaborazioni intellettuali? Lo studio dei fonemi espressi dall’Uomo di Neanderthal? Quello del sanscrito e dell’esperanto?

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    3. L

      Transu tu quoque?
      Da te non me l’aspettavo, sei quasi agli stati uniti del mondo… 😀

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  13. C

    Unica lingua che però *surprise* sarà il cinese.
    Internet sorvegliato e finiti i dibattiti sulla scuola e su tutto.

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    1. D

      Certo, infatti il cinese (quale?! Il mandarino o una degli altri 100 dialetti?!) è la lingua ufficiale di Alibaba…

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  14. Il dialetto come prima lingua è un elemento di disgregazione, così come la lingua in generale è il primo elemento di aggregazione e di creazione di un comune sentire (senza arrivare all’ipocrita memoria condivisa, ma il senso è quello). Dovere di uno stato è quello di imporre una lingua comune, perché non tutti sono la Svizzera. Anzi, solo la Svizzera è la Svizzera. Non ci riesce? Si facciano stati più piccoli. Poi in privato uno può interagire come vuole con il nonno o con l’amico, ma non esiste che a scuola si parli in dialetto. Nel caso bisogna anche accettare le battute ‘Scusa, non capisco lo swahili’ di chi non si livella verso il basso…

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    1. D

      Meno Uno non ha gradito la precisazione sulla dizione, si figuri…

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  15. C

    Ma è l’uso del dialetto a generare ignoranza della lingua italiana o è l’ignoranza a far si che alcuni abbiano difficoltà a passare dal dialetto all’uso corretto della lingua italiana? Sempre che parliamo di correttezza della lingua e non degli accenti particolari che individuano la provenienza regionale.
    Per esempio mi ricordo dello scienziato Zichichi, che divulgava argomenti scientifici, che aveva uno spiccato accento siciliano ma, ovviamente, parlava un italiano corretto. Certo che se in Brianza, nel Veneto od in Sardegna, solo per fare esempi, i cartelli stradali che indicano il nome del comune sono scritti in italiano ed in dialetto(pardon in lingua locale) significa che c’è una volontà cultural politica di ‘non perdere le radici e bla..bla’ che ritiene un valore parlare in lingua locale, il che può non aiutare i meno svegli.
    Tra un po’ verrà rivendicata l’autonomia di condominio. Ciò detto, se un ragazzo che va a scuola, in questa società globalizzata e medializzata, non riesce ad imparare l’italiano vuol dire che è coglione o che non si vuole applicare.
    Ora vado a pisciare il cane, spero di non provare dolore..

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  16. t

    I commenti al post, legati alle esperienze personali, mi fanno capire, una volta di piú, che Milano é proprio un altro mondo rispetto al resto d’Italia.
    Ammetto di essere un filo sorpreso.

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    1. M

      In che senso un altro mondo?

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      1. C

        Non c’entra con l’argomento, ma io dico: uno fa una domanda lecita e qualcuno mette il pollice verso. Boh!?

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      2. t

        Non era inteso in termini dispregiativi.
        É che non conosco nessuno tra amici, conoscenti, parenti, ecc. che parli dialetto in casa. Ma proprio nessuno.
        E invece sembra che sia una cosa abbastanza comune (me lo aspettavo al sud, meno da altre parti).

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        1. C

          Beh, a Milano la tua situazione penso sia la più comune, milanesi da generazioni ce ne sono pochi, causa miscellanea delle provenienze, è ad ogni generazione le influenze originarie si perdono. Se vai in Brianza è comune parlare il dialetto.

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          1. Claudio, in Brianza parlano il dialetto se sei dei loro. Se non lo sei, ti si rivolgono in italiano. Ogni tanto con qualche effetto involontariamente comico.

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            1. C

              Ovvio, per me era sottinteso. Comunque, mi permetto di affrontare l’argomento perché sono nato a Milano da padre calabrese e madre piacentina, per lavoro ed affetti familiari vivo fra Milano e Sardegna con periodi a Roma e Piacenza. Ho una cadenza milanese che scambiano per Ligure e ho pure parenti a Paderno. Dire che mi inchino al tuo sapere è poco, ma rivendico il valore conoscitivo dell’esperienza.
              P.S. Ti ringrazio di avermi chiamato per nome, mi pare tu sia il primo.

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              1. “Ti ringrazio di avermi chiamato per nome, mi pare tu sia il primo.”
                Prego!
                “rivendico il valore conoscitivo dell’esperienza”
                Ci mancherebbe…

                Mi rendo conto solo ora, rileggendo l’ultima risposta, di aver perso un pezzo del discorso. Il brianzolo, nonostante sia tratteggiato come un rozzo tendenzialmente razzista (giargiana nell’accezione spregiativa del Milanese Imbruttito), in realtà assimila molto in fretta persone di altre regioni quando non addirittura Stati. Pertanto “essere dei loro” significa entrare nella loro cerchia e non implica un giudizio di provenienza: essendo io di Monza (ora abito da due anni a Udine), mi è capitato di sentire meridionali, albanesi e persino marocchini esprimersi in lumbard…

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        2. D

          Confermo la sorpresa di Matrix, al di là dell’effetto Metropoli, anche in famiglie “milanesi milanesi” difficilmente si parla in dialetto.
          Ed anch’io trasalisco leggendo qua dentro di essere in minoranza.

          MILANO CITTA’ STATO ORA E SUBITO!

          Altro che sciacquare i panni in Arno, sciacquamoli nei Navigli…

          p.s.: di tutti i conoscenti brianzoli che ho parlano in dialetto solo i vecchi al bar della bocciofila…

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          1. C

            Dane, dubito che tu frequenti le bocciofile, più probabilmente frequenterai architetti.

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            1. D

              Scherzi? La fermata in bocciofila per riempire la borraccia è pit-stop imprescindibile di ogni lungo domenicale!

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          2. Sono lontani i tempi in cui Benito Mussolini e Margherita Sarfatti parlavano e amoreggiavano in milanese 🙂
            P.S. Diversi personaggi insospettabili conoscevano il milanese, tra questi Enzo Ferrari, che per non farsi capire dalla concorrenza, con alcuni piloti parlava nella lingua meneghina (appresa durante gli anni in Alfa Romeo)

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            1. t

              Ma saper parlare é un conto.
              Anch’io ogni tanto, per scherzare, parlo in dialetto con gli amici.
              Ben diverso dire che il dialetto é la lingua primaria che si usa in casa e in famiglia.
              Parlo solo per esperienza personale, per questo sono rimasto sorpreso dai commenti qui sopra.

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  17. io coi miei parlo in dialetto calabrese da quando avevo circa 8 anni il che non mi impedisce di parlare un buon italiano col resto del mondo e un romanesco quasi corretto con mia moglie

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  18. L

    Ehhh..
    “son drendanni ghe sto a prade”…
    Lo dicono anche a Milano? 😁

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    1. D

      A MIlano una volta si sentiva “quarantanni ch’ àbbeto a Malano e angora mo’ ghiamano terroune!…”

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  19. c

    Mia nonna a 96 anni, contadina figlia di contadini, si rifiuta di parlare in dialetto in casa per non fare brutta figura e eventualmente vergognarsi se sbaglia qualche parola a parlare fuori di casa. Mio nonno, contadino figlio di contadini, 30 anni fa a 80 anni veniva obbligato da mia mamma a parlarmi in dialetto, dato che non sapeva tanto l’italiano e mi insegnava parole inesistenti.
    Altro che colpa dei Savoia, siete proprio rimasti ai tempi dei Savoia, roba che qua siamo avanti in tutto veramente di 2 secoli.

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  20. U

    ” mi permetto di affrontare l’argomento perché sono nato a Milano da padre calabrese e madre piacentina,”

    Interista duro e puro e per metà piacentino….a volte la natura sa essere crudele

    meno male la metà calabrese

    🙂

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    1. C

      Azz! È vero! Cremonesi e piacentini non si amano. Ora capisco.😊

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  21. U

    Io non credo che il dialetto sia un “valore da difendere per la cultura bla bla bla…” ma nemmeno credo sia un problema e quindi da abolire

    Una persona intelligente sa quando è il momento di usare il dialetto e quando no. Credo si possa parlare il dialetto e contemporanemente imparare l’italiano o l’inglese

    Il dialetto credo andrà lentamente a scomparire ed è giusto e naturale che sia così

    Da noi in provincia e campagna è stato uno strumento di parificazione sociale : medico e contadino parlavano tra di loro in dialetto in Osteria.
    Il bravo medico però nel suo studio allo stesso contadino parlava in Italiano. Si tratta di saper riconoscere le situazioni e di adottare l’adeguato comportamento che la situazione richiede

    Piccolo aneddoto sul dialetto (non so quanto sia corretto da un punto di vista didattico): quando avevi dei dubbi sul fatto di usare o meno la lettera h ,mia mamma diceva di pensare alla stessa frase in dialetto

    “hai fame o sete?” si dice “ghet fam o set?”

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    1. “Il dialetto credo andrà lentamente a scomparire ed è giusto e naturale che sia così”
      Forse quelli del Nord Italia, tranne il veneto (che è un mondo a parte). Ma nel Sud Italia il napoletano è in fase di riorganizzazione: da quello parlato nelle commedie di Eduardo, si è passati a Gomorra, e non in meglio…

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      1. D

        E allora voto Cydella!
        Poi i napoletani si offendono quando gli dicono che non sono Italia…

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  22. t

    Colzani, quando parlo di sistemi educativi lei puo’ al massimo ascoltare e provare a capire.

    Le mie fini analisi derivano dall’aver insegnato per dieci anni in alcune delle migliori universita’ del mondo e di aver collaborato scientificamente con genti di tutti continenti (mi manca l’antartide, chissa’ che dialetto usano i pinguini, oh pardon, che linguaggio).

    Notizia sconvolgente in arrivo: non frega nulla a nessuno della storia dei linguaggi e di quel che si parla al paesello. Serve solo comunicare in modo chiaro e conciso.

    Nessuno vuole impedire ai glottologi di studiare i linguaggi (direi che una decina di esperti in italia bastano e avanzano), ma la pianti di rimasticare le disperate suppliche autoreferenziali da conventicola accademica. No, conoscere il latino non e’ necessario per esprimersi correttamente in italiano. No, i dialetti sono una curiosita’, non un patrimonio dell’umanita’.

    Purtroppo ho studiato latino e ogni tanto mi scappa qualche locuzione quando scrivo articoli scientifici. Quando rileggo suona sempre stantia e la correggo immediatamente, visto che c’e’ sempre un’espressione inglese molto piu’ efficace.

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    1. Addirittura la captatio malevolentiae, quale onore. Lei mi ricorda perchè ho evitato come la peste la carriera accademica.
      Ad maiora

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      1. t

        Perche’ non era abbastanza bravo? Ma no, sicuramente fu colpa di altri, er gombloddo mondiale.

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  23. Secondo me i bambini bilingue sono intelletualmente avantaggiati, o comunque non svantaggiati. Quindi parlare in dialetto o in altro modo male non fa. Io ho imparato l’inglese a scuola senza mai parlarlo altrove.
    La scuola italiana raccoglie ciò che semina. Il raggiungimento della qualità non è una priorità. Le priorità sono altre, anche se sarebbe il caso di parlare di ossessioni. Innanzitutto la lotta alla dispersione scolastica. Subito dopo l’ossessione dell’inclusione. Solo un coglione non capirebbe che se vuoi queste due cose la qualità dell’insegnamento ne soffre, ma evidentemente siamo 55 milioni di coglioni.
    La terza ossessione è quella di non responsabilizzare mai gli alunni. Le colpe devono ricadere sugli insegnanti, sulle famiglie, sulla società. Un tempo era molto più semplice: gli alunni erano i principali responsabili sia se le cose andavano bene che se andavano male. Ed andavano sicuramente meglio.
    La quarta ossessione è quella delle statistiche. Avete mai sentito parlare di “teaching to the test”? In Italia siamo andati molto oltre. Tutte le scuole hanno un RAV (rapporto di autovalutazione) in cui le statistiche sono sempre strabilianti. L’ INVALSI dice il contrario? E’ solo questione di tempo. Fra qualche anno riusceremo a fregare anche l’INVALSI. Gli alunni saranno più somari di prima ma le statistiche diranno il contrario. A dirla tutta, io non credo neanche alle statistiche attuali. Secondo me siamo messi molto peggio di quello che dice l’INVALSI.
    Purtroppo, anche se le quattro ossessioni dovessero sparire, ci penserà sempre un TAR a promuovere il raro ragazzo bocciato. Non abbiamo ancora toccato il fondo.

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  24. A

    In questo articolo si sbaglia a generalizzare con sud nord. Sono pugliese e negli ultimi anni ho avuto molto a che fare, con siciliani, sardi e calabresi. Ho notato che i siciliani pretendono di poter parlare dialetto, se sono in maggioranza anche solo di una persona se ne fregano e vanno di dialetto. Inoltre almeno da quelle parti a quanto pare parlare dialetto nelle scuole è una cosa diffusa da tempo. Mi è capitato di ascoltare due 35enni dirsi “eeehh tu hai fatto la scuola dei fighetti, da voi si parlava italiano a scuola”.
    I sardi che invece ho conosciuto più approfonditamente amano fin troppo la loro lingua ma perlomeno non ti mettono a disagio, in compenso escluse rare eccezioni fanno molta fatica a distinguere le parole italiane da quelle sarde. Tipo la famosa “canadese”, per tutta Italia è una tenda per loro inspiegabilmente è la tuta da ginnastica. Così come l’uso comune di termini ormai desueti in italiano che usano normalmente senza nemmeno sapere che ormai sono cadute in disuso, su tutte “andito” e “marrano”. Purtroppo sono fin troppo orgogliosi della loro, più di una volta ho sentito dire con orgoglio e senza vergogna “fino alla prima elementare non ho mai detto una parola in italiano” Noi pugliesi, o meglio del barese parliamo dialetto poco e nulla se non per rendere i concetti più coloriti mentre si parla in italiano, un po’ lo stesso approccio che hanno i romani. Già i salentini hanno un approccio al dialetto più simile a quello dei siciliani e calabresi.
    Comunque la diffusione del dialetto è relativa ignoranza e difficoltà nel parlare italiano mi sembra più una conseguenza del menefreghismo totale delle istituzioni nei confronti di determinate zone d’Italia. Per istituzioni intendo anche quelle locali, quindi se alcune zone della Sicilia, Puglia Sardegna etc sono molto indietro è colpa soprattutto loro.

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  25. t

    Dane: ti confermo che noi italiani siamo serenamente tra i peggiori a parlare in inglese. Metto dietro solo i cinesi, che pero’ direi che siano pienamente giustificati.

    Eh ma mettiamo due ore di dialetto, magari due ore di latino altrimenti non si puo’ comprendere l’italiano, due ore di greco altrimenti non si puo’ comprendere il latino, due ore di cuneiforme, ecc, finiamo con dieci ore di storia di cui cinque a parlare della borghesia come male assoluto del novecento e altre cinque ad analizzare il testo di qualche nenia di Pascoli.

    E poi ci ritroviamo studenti con difficolta’ di apprendimento, ci credo, li educhiamo come nel 1925.

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    1. A

      >>>li educhiamo come nel 1925

      peggio, li facciamo studiare meno perchè “poverini, poi cosa che gli viene una sincope”

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    2. D

      Transu, io vorrei due ore settimanali sulle rune, che mica vogliamo sottovalutare le rune?!

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  26. A

    ho fatto le elementari in calabria (all’epoca mio padre lavorava lì), in una zona “disagiata” di una città dell’allora catanzarese (oggi vibonese), eppure non ho mai avuto problemi con l’italiano grazie soprattutto a maestre con gli attributi quadrati.

    ecco, la discriminante non credo sia tanto il parlare il dialetto in famiglia, ma la qualità degli insegnanti a scuola, dei programmi sempre più semplificati per venire incontro agli ultimi… per la serie “Vediamo se ho afferrato bene il concetto: noi siamo indietro rispetto a tutti gli altri e li raggiungeremo andando più lenti di loro?!” (Bart Simpson cit.).

    Se volete posso aprire un file sulle castronerie dei ragazzi di licenza media di quest’anno, roba che in confronto quelli di “Io speriamo che me la cavo” erano tutti fini letterati. un paio di esempi su tutti: “i partigiani combattevano gli invasori americani che avevano conquistato l’italia del sud” e “Didone era maschio perchè finisce con la E ed Enea femmina per lo stesso motivo”.

    E nessuno di questi (a differenza di quando andavo alle elementari io) sa spiccicare una parola di dialetto, è proprio ignoranza e non essere abituati a leggere testi un pizzico più profondi delle letturine consigliate ad hoc da psicologi e salcazzi della formazione. sono così disabituati al leggere che non sanno nemmeno ricavare il senso di una parola sconosciuta (capita a tutti, credo!) dal contesto, semplicemente processano le parole una a uno.

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    1. D

      Andrea, sono sempre il primo a massacrare gli insegnanti, ma se si trovano di fronte 20 Neanderthal abituati a parlare in dialetto capisci che è dura farsi capire…

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  27. M

    Sono steso su un prato a pensare a quanto sarebbe meraviglioso un mondo dominato dal solo inglese e in cui la matematica prevalesse su qualsiasi cosa.
    Sarebbe veramente stupendo.

    Nel mentre rifletto ancora sulla fantastica stronzata detta dalla prof, già da ora donna Indiscreta dell’anno. Vorrei vederla con l’onere della prova a suo carico sostenere questo nesso di causalità in giudizio.

    Comunque per farla breve il non parlare in dialetto ritenendo superiore l’italiano è semplicemente un modo di ammettere implicitamente di avere una “ram” ed un processore limitati che non rendono capaci di gestire troppe informazioni tutte in una volta. Semplicemente non si riesce a gestire più lingue e si da la colpa all’inutilita dei dialetti.

    In secondo luogo credo che sia una specie di modo di darsi un tono, un farsi accettare per paura del giudizio altrui, un modo moderno per fare come gli emigrati che quando andavano a Torino tifavano Juve per sentirsi meno esclusi.

    @Simone Colzani: non so da quanto tempo tu (mi permetto il tu) frequenti Indiscreto ma qui ci sono persone che cantano titoli su titoli e che anche se informatici possono tenere lezioni di pedagogia da far impallidire la Montessori. Persone che solo per puro caso non hanno 13 Wimbledon consecutivi o già da anni non parcheggiano la Smart in doppia fila su Canis Maioris; quindi sappi che pensare che ci sia qualcuno che prende posizione contraria solo per rompere il cazzo (qualora velatamente tu lo stessi pensando) è cosa assolutamente priva di fondamento.

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    1. Ciao Mauro,
      Ho frequentato Indiscreto nel 2003-04 (grafica arancione) con lo pseudonimo di Frank Bach. All’epoca si scriveva una mail al Direttorissimo, aspettando poi la risposta cumulativa. Tempi preistorici, con il Milan di Ancelotti a spadroneggiare, Riazor permettendo…
      Per venire alla tua risposta, è un sospetto che mi è venuto, ma è uno degli inconvenienti della frequentazione telematica, temo.
      Piuttosto, mi sembra che chi si firmi con nome e cognome sia un bersaglio per il tiro al tacchino, ma forse è solo una mia impressione… 😉

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      1. PS. Già nella mia professione non mancano i momenti… venatori :,-)

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    2. D

      Beh si, io che parlo 6 lingue e conosco due dialetti italiani sono allergico all’uso del dialetto perché ho una ram limitata, ovvio.
      Mica come Belisario, che vorrei sentire a voce mentre fa l’imitazione di “Fraaanco” di Aldo, Giovanni e Giacomo. Ayò, nooonnnnoooo!!!…

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  28. C

    Mi sembra un argomento anni 60

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    1. A

      una volta le persone si vergognavano di non sapere l’italiano o più in generale della propria ignoranza (figlia della fame, non scordiamolo), non a caso seguivano in tv il maestro Manzi per colmare le lacune di base e spingevano i figli ad ottenere quel pezzo di carta che era stato loro negato dalla miseria o dalla guerra e che rappresentava il riscatto sociale.

      oggi accendi la tv e vedi che l’unico modello che propone è il tamarro “bomber” ignorante (ma un’ignoranza non più figlia della fame, dato che sguazzano nei soldi). Anzi è stata sdoganata l’ignoranza, vedi no-vax, terrapiattisti ecc… siamo arrivati al relativismo assoluto: ogni opinione conta esattamente quanto le altre, anche se una è enunciata da un professore emerito e l’altra da uno che è stato bocciato all’asilo.

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      1. D

        Hai centrato il punto, da “Supercafone” in poi non di poteva che sfociare nella difesa del dialetto.
        Prossima levata di scudi a favore del congiuntivo sbagliato…

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  29. M

    Io parlo in dialetto – male, peraltro – quando mi incazzo. Esiste forse una correlazione tra perdita della ragione ed utilizzo dell’idioma locale?

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    1. A

      io mi accorgo che a differenza dei miei genitori (non ancora 60enni) parlo un siciliano diverso dal loro. il mio è più un dialetto italianizzato: magari utilizzo parole siciliane ma con una costruzione delle frasi “italiana”.

      il mio unico difetto nel parlato è l’introduzione di alcuni termini siculi considerati erroneamente italiani: “mollica” per “pan grattato”; “tovaglia” utilizzata indistintamente anche per il “telo mare”; il concetto di “sciarra” perchè “litigare” o “avere un diverbio” in italiano non rende minimamente… e poi il “minchia”, ma vabbè…

      addirittura, come ho scritto sopra, le nuove generazioni di 12-13enni non parlano affatto dialetto (se non per rare eccezioni di alcuni strati sociali molto bassi) e questo è un bene, se non fosse che hanno un vocabolario limitatissimo dovuto al pochissimo tempo speso a leggere qualcosa di più difficile del “cinguettio” su twitter. Ma anche qui la scuola ha le sue colpe, se è vero come è vero che ormai alle elementari non si fanno più i pensierini e alle medie non si fanno più i temi liberi perchè “agli uomini di domani interessa comunicare in 180 caratteri, non scrivere 4 pagine di foglio protocollo”…

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  30. R

    Il povero Pasolini si rivolterà nella tomba.

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  31. B

    ma per “parlare in dialetto” che intendete? cioè uno a caso, Insigne, per voi parla in dialetto o in italiano in salsa napoletana?

    nelle scuole di oggi, dove in ogni classe ci sono 15 italiani, 2 russi, 1 ucraino, 3 srilankesi, 3 cinesi (ciao Salvini siamo nel 2019), che un professore possa pensare di parlare in dialetto è demenziale. (questa storia però fu un cavallo di battaglia della Lega dei bei tempi se ricordate, altro che Calabria)

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  32. mi sento di quotare tutti commenti scritti da Andrea.
    Aggiungerei che da almeno una ventina d’anni la società si è corridizzata (perdonate il temine). Il dilettante allo sbaraglio che fa simpatia e un sacco di audience si è imposto in ogni dove strabordando dal suo spazio settimanale. Come già detto da altri non si punta più verso l’alto o, più probabilmente, è cambiato il concetto di alto.

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  33. M

    Se pensiamo che Scardina (il pugile) si sta bombando la Liotta vediamo quale trionfo vi sia per l’ignoranza 😀
    Il truzzo tamarro sempre in voga perchè non è mai di moda (cit.). Hanno una marcia in più.

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  34. B

    ah ma non è Ignazio Scardina? la Leotta voleva fare la signora ma l’abbiamo sgamata. a presto su pornhub!

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  35. E

    Se qualche docente pensa che a scuola si debba “parlare in dialetto”, magari per avvicinarsi agli studenti che lo usano in casa, sarebbe da internare. Altra cosa è invece usare il dialetto come occasione di riflessione linguistica e culturale. A scuola si usa e si studia la lingua nazionale e non credo ci debbano essere dubbi su questo, ma screditare o addirittura ridicolizzare il dialetto come potenziale strumento di apprendimento è assurdo.

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    1. D

      Io trovo assurdo continuare a tirare in ballo lo studio della glottologia per giustificare l’uso del dialetto, mi sembra come se un pornomane mi spiegasse che in realtà lui ripassa anatomia (peraltro materia importantissima al Liceo Artistico. Anatomia intendo, non il porno…).

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      1. E

        Dane, solo per evitare equivoci ti rispondo anche se non credo tu ti riferisca a me quando dici che si dovrebbe “giustificare l’uso del dialetto”. Ti faccio un solo esempio tra mille che se ne potrebbero fare e magari non è l’esempio più calzante ma è il primo che mi viene in mente. Nel mio dialetto, come in molti altri del centro Italia e non solo, la terza persona plurale del presente del verbo essere non è “sono” come nella lingua nazionale ma è “enno”. Nel quinto canto dell’Inferno (vado a memoria), a un certo punto Dante per descrivere certi dannati scrive che “a sì fatto tormento enno dannati i peccator carnali”. Una splendida occasione per ragionare, ad esempio, sulle potenzialità del volgare al tempo di Dante, che si poteva aprire a vari esiti, uno più vicino al latino (sunt) – che poi risulterà vincente – l’altro invece strutturato sul meccanismo dell’analogia con la terza persona singolare. Quindi, nessun “uso” del dialetto a scuola (nel senso della legittimazione del dialetto come strumento di comunicazione in contesti ufficiali), quanto piuttosto, come in questo caso, cogliere l’occasione per capire come funziona il cambiamento linguistico. Se poi uno studente mi dovesse usare “enno” al posto di “sono” durante un compito in classe o un’interrogazione, vorrei rassicurare tutti sul fatto che lo considererei inaccettabile…

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        1. D

          Eleonora, appunto, l’italiano nasce dal volgare e quindi dal dialetto. Dopodiché, per me si può anche studiare il dialetto a scuola per i motivi che citi, del resto si studia il greco che manco è roba nostra.
          Solo non mi si prenda per il culo raccontandomi che il popolino (e buona parte di Indiscreto, perché onestamente devo dire che resto tutt’ora basito e sgomento dal censimento venuto fuori su Indiscreto…) parla in dialetto per approfondimento culturale, in un paese in cui è considerato programma culturale (perché quella è la categoria in cui viene inserito per i vari premi televisivi) il Grande Fratello, dai!…

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    2. C

      in do’ gl’enno?
      Gl’enno iti ai mare

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  36. L

    Enno che era ancora usatissimo sia dal nonno materno che paterno. Mentre le nonne, non so perché,han sempre parlato più in Italiano con la cadenza pratese.
    È purtroppo deceduto con loro. Grazie a Eleonora e Cecco che me l’hanno ricordato. Non credo che mia figlia l’abbia mai sentito né mai probabilmente lo sentirà. Io per esempio ho il viziaccio di usare, al plurale, la forma “diti” anziché “dita”. Tipo un dito, due diti… 😂

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    1. I

      io me lo ricordo, era tipico di Pietrasanta, Seravezza, Querceta. pensavo si parlasse solo lì

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    2. C

      Nemmeno le mie figlie, per i miei nonni paterni, soprattutto nonna, entrambi sestesi doc, era di uso comune.
      Forse ogni tanto lo usa mio babbo, ma solo ogni tanto. Di mia nonna ricordo con piacere anche iti, in vetta alla via, l’hai preso il pastrano. Insieme a tanti altri, termini davvero deceduti con lei.

      P.S.
      Diti, bracci, ginocchi.

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      1. I

        ‘e quando si incazzavano? ricordo Madonna buttici l’ovo

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        1. C

          Non ho ricordi dei nonni incazzati. Erano davvero i nonni. Come lo sono adesso i miei genitori con le mie figlie. Chissà dove sarà finita quella mamma che mi tirava dietro di tutto.
          Quel modo di dire non mi è familiare. Non sapendolo a versiliese, buttici l’avrei d’istinto associato più a zone tipo Figline Valdarno

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          1. I

            quello che un po’ cambia è l’accento, che diventa pesante. quando c’è il derby di hockey su pista tra CGC viareggio e forte dei marmi, parte subito l’alfabeto, A B G…

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      2. D

        Pastrano non lo sentivo dai tempi di Alan Ford…

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