Il vuoto di Velasco

Oscar Eleni alla ricerca di pietre per architettura funeraria come quella meravigliosa dal Taj Mahal. Voglia di silenzio e ricordi adesso che devi tornare a schivare gente ululante oltre al virus. Fase due per l’inferno? Speriamo di no. Ci teniamo il meglio dell’isolamento, dai pensieri profondi di Larissa Iapichino che rimpiange la scuola più dei nostri governanti, più della sua amata atletica che certo onorerà come molte delle promesse che purtroppo non vedremo in campo per tanto tempo anche senza illuderci troppo o accontentandoci di vedere Tortu solo nella pubblicità e Tamberi nei viaggi di Gulliver.

Belle anime quelle di certi  campioni che hanno aiutato, partecipato. Belle parole quelle che ci hanno saputo dire gli umili del Circus, coinvolgente la passione per le sue due patrie, per la natura, di Paul Biligha, trentenne cestista passato attraverso molti inferni, nato qualche mese prima del successo mondiale nella pallavolo degli immortali di Julio Velasco a Rio de Janeiro nell’ottobre del 1990. Viaggio nel sogno vissuto in prima persona e ora rivisitato grazie al libro di Giuseppe Pastore sulla Squadra del secolo nel volley, un gruppo meraviglioso, con un grande generale, che ha sognato e ci ha fatto sognare.

Velasco e Frigoni per portare nella loro terra benedetta l’infedele in arrivo da mondi sportivi di contatto, di balle cosmiche, spinto dal Caruso cresciuto per voli più alti nella professione giornalistica e di scrittore, ma certo influenzato dalla Catania dei Pittera, del rugby ruspante. Esordiente curioso alla scoperta di uomini che erano già campioni prima di quella schiacciata finale contro Cuba. Talento, testa, fantasia, voglia di vivere davvero ringraziando il cielo per quello che vivevano ed avevano avuto. Eravamo alla festa per il titolo, come eravamo a bordo ring dopo la legnata cubana di Brasilia e l’enigma Zorzi risolto alla Velasco che cercava occhi di tigre: “Gli tolgo il campo, così, finalmente, l’unica cosa a cui penserà davvero sarà come tornare in campo”. Così andò.

Alla festa la squadra e Julio sembravano in gabbia. Fuga. L’infiltrato ammesso senza un motivo, mentre chi aveva viaggiato tanto con loro guardava  sbalordito quel sacrilegio e ringraziamo il decano Gobbi per non averci scomunicato. Via verso la caipirinha selvaggia. Una ciucca storica. Per tutti. Lucchetta che raccoglieva il vomito di Lollo Bernardi urlando agli alberi che erano le stimmate del santo.

Julio perché beviamo così tanto?  Si sentiva vuoto e non voleva dimenticare le sensazioni di quella notte, cercava di prolungarle per se  stesso e per chi aveva vissuto con lui la transumanza dalla Svezia al Brasile. Poi il giorno dopo sarebbe stato il giorno dopo. La consapevolezza di quello che era stato fatto, ma anche la vanità. Ultima grande lezione che, purtroppo, non ascoltarono tutti se davvero a quei giganti manca un oro olimpico che meritavano, se abbiamo dovuto vivere la notte fonda di Atlanta, Olimpiadi 1996, senza senso come diceva Valentina Desalvo, geniale collega e vera pasionaria.

Una storia che lega tutto il branco, il poliziotto che goffamente cercavi di allontanare, il Fefè De Giorgi che alla partenza vedeva doppio e salutava sapendo che non ci saremmo quasi più sfiorati e oggi ci piacerebbe ritrovarlo abbracciato a Tofoli mentre festeggia i suoi successi da allenatore, come Bernardi, come Giani che fu straordinario nell’aiutarci a scrivere un libricino su di lui e il volley come lo immaginava, dopo che Zorzi, nella crisi Sisley, aveva deciso di lasciarci in braghe di tela. Tracce perdute. Del libro, soprattutto, come ci diceva Costa, l’ideatore della collana, anche se la cosa dispiace, ma, come disse Velasco, guai ai vanitosi.

La squadra dei sogni per toglierci l’incubo di tutto il resto e il basket che si sbrana non aiuta a migliorare l’umore. Volevamo coraggio, abbiamo soltanto pezze per coprire che sono peggio dei buchi lasciati e di quelli che troveremo quando forse si potrà tornare a giocare. Progetti per minchioni, mascherine, campi all’aperto. Leghe lasciate allo sproloquio e non certo per colpa del presidente Gandini che non è davvero vigliacco come tanti associati capaci di lanciare il sasso e nascondere la manina unta. Facile prendersela con chi arriva da altre frontiere, ma, come ci diceva Giulio Signori, cercando di far capire all’incolto, ma anche ad Arpino, che ad hockey, come dicono i russi, non giocano i vigliacchi, questo presidente che conosce il ghiaccio e quei paraspalle non lascerà andare tutto alla deriva e non è vero che il basket lo ha visto soltanto da lontano perché ai tempi  della Varese felice, campione, lui c’era sempre e lo potrebbero testimoniare sia Gamba sia Bruno Arrigoni, arrivati nel dopo Nikolic.

Volevamo coraggio, da tutti gli sport, per valorizzare vivai che troveremo svuotati, dissanguati. Niente. Liti per ogni cosa, per il furbino delle partitelle al chiuso, con giocatori sballottati in mezzo a profumi ed incenso, fra finti buoni e veri cattivi.

Di quella olimpiade invernale con Signori, Arpino, ci rimase impressa una giornata con Gianni Bianco, collega di qualità, scuola altoatesina, scuola del Giorno ai tempi delle bombe, come diceva il Grigo, sciatore coraggioso, che ad un poliziotto austriaco con paletta e ghigno satanico capace di fermarci per violazione del limite di velocità consegnò le chiavi della macchinetta presa in affitto e lo sfidò: “ Zu probieren”. Scongiurando multa e tutto il resto.

Ecco, allo sport disfatto, stanco, sfiduciato diciamo la stessa cosa: Zu probieren. Non si sa mai, sarebbe bello che lo facessero anche a Roma dove Toti ha detto basta e Petrucci, facendosi davvero forza, considerando le distanze prese nel tempo, ci fa sapere che il basket capitolino può essere salvato soltanto da  Malagò. Come imprenditore, dirigente, non certo come presidente del CONI, immaginiamo, visto che lassù hanno davvero tanto da scavare  e lavorare per salvarsi dall’invasione incompetente che purtroppo non  nasconde l’incompetenza di chi guida i trattori di molte federazioni dove tecnici ed atleti sono tenuti più alla larga dei medici del calcio.

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