Oltre i Nirvana: Sub Pop Records, l’Anconetani del grunge

Vorremmo scrivere dei Nirvana, ma la prendiamo molto alla lontana promettendo di fermarci al confine dello storytelling. Durante gli anni Ottanta abbiamo avuto diverse favole calcistiche o perlomeno (sarà stata l’ingenuità di allora) a noi piaceva vederle così, come avvenimenti romantici e scevri dal peso incombente della realtà. Lo scudetto del Verona di Bagnoli, la Steaua Bucarest che vince la Coppa Campioni grazie alla saracinesca umana Duckadam, la Democracia Corinthiana di Socrates, l’Under 21 bella e incompiuta di Azeglio Vicini, ma anche il Pisa dei miracoli di Romeo Anconetani. Che fenomeno, il burbero Anconetani. E non solo perché Aldo Agroppi una volta gli disse a mezzo stampa: «Allenare la sua squadra? Guardi, preferisco vivere». No, in questo caso parliamo del dirigente impresentabile secondo gli odierni dettami glamour, ma scaltro come una faina se si esamina il fatturato, da re assoluto del calciomercato. Uno che prese il danese Klaus Berggreen per 270 milioni di lire e lo rivendette alla Roma per 4 miliardi dell’epoca. Idem per l’olandese Wim Kieft: cartellino comprato a 560 milioni e smerciato al Torino in cambio di 5 miliardi. E poi ancora grandi soddisfazioni a poco prezzo con Dunga, Henrik Larsen (campione d’Europa e capocannoniere nella Danimarca del 1992), Chamot, il Cholo Simeone, eccetera. L’epopea di Anconetani è ancora oggi ricordata sotto la torre pendente come un mix irripetibile tra oculato senso degli affari e rigido socialismo di stampo brezneviano. Faceva le pulci su tutto, il collerico Romeo: dal consumo di penne biro negli uffici della società a quanti metri di bende potevano usare al mese i massaggiatori. Nel suo palmares quattro promozioni in serie A e una Mitropa Cup, ma anche una radiazione per illecito sportivo (molto prima rispetto ai tempi del Pisa) e il fallimento dello stesso Pisa SC, nel 1994, per via di gravi dissesti finanziari. In tal senso non il primo e neanche l’ultimo.

Perché questa lunga premessa? Esclusivamente per parlarvi di un libro intitolato ‘Oltre i Nirvana – Sub Pop: storia di una casa discografica dal 1988 sull’orlo della bancarotta’ (Edizioni del Gattaccio, 2018) e scritto dalla giornalista, con un lungo passato nella radiofonia, Valeria Sgarella. Leggendolo di getto e sentendolo raccontare live, c’è venuta l’illuminazione: quel Pisa anni Ottanta è forse la metafora più accostabile alle origini eroiche dell’etichetta di Seattle fondata da Bruce Pavitt e Jonathan Poneman. La prima, ricordiamolo, a far incidere colossi come Nirvana, Soundgarden, Mudhoney e Tad (il roccioso centrocampo a quattro del suono grunge), ma anche la più abile a sopravvivere in un mercato, quello americano, dove o vendi o vai a casa. La via di mezzo, all’italiana, non esiste da quelle parti. E comunque la Sub Pop ha festeggiato quest’anno i suoi primi trent’anni d’esistenza mentre il Pisa (dopo i tracolli del 1994 e 2009) vive dignitosamente in serie C. L’importante, in entrambi i casi, è non smarrire mai la fede.

‘Oltre i Nirvana’, in ogni modo, non è un saggio basato solo sul grunge perché a Valeria Sgarella piace parlare spesso e volentieri degli antefatti (emblematico in questo senso il suo debutto letterario del 2016 ‘Andy Wood. L’inventore del grunge: Vivere (e morire) a Seattle prima dei Pearl Jam’ dedicato allo sfortunato cantante dei Mother Love Bone), ma anche del dopo visto che la stessa Sub Pop, grazie alla leggendaria plusvalenza sui Nirvana (ingaggiati a zero e rivenduti a peso d’oro alla Geffen), è andata decisamente avanti. Prima fondendosi con la multinazionale Warner Music Group e poi continuando a fare quello per cui una casa discografica sarebbe in teoria predisposta: scoprire nomi interessanti e commercializzarli a dovere. Non a caso nel suo catalogo si possono trovare ottime realtà dell’indie americano (Sunny Day Real Estate, The Shins, Fleet Foxes) e pure oggi ha sotto contratto proposte forti quali Beach House, Father John Misty e METZ. Non male in un’epoca in cui la sua consociata, perlomeno in Italia, investe il suo budget su Benji & Fede, Irama e Cristina D’Avena.

L’autrice, da grande appassionata della materia, non si perde nessuna di queste vicende storiche/societarie adoperando una prosa sia accattivante sia minimalista e sfruttando, a sua insaputa, l’arma della malinconia visto che vicende esaltanti ed artigianali come quelle della Sub Pop non potranno più nascere in un music business odierno così liquido, isterico, povero e poco propenso a far attecchire i propri artisti. In questo mi ha ricordato ciò che accadeva nei nostri miglior film “poliziotteschi” degli anni Settanta (un titolo su tutti: ‘Milano odia: la polizia non può sparare’ di Umberto Lenzi) dove l’escamotage narrativo risiedeva sempre nel buono che, per ottenere giustizia, doveva uscire dalle regole e comportarsi da bastardo. Facendoci esultare per il lieto fine, ma lasciandoci anche un po’ d’amaro in bocca.

Il grunge, ma soprattutto la Sub Pop, è stato essenzialmente questa cosa qua: una gloriosa sequenza “happy-sad” di ascesa/caduta/sopravvivenza che l’autrice ha ricostruito facendo sano giornalismo sul campo direttamente nella Emerald City e interrogando a dovere chi quella storia epica l’ha vissuta in prima persona (tipo l’imprescindibile Megan Jasper, donna con le palle, entrata da centralinista a fine anni Ottanta ed ora CEO). Ne escono così 240 pagine non proprio immediate (i nomi dei discografici e degli executive hanno uguale peso rispetto ai musicisti di grido), ma scritte credendoci come Cobain credeva nell’estasi del punk rock o come Mark Arm, il leader dei Mudhoney, adopera l’arma del sarcasmo per interpretare il mondo. Tant’è che qui alla fine non si parla esclusivamente di una piccola e fortunata etichetta del Nord Ovest Pacifico, ma di una way of life – quella di Seattle – che a fine 2018 governa il mondo più che ai tempi dei Nirvana. Starbucks a parte, le portinerie dei condomini sono piene zeppe dei pacchi di Amazon non solo a Natale. Speriamo che almeno una minima parte di essi contenga questo bel libro.

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