Lo smartphone nell’altra stanza

Questione di testa, come direbbe il nostro allenatore di Serie C preferito, che al momento è Eziolino Capuano. Sempre alla ricerca di un colpevole esterno per i nostri fallimenti, da un po’ di tempo ci siamo appassionati al tema della mancanza di concentrazione… Ma cosa stavamo dicendo? Ah sì… Secondo le più recenti teorie dei neurologi, negli ultimi 15 anni l’adulto medio ha visto ridursi di circa il 33% il tempo medio di concentrazione, attualmente quindi variabile fra gli 8 e i 9 secondi. Lo indica anche l’evidenza empirica, nell’era di un multitasking che riguarda tutti a prescindere dalla professione. Anzi, il problema è proprio che questo moltiplicarsi di stimoli non riguarda il lavoro, con un tempo necessario a tornare con la testa sull’attività principale valutabile nell’ordine dei 20 secondi. Chiunque può fare le moltiplicazioni per tutte le stupidaggini inutili e quasi mai divertenti che riceviamo, con un risultato quotidiano di vita buttata spaventoso.

Abbiamo trovato molto interessante questo articolo di Science Daily su un recente esperimento condotto dalla McCombs School of Business della University of Texas: in pratica si sono presi due gruppi di utilizzatori di smartphone (in totale 800 persone), studiandone i comportamenti nella stessa situazione. Primo gruppo: Adrian Ward e i suoi assistenti hanno invitato a togliere la suoneria agli smartphone, e diviso il gruppo in tre sottogruppi: uno che girasse i telefoni in modo che non si potesse guardare lo schermo, uno che li mettesse nella borsa e uno in un’altra stanza. Fatto questo, i partecipanti si sono messi al computer concentrandosi sui test cognitivi proposti, uguali per tutti. Il risultato è stato sorprendente ma non troppo: chi aveva messo il telefono in un’altra stanza aveva fatto significativamente meglio di chi, pur non usandolo, ce l’aveva vicino. In sostanza la sola presenza e possibilità di uso dello smartphone riduce concentrazione (Ward parla di ‘brain drain’) e in ultima analisi produttività.

Secondo gruppo: in questo caso non utilizzatori generici ma persone consapevoli del non potere fare a meno dello smartphone durante la loro giornata. Un sottoinsieme quindi di malati o semplicemente di gente che sa di esserlo, in cui onestamente ci ritroviamo. Stesso schema usato per il primo gruppo, con qualcuno che metteva il telefono girato, qualcun altro nella borsa e qualcun altro ancora nella stanza a fianco. Risultato: questo secondo gruppo di malati ha avuto risultati peggiori del primo gruppo per così dire generico, ma solo per i sottogruppi che hanno tenuto il telefono vicino. In altre parole, tenere lo smartphone nella stanza a fianco ha prodotto gli stessi risultati, facendo del bene a tutti. La conclusione principale dei ricercatori punta quindi più sulla presenza dello smartphone che sul suo uso: certo l’arrivo a raffica di messaggi, notifiche e telefonate peggiora le cose, è evidente, ma già la semplice possibilità di uso cambia e non di poco le nostre possibilità cognitive.

Cosa fare? Chi deve essere reperibile, almeno nelle presunte ore di presunto lavoro, non ha scelta: può evitare di rispondere a chi non chiama per lavoro (ingenerando un senso di colpa di altro tipo, perché l’amico vale più del collega), ma lo smartphone vicino lo deve avere. La maggior parte dei lavori, anche nel mondo di oggi, si svolgono però in un posto ben specifico e spesso senza bisogno di interazioni telefoniche: lo smartphone diventa solo un prolungamento, metteteci voi di che cosa, ma non certo una necessità. Non si tratta di rimpiangere i bei tempi andati e le tante ore ore perse alla ricerca di una via sconosciuta o per un appuntamento saltato senza possibilità di essere avvertiti, ma soltanto di dividere la vita in cose che vogliamo davvero fare e cose che subiamo.

 

Riferimenti: Adrian F. Ward, Kristen Duke, Ayelet Gneezy, Maarten W. Bos. Brain Drain: The Mere Presence of One’s Own Smartphone Reduces Available Cognitive Capacity. Journal of the Association for Consumer Research, 2017

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9 commenti

  1. M

    Mia esperienza: smartphone acquistato per la prima volta meno di tre anni fa, quasi ultimo tra i miei amici ad averne uno.
    Due anni di utilizzo quasi da drogato poi un giorno mi accorgo di aver letto almeno 200 titoli di notizie e di non aver prestato attenzione a nessuna di queste e peggio ancora a non aver aperto nessun articolo tra questi 200.
    Non solo c’era la mancanza di concentrazione, c’era anche un’altra cosa che mi metteva più preoccupazione e cioè il fatto che
    questo mio leggere distrattamente , in realtà diciamola tutta era praticamente solo un rivolgere lo sguardo verso delle lettere
    messe nero su bianco, stava andando ad intaccarte anche la mia capacità di memorizzare.
    Immediate contromisure: installato un programmino che mi dice quanto tempo sto allo smartphone (striscia verde sino a due ore al giorno ok, striscia arancione sino a 2,50 ore al giorno malino, striscia rossa da 2,51 ore al giorno in su malissimo) e impegno costante
    nel restare sempre sotto le 2,10 ore, ogni giorno. Due giorni al mese dati disattivati per tutta la giornata. Diminuzione drastica (taglio del 90%) delle pagine internet consultate vuisto che anche il pc può avere effetti negativi in tal senso ed obbligo di leggere
    sempre totalmente ogni articolo che io ritenga degno di nota (chiaro che se sei un utente di Indiscreto questo è molto molto più semplice) ;). Più tutta una serie di esercizi mnemonici che faccio una volta a settimana, venti minuti, basta un mazzo di carte.

    Detto questo, penso che l’errore alla base stia nel pensare a) di non essere dipendenti da una cosa che è cento volte più invasiva della tv che già di per se a grandi dosi faceva male e b) pensare che se no siamo continuamente connessi ci stiamo perdendo qualcosa o restiamo fuori da qualche giro. Ma giro de che? Bisognerebbe chiedersi questo e cioè cosa ci stiamo perdendo a non restare sempre connessi e la mia riposta è niente o quasi niente. In qualsiasi lavoro o attività nella quale esista la “necessità” di usare lo smartphone c’è sempre una percentuale di utilizzo che è appunto necessaria ed una enorme che noi spacciamo per necessaria: quest’0ultima può essere eliminata o ridotto ai minimi.
    Ho capito di non avere tutta questa premura di farmi distrarre dallo smartphone quando a dicembre l’ho portato in assistenza sono rimasto senza per dieci giorni; quando l’ho riacceso ed è partito whatsapp ed ho visto che mi avevano cercato circa un’ottantina di persone ho avuto un senso di nausea misto a “minchia quanto non me ne frega un cazzo di quello che mi hanno scritto”. Purtroppo siamo cavie ed in qualche modo dobbiamo prendere delle contromisure e limitarne l’utilizzo.

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  2. Nel timore di rimanere fuori dal giro, non solo lavorativo, c’è già tutto, ma non sottovaluterei nemmeno la paura che qualcuno si offenda (e succede davvero, anche per semplici risposte ritardate) e in generale il bisogno di dover riempire ogni spazio vuoto come quei genitori che iscrivono i bambini ai corsi di tutto. Senza fare i retrogradi o i campagnoli 2.0, si può vivere e lavorare benissimo con le e-mail, che lasciano sempre uno spazio per riflettere e sintetizzare, e un cellulare per quelle poche chiamate voce, perché a volte è anche bello sentire una voce. Se non fosse che i giornali-siti con cui collaboro utilizzano WhatsApp per comunicazioni di lavoro, WhatsApp lo avrei già stracancellato.

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  3. M

    Direttore spezzo una lancia a mio favore ed a maggior ragione in suo favore: ho risolto la questione
    del “si offendono” da quando, abbastanza stronzamente mi sono accorto che potevo permettermi
    di tirarmela un po’ e che anche offendendosi prima o poi gli sarebbe passata 🙂

    Perfetto sulle email e sulle chiamate delle quali sono un grandissimo fan, specie da quando ho iniziato a ricevere
    messaggi vocali con agghiaccianti durate tipo di 3.40 minuti o oltre.

    Altra piaga tremenda i gruppi di whatsapp, specialmente quelli di lavoro (ma anche quello della squadra che gestisco
    o della pro loco) nei quali dopo aver deciso “bianco” in una qualsiasi riunione vedi che dieci minuti dopo nel gruppo si è già cambiato in nero, viola,arancio etc

    Tutte cose che per chi apprezza fa bene a non mollare. Io per impegni miei e per mia volontà o riniziato ad apprezzare anche
    momenti in cui per una trentina di minuti decido di non fare niente e soprattutto a limitare tutte queste cosette…

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  4. c

    In questa settimana di influenza, tolta la suoneria e scatti d’ira a vedere le continue notifiche, ma probabilmente non sono capace io a impostare correttamente. Mi viene da piangere all’idea di vivere con il cellulare al culo da qui al 4 marzo. Dal 5, mi piacerebbe disinstallare Facebook.

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  5. r

    Belisà, quanto impegno sprecato… 😀 😀

    io sono drogatissimo di cellulare, starò a malapena sotto le 20 ore giornaliere…l’unica reazione positiva è che, anch’io, non tollero più le infinite chat su whatsapp…
    ps: mi diverte di più seguire Gobbo che mena fendenti a destra e manca su twitter 😀

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  6. U

    ricca
    “mi diverte di più seguire Gobbo che mena fendenti a destra e manca su twitter”

    sto pensando di disinstallarlo perchè è una droga che al confronto indiscreto is nothing

    🙂

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  7. Idem come Ricca, l’importante è dare un ruolo ed un ordine di importanza alle cose:
    Mail per comunicazioni estese ed importanti da leggere profondamente e con attenzione, magari con allegati documenti vari,
    Telefonate per comunicazioni urgenti su cui occorre una risposta immediata o per una maggiore completezza senza stare a vergare papiri, oppure per il semplice piacere di sentire una voce,
    Whatsapp o Telegram per la via di mezzo, cioè comunicazioni che non hanno carattere d’urgenza ma necessitano di immediatezza o comodità, oppure per il puro cazzeggio serale (magari con amici con cui non ci si riesce a sentire diversamente in altri momenti).
    Sono anche iscritto a varie chat tematiche, ma vi dedico il tempo libero e non mi sento obbligato a seguire ogni notifica visto che hanno il valore di un forum.
    Odio poi la dipendenza da chat di taluni lobotomizzati, tipo il mio personale cavallo di battaglia contro le chat dei gruppi scuola dei genitori, roba da sbatterli fuori di casa a calci in culo a metà della cena…

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  8. r

    Mamma mia Gobbo, Twitter è come un fiume in piena… se ci entri non esci più, la corrente è troppo forte

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  9. Io infatti lo uso poco perché lo trovo ingestibile…

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