La vendetta di D’Antoni e le chiusure da happy hour

Oscar Eleni travestito da parrucchiere parigino per salutare ogni giorno la quasi coetanea ultrasettantenne Claudia Cardinale che porta a spasso bellezza e ricordi, bella con un’anima che negava un pezzetto di lingua nel bacio al Delon del Gattopardo anche se, come racconta lei, la mania dell’immenso Luchino Visconti avrebbe voluto quella trasgressione. Perché la Cardinale, perché Parigi? Perché qui dove bussi non ti aprono nessuna porta. Vietato parlare ai conducenti del vapore. Sono permalosi. I risultati dicono che qualcuno ha sbagliato a comperare in estate. C’è tempo, dicono, si arrangi l’allenatore. Se non succede? Calci nel sedere al “mister” perché il seminario Zamparini è sempre aperto.

Ora direte che questo Lepore, capace di banchettare sulla depressione di Reggio Emilia nel bigio del Pala Bigi, ha dimostrato che Cremona aveva bisogno di una svolta nella gestione della squadra. Forse. Chissà. Certo avrebbe già potuo battere Cantù. A Varese non saprebbero cosa rispondervi. A Milano lo sanno bene, ma, per fortuna, resistono aspettando che siano altri a buttare giù dalla torre i colpevoli della stagione buttata via in Europa come dimostra la partita contro il Fenerbahce stressato. Uno squadrone, quello turco, in crisi d’identità non soltanto colpa delle bombe e delle purghe, del vuoto intorno al bazar, perché sputafuoco Obradovic rende inferno un po’ tutto e quasi sempre ha ragione lui, il “più cattivo” come diceva Buzzavo a Treviso quando si godeva questo maistore, quasi sempre gli rispondono bene e, come ha scoperto Milano, Datome e Nunnally vanno ancora alla grande. Certo l’Emporio che si passa la palla, che gioca di squadra e finge di avere pure rimbalzisti, si maschera da tenaglia in difesa, anche se la sua natura sarebbe da impeto e assalto, pungi e vola, che si vada pure ai 100 punti, ha dimostrato quanto deve essere stato brutto il tempo in cui nessuno accettava di andare sul banco dei colpevoli con i tecnici. Ci hanno messo molto a capirlo. In Europa è tardi. In Italia c’è tempo, come dicono i manager ai loro allenatori disperati per panchine troppo corte. Intanto via col revival e l’Ottobre Rosso del Gerasimenko appena liberato dal paradiso fiscale onorerà la Forst dei pretoni, la bella creatura della famiglia Allievi che diede all’Europa grandi squadre e magnifici giocatori, seduti sull’arte dei maestri intagliatori del Cantuki.

Strana gente questa del “novo basket” che finge di avere memoria, di commuoversi per un passato che, magari, odiano, invidiano e non vedono l’ora che sia dimenticato. Lo capisci dal sito legaiolo. Doveva essere la prima grande novità. Fumo. Questi prendono la caramella da terra, la spolverano e se la mangiano e aggiungono qualche pericoloso adesivo sul legno duro. Certo sapranno spiegare perché il basket spagnolo (Saranno avanti? A noi sembra di sì), come società, nazionale, vivaio, quando la domenica è pelotara per i calciatori, piazza almeno cinque partite all’ora di pranzo liberando il fanatico del basket per tutto il giorno: cinema, paella, calcio, ovviamente. Da noi si è ricevuti quasi di malavoglia nelle redazioni, quelle dove rispondono a tutti i maniaci del sistema, ma si guardano bene dal giustificare scelte de panza, de parrocchia, come è capitato per il centenario Consolini, grande dell’atletica, dello sport italiano, personaggio che ha fato storia quando a Londra agli “azzurri pezzenti “, appena usciti dalla guerra giocata su due fronti, non li volevano neppure. Adolfo e Tosi lanciarono il loro disco nel cuore della City, Rubini il monacone e il Settebello fecero sapere nella vasca di pallanuoto che c’erano rimasti dei combattenti anche nella confusione. Certo è più facile seguire gli imbonitori, quelli che te la spiegano, che trovano pagine per la moda, per le finte congiure, mai per fare del giornalismo: anche oggi un mezzo per migliorare le conoscenze, per aiutare la gente a capire, a lasciare i barbari fuori dalle curve e non accarezzando chi ti spaventa come in quell’ospedale di Catania dove un medico ha preso legnate per difendere una paziente dai “bulli offesi” e si è sentito consigliare dalle “forze dell’ordine”(?) che forse avrebbe fatto meglio a trasferire la famiglia in un’altra città. Questa è l’Italia, bellezze. Ovviamente chissenefrega se certi sport, magari il secondo per biglietti venduti, trovano poco spazio perché ribattere le edizioni chiuse all’ora dell’happy hour costa moltissimo. Preferiscono che sia la televisione a smerciare. Poi liberi tutti sui siti. Va bene.

Volo con ali di cera per atterrare sul campionato che ha chiuso il girone di andata e si prende pure una misteriosa pausa fino al 22 gennaio dopo aver digerito il tabellone per le finali di coppa Italia che tornano, anche questo un vero mistero, alle 4 giornate, per la fiesta di Rimini fra il 16 e il 19 febbraio. Bella cosa che Capo d’Orlando abbia beffato tutti e si sia trovata un posto caldo nella parte di tabellone dove troverà questa Reggio Emilia che non doveva essere costruita così male, perché ha poi trovato anche la sfortuna e non basterà il ritorno del quarantenne Kaukenas per rimettere a posto una squadra che nell’ultimo disastro contro la Cremona appena disincagliata dall’ultimo posto ha avuto solo tre giocatori sopra la sufficienza: i bimbi Bonacini e Strautins, il De Nicolao che rappresenta una grande famiglia cestistica in serie A. Brutto che siano rimasti fuori Torino, serviva a gasare l’ambiente più di certi rampolli che invadono persino gli spogliatoi con benedizioni paterne, e Cantù perché è sempre Cantù. Non parliamo di Varese dove l’unico palleggio che funziona è quello delle responsabilità. Dispiace che non ce l’abbia fatta Pistoia che forse ci ha restituito Crosariol, addolora che a Caserta qualcuno finga di non sapere che con quell’organico aver vinto 7 partite su 15, come Brescia, Brindisi, Pistoia e Torino, è stato un capolavoro da tigre Dell’Agnello, uno che le lavagnette se le mangia, anche se poi guardandosi intorno capisce che più di così sarebbe esagerato chiedere. Non trattiamo serenamente il caso Pesaro in tempo di revival. Dispiace che ogni tanto ci siano processi in piazza, ma non è vero che i giocatori ci tengono poco: la verità è che valgono abbastanza poco, non soltanto perché costano pochissimo.

Mentre mandiamo un panettone con lievito madre a Houston per Laurel D’Antoni che vede Michelino Montecristo impegnato nella grande cavalcata del basket dove l’attacco deve durare 7 secondi o meno, nella vendetta verso le inconsolabili dinastie in frantumi dei Lakers e dei Knicks, andiamo verso la lavagna per le pagelle chiedendo allo stilista della Cardinale di spiegare al colto e all’inclita se Milano, questa Milano da Emporio, deve preoccuparsi visto che ai quarti incontrerà la Brindisi del Romeo Sacchetti che sa come far arrabbiare la corte del più munifico dei sostenitori di questo basket, di questo sport italiano che veste re Giorgio alle Olimpiadi e anche nelle corse di smaltimento alle Maldive.

10 A CREMONA per essere uscita dal pantano andando a cercare nella depressione di Reggio Emilia. Forse si salveranno, di certo hanno fatto sapere che molte volte non tutto quello che luccica è per le gazze del sistema.

9 Al DI CARLO che ha fatto un capolavoro con Capo d’Orlando ma riesce ancora ad arrabbiarsi con la sua squadra pur sapendo che la perdita di Fitipaldo ha spostato certi equilibri.

8 Alla pasionaria presidentessa di Brescia, la rossa da combattimento BRAGAGLIO che, in coppia col Bonetti ha ridato alla città che esaltò le qualità del barone Sales, una bella squadra, magari non al livello dei giorni di Laimbeer e Iavaroni, ma certo con questi fratelli Vitali sta facendo cose importanti e non è un caso che a guidarli sia un livornese come Diana: falso timido.

7 Alla sfida AVELLINO-SASSARI di coppa Italia che sarà forse la più intrigante nelle giornate di qualificazione a Rimini. C’è del nuovo in quello che hanno ricostruito in Sardegna, in quello che ha fatto Alberani in Irpinia dove Marques Green ha già il suo monumento maradoniano.

6 Al DE RAFFAELE che ama davvero far rimangiare la lingua ai soloni. Ci sembrava in flessione dopo Varese, forse lo era, ma andare a vincere nei supplementari a Brindisi senza Peric, Tonut e Filloy vuol dire che ha lavorato bene proteggendo anche veterani che sembravano oltre la frutta.

5 A Lino FRATTIN per non averci invitato alla presentazione quando lo hanno scelto come allenatore dei messicani del Correcaminos all’esordio contro l’Aguacaliente. Vogliamo bene a gente come lui che ha sempre accettato il lavoro oscuro, la vita nomade. La stessa cosa vale per il Calvani passato da Recanati a Prishtina.

4 A Giacomo GALANDA perché le dimissioni dalle cariche che aveva in Basket Magazine, una bella creatura, un bel giornale, logiche se diventi consigliere federale, ci sembrano una lezione che non capirà nessuno in un Paese da ora illegale perenne, in un basket dove i furbi grufolano sempre.

3 Agli OROSCOPI che sembrano davvero negare la felicità ad Azzurra, adesso anche Denver mette in discussione Gallinari, che vietano l’aggiramento delle regole per naturalizzare chi ci servirebbe, magari il pivot di Brescia o, magari, l’Arciadiacono che ha rifiutato Capo d’Orlando preferendo la sua America, previsioni che non fanno bene a Messina dopo l’infortunio di Aradori, ultimo della serie, il difficile esordio di Gentile nel derby di Atene (0 su 5). Cercare uno sciamano oltre il Circeo.

2 A REPESA che continua a portarsi dietro la sfortuna anche se rimanere bloccati ad Istanbul per la neve è stata forse la meno dolorosa delle sventure, Lontano dagli occhi, lontano da tutto. Meglio certi silenzi.

1 A TRENTO non per aver mancato le finali di coppa Italia perché le è andato davvero tutto storto, ma per questo ritardo nelle correzioni di una squadra che avrebbe ancora molto da dire. Vero che non si devono buttare via i soldi, ma il ferro della passione va battuto ancora prima che la pallavolo torni padrona assoluta.

0 A VARESE perché tutti si passano la palla avvelenata e nessuno ammette che le cose non sono state fatte benissimo, promettendo e sognando ciò che non si poteva mantenere, né con Moretti, sfasciato su una coppa da non fare, Caja che pensava davvero di poter cambiare la testa di gente che non sa davvero guardare verso il tetto di Masnago. Ora il rischio retrocessione è da condividere con Cremona e Pesaro. Non una facile gestione. Varese, come Pesaro deve guardarsi dentro, non indietro.

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