100%, il McEnroe delle pubbliche relazioni

Leggendo 100%, la seconda autobiografia (nel senso che è la prosecuzione della prima) di John McEnroe, si rimane un po’ amareggiati. Non per il titolo dell’edizione italiana (editore Pickwick), che scompare di fronte all’originale But Seriously che fa il verso al celeberrimo You Cannot Be Serious (il titolo della prima è Serious) o per la qualità della scrittura, ma proprio per i cambiamenti nell’atteggiamento di McEnroe verso la vita.

Cambiamenti indotti dalla molteplicità degli interessi dell’ex tennista numero uno del mondo: aspirante presentatore, attore, chitarrista, mercante d’arte, imprenditore. Interessi che McEnroe coltivava già da giocatore e che nel ‘dopo’ sono in molti casi diventati prevalenti, anche se l’unico campo in cui McEnroe si rivelato un genio è quello di tennis. Fra l’altro uno degli sport in cui i risultati non mentono, quasi impossibile che chi perde sospetti di essere derubato. Un’oggettività che certo non fa parte del mondo del spettacolo o dell’arte, dove il talento deve essere unito alle pubbliche relazioni, quando non direttamente alle raccomandazioni.

Il libro ha in generale il tono giusto, i ghost writer di McEnroe hanno scelto di non raccontarlo come intellettuale tormentato ma come giocatore al quale lo sport non ha bruciato il cervello, impedendogli di apprezzare il resto del mondo. Ed infatti McEnroe riconosce che ha potuto coltivare i suoi tanti interessi e conoscere persone incredibili soltanto grazie a ciò che ha fatto a Wimbledon e agli U.S. Open. Tutto questo rimanendo un marito (dopo il rovinoso divorzio da Tatum O’Neal ha sposato Patty Smith, cantante e quasi omonima della Patti di Because the night) e un padre su standard accettabili.

But Seriously-100% cade però sui dettagli: come in tanti altri libri di tennis, anche quelli di Panatta e Pietrangeli, tutti si trasformano in ‘amici’, i conoscenti non esistono: non li abbiamo contati, ma McEnroe a quanto scrive ha almeno duecento veri amici, quasi tutti fra l’altro milionari. E così un fenomeno che potrebbe anche a 28 anni dal ritiro vero, anche se poi con le esibizioni e il senior tour è arrivato quasi ai giorni nostri, guardare tutti dall’alto in basso, si è trasformato in un triste uomo di pubbliche relazioni, a caccia di soldi che ha già e di occasioni che non sono occasioni (anche conduttore di telequiz), solo per rimanere al centro della scena. Niente di male per chi ha una vita normale o di moderato successo, ma chi ha avuto dalla vita il successo per potersene fregare non può comportarsi come noi. Non deve.

Il McEnroe prodigo di complimenti per tutti, addirittura anche per Lendl, forse davvero corrisponde al McEnroe attuale e non finge, ma non ci affascina. Ed anche il McEnroe vip fra i vip fa la una figura un po’ da fan: Keith Richards è un grande amico, con Roger Waters gioco a golf, e vogliamo parlare di quella volta che mi confessai a cuore aperto con Eddie Vedder fino all’alba? Stessa cosa con politici, dirigenti del mondo dello spettacolo ed addirittura con i tennisti. Tutti bravissimi, in particolare Serena Williams. Le uniche parole dure vengono riservate al doppio e ad un’Inghilterra che non esiste più da decenni…

Insomma, se Serious aveva un po’, non troppo, del vecchio spirito iconoclasta, con giudizi taglienti e anche momenti commoventi (quando parla di Gerulaitis o delle ambizioni dei genitori), 100% pur facendosi leggere benissimo fino all’ultima riga ci mostra un McEnroe forse più vero e umano, ma proprio per questo senza senso: come può una divinità essere umana?

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100%, il McEnroe delle pubbliche relazioni, 8.4 out of 10 based on 12 ratings

5 commenti

  1. noiosissimo, abbandonato a metà.

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  2. Letta anche io.. Ho avuto la stessa impressione.. A un certo punto sembrava la biografia di un geometra Calboni di successo
    PAOLO

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  3. Molto meglio “Essere John McEnroe” di Tim Adams: non proprio una biografia, ma molto più “genuino”…

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  4. Sequel deludente, come quasi sempre accade, speriamo Agassi non faccia lo stesso dopo un capolavoro come Open. Leggetevi la biografia del palpa piuttosto.

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  5. Patty Smyth, non lesiniamo sulle “y” se è per distinguerla da quella vera.

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