I viceversa di Gabbani

L’esistenza di Francesco Gabbani è cambiata drasticamente quando ha vinto, a sorpresa, il Festival di Sanremo con Occidentali’s Karma tre anni fa. Un successo enorme e difficile da ripetere nei numeri, seguito poi dall’album Magellano del quale è uscito ieri il (degno, lo diciamo subito) successore intitolato Viceversa.

Viceversa appunto, la canzone con cui è Gabbani è arrivato secondo al Festival di quest’anno (primo però per televoto e giurie demoscopiche) e già subito ai vertici delle classifiche dei servizi in streaming e di download, e in heavy rotation sulle radio, a dimostrazione di un fenomeno trasversale e cross generazionale. Del resto anche noi dopo la prima esibizione all’Ariston eravamo già a fischiettarla l’indomani, rendendoci conto che era riuscito nuovamente a lasciare il segno.

Il che non era del tutto scontato per diverse ragioni. La prima era appunto la pesante eredità di Occidentali’s Karma e delle altre canzoni contenute in Magellano. La seconda che il brano estivo uscito nel 2019, intitolato È un’altra cosa, non era riuscito a sfondare il muro eretto dai concorrenti da spiaggia, ormai dominio di un genere ripetitivo.

Forse la decisione di rigiocare la carta Sanremo è anche nata da questa frenata, una scommessa vinta considerato il già ottimo riscontro raccolto da Viceversa. Che è appunto anche un album che conferma come Gabbani sia un personaggio vecchio stile ma nel contempo all’avanguardia dell’universo musicale italiano, con un suo marchio di fabbrica moderno e ormai ben definito. Un pop con testi sensati tra rime e giochi di parole, questa volta ben focalizzato su alcune riflessioni interiori e osservazioni sociali. Per un disco di buon gusto sonoro ma anche di immagine.

Copertina gialla, bel font usato, un Gabbani in fotografia che unisce le dita a innescare l’inizio dell’album, ossia il dialogo con Einstein. Un brano che parte piano per poi accelerare e riflettere sul “tutto è relativo” e che trova nella successiva Il sudore ci appiccica una riflessione scatenata sull’esistenza, che “comunque si balla”. Tutto rallenta con Viceversa, lento ma non troppo di cui abbiamo già detto e che ha sorpreso chi non conosceva i precedenti di Gabbani pensando fosse solo quello della scimmia. Il piedino torna a battere con Cinesi, un inno alla semplicità, emozionante che invita a “rallentare” mentre si sta insieme nell’irripetibile.

Quando parte Shambola si può pensare che l’artista carrarese abbia deciso di sposare i ritmi latini per strizzare un occhio alle mode, eppure anche in questo caso Gabbani fa il suo, rigira i suoni e le parole “poco, o tanto, pronto all’attacco stanco” tra Adamo ed Eva, e la costola donata “per una vita d’amore”. Seguono due brani già usciti negli ultimi mesi, la riflessiva e ondeggiante Duemiladiciannove nella “lotta tra il sublime e il verme, tra lo spirito e la carne” e il già citato È un’altra cosa. A chiusura una doppietta da capocannoniere: Bomba pacifista, che trasforma caratteristiche umane come comprensione o timidezza in esplosioni che sollevano, e Cancellami, altra ballad di peso sulle relazioni da ascoltare attenti, mentre “tirando su il tuo muro, ti sgretoli davvero, e piano piano sgretoli l’amore che non vuoi”.

Un album Viceversa, il quarto di Francesco Gabbani, destinato a durare nel tempo e ne siamo contenti per un personaggio profondo ma senza farlo pesare con sermoni da primo della classe, venuto fuori alla distanza, privo della spinta di talent di sorta, e che riesce a rendere leggera la complessità con l’aggiunta di una rara padronanza delle parole così come dei gesti e dei suoni, ma anche del palco.

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17 commenti

  1. Lo scippo subito da Gabbani ha destato meno scandalo di altri nel passato e non si capisce perché. Al televoto aveva vinto di poco (38% a 37 sui Pinguini Tattici Nucleari) ma stravinto si Diodato (23), per la giuria demoscopica aveva vinto di poco (38 a 36) su Diodato e di tanti sui Pinguini, per i giornalisti invece 57% Diodato e 24 Gabbani, una proporzione che ha rovesciato il risultato e numeri sospetti, quasi al livello di quelli degli impresentabili Avion Travel del 2000. Non dico che ci sia un complotto contro Gabbani, visto che anche la canzone di Diodato era forte, magari però il manager di Diodato è più amico dei giornalisti

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  2. Infatti non c’è stato nessuno scippo. Le regole sono queste, se si vuole vincere col televoto si va ad una manifestazione in cui si vince solo col televoto. Se ne è parlato meno perché Gabbani è stato più signore di Ultimo e perché Diodato non è di origine africana. Anche il televoto è altamente influenzabile visto che qualcuno potrebbe investirci seriamente come fece anni fa un erede di un regnante. Oltre al fatto che una certa tipologia di spettatori non è disposta a pagare 50 cent per un cantante, spedendo per giunta dei voti all’una di notte, altri sì, favorendo inevitabilmente qualcuno. Non c’è dubbio che la vittoria degli Avion Travel fu un magheggio, ma non erano impresentabili. Possono non piacere in quanto lontani dal canone popolare, o non piacere e basta ma non erano impresentabili.

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  3. Sarebbe stato molto peggio sei giornalisti avessero fatto vincere i Pinguini. Gabbani molto sereno e tranquillo, sapeva bene quali fossero le regole del gioco e comunque Diodato aveva un buon pezzo. Tra l’altro nella serata in cui votava la sala stampa Diodato primo e Gabbani secondo quindi comunque non era certo stato sottovalutato.

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  4. io farei votare solo la gente

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    1. Il voto della gggente in ambito artistico vale quanto quello delle mosche in ambito gastronomico (il parallelo con Sanremo è immediato), i bimbominchia al televoto votano frocetti col ciuffo o urlatrici da reality, i giornalisti votano le anime sensibili che cantano poesie romantiche prima di scendere dal palco e farsi di cocaina e picchiare la moglie.
      Il problema sono italiani che votano italiani, esattamente come in ambito politico dove i Tafazzi votano PD, i Mago Oronzo votano M5S, Vito Catozzo vota la Meloni e i Ruttolibero votano Salvini…

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      1. invece i giornalisti, eh,,,,
        mentana e i nazi buddisti, travaglio, gramellini, botteri, se poi scendiamo giù la palude si infittisce
        il popolo OVVOVE

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        1. Sesta riga.

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  5. Non saprei. A questo punto, eliminerei del tutto il televoto popolare e affiderei il tutto ad una giuria, con nomi di chiara fama, e dichiarazioni di voto palesi. Oppure solo televoto. Insomma, queste mescolanze ambigue, in cui tra l’altro una parte sa già cosa hanno votato le altre, mi sembrano la condizione migliore per orientare il risultato. Non esiste un meccanismo perfetto, ma questo del 2020 mi sembra particolarmente astruso. Con tutto questo, più “pulita” la vittoria di Diodato rispetto a quella degli Avion Travel che, al di là della qualità della canzone, è stata uno dei punti più bassi della storia delle valutazioni sanremesi.

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    1. ahahah di chiara fama, e decisa da chi?

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  6. Se togliessero la polemica elite contro popolo metà dell’interesse sul festival andrebbe a farsi benedire. È una gara non molto diversa da un talent, in entrambi i casi le canzoni sono un pretesto.

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  7. E se risolvessimo alla fonte, abolendo il Festival?

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  8. Ma no Jer. A 10 milioni di italiani piace. Noi siamo qui a parlarne quindi viva il festival.

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    1. Ma possiamo anche tenerlo ma aboliamo la competizione. Facciamo partecipare i cantanti con canzoni inedite, marchette a gogo, ma abbbasta dare premi

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      1. Jer mi piace la tua formula ma alla RAI gli verrebbe un coccolone.
        Non dico nulla di nuovo ma lo sappiamo benissimo che Sanremo non è il festival della canzone italiana ma lo spettacolo TV più importante della stagione.
        C’è spazio per un festival senza giurie e premi ? In una logica da TV commerciale forse in seconda serata su rai 5. Se parlassimo di un vero servizio pubblico a cui non debbono interessare gli ascolti potremmo fare un discorso diverso

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  9. ma utilizziamo questo sistema fantastico anche alle politiche: un bel voto democratico con la gggente al televoto, la giuria demoscopica agli exit poll e i giornalisti ad aggiustare il tutto

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  10. Mah, non capisco perché vogliate dare al Festival di Sanremo l’importanza di una champions league…chi organizza decide le regole, punto. Che piaccia o no è solo uno spettacolo, forse il più importante della nostra TV e comunque da che esiste vincere non significa avere successo, nè per l’artista (o presunto tale) nè per la canzone. Tutte queste seghe mentali su giuria e televoto mi sembrano
    perfettamente inutili, e comunque così com’è mi sembra meno finto di altri eventi dove ormai da anni si sa già in partenza chi vince (ed è sempre lo stesso).

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    1. chi organizza decide le regole

      vale anche per il Padreterno, la Champions, le classifiche dei libri, il Var, le elezioni politiche, le assunzioni in azienda, i concorsi pubblici… non deciderà il successo ma un sacco di rifiuti ci campano alla grande

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