Il romanzo della canzone italiana, mezzo secolo da ricordare

Come ben sanno i nostri affezionati e meno affezionati lettori, siamo supporter della canzone italiana. Con tutte le conseguenze del caso quando ci mostriamo troppo entusiasti. Abbiamo quindi accolto con favore l’uscita del nuovo libro di Gino Castaldo per Einaudi, intitolato Il romanzo della canzone italiana e sottotitolato Storie, aneddoti e personaggi della canzone moderna (1958-2000), scritto da uno dei critici musicali storici del nostro Paese, ben noto non solo a chi legge Repubblica e capace di reinventarsi negli ultimi anni anche sul web. Castaldo fa parte della pattuglia dei Fegiz, dei Mangiarotti, delle Venegoni, ossia di quella cerchia ristretta di giornalisti che osservano e commentano i fatti musicali frequentandone il mondo e i protagonisti da sufficiente tempo (decenni) per poterne narrare le varie sfaccettature andando oltre le veline da comunicato stampa e le tribune da talent. Dove pure, in qualche caso, sono apparsi.

Ecco che dopo due antefatti decisivi (la canzone napoletana e gli anni Cinquanta) Castaldo avvia il suo ‘romanzo’ con Domenico Modugno e Nel blu dipinto di blu definita “una bomba gettata su un paese che aspettava solo la scintilla per cominciare a sognare.” Da lì entra nel dettaglio dei tanti episodi e protagonisti che hanno fatto la nostra forma canzone, spiegando e correlando episodi storici e sociali, e trasformazioni che metto in primo piano non solo i generi ma anche (e soprattutto) le liriche (“La verità è che una canzone può avere un testo poeticamente raffrontabile alla poesia, ma non ne ha necessariamente bisogno”). Si passa quindi dal fenomeno degli urlatori alla nascita dei cantautori, dal mondo dei night club alle canzoni estive, ai passaggi del beat e del progressive, per poi dedicarsi ampiamente ai cantautori e toccare successivamente le trasformazioni dei decenni successivi.

E naturalmente ci sono i pezzi da novanta raccontati e commentati in capitoli dedicati a partire da Lucio Battisti (“…in realtà le sue canzoni provocavano un certo fastidio. Erano ambigue, non si schieravano”) e il binomio con Mogol, le rivoluzioni di Adriano Celentano (“Aveva la vista lunga, aveva capito fin troppo bene quanto fosse importante mischiare le carte, confondere la vita reale con quella finta delle canzoni, e nel suo inconfondibile modo questa confusione l’ha sempre tenuta viva”) e di Mina (“Dove le altre sudano, faticano, lei va, tranquilla, apparentemente senza sforzo”), Lucio Dalla (“è stato tante cose: fantasista, attore, jazzista, bugiardo, genio della canzone, un perennemente «giovane esploratore» in piena navigazione esistenziale e artistica, prestigiatore, mecenate, regista, scopritore di talenti.”), Fabrizio De André (“Il suo modo di far canzoni derivava dai francesi e in particolare da Brassens, dal quale ricava un forte senso critico verso istituzioni, ipocrisie borghesi, repressi di professione, e quasi inevitabilmente racconta di emarginati e prostitute”) e Francesco Guccini (“La vera essenza di Guccini è l’atto del narrare, riesce a farlo in qualsiasi modo, è un formidabile narratore «orale», anche ovviamente fuori dalle canzoni, quando si rilassa davanti a un bicchiere di vino o condisce di storie il suo concerto”), Renato Zero (“Nelle sue canzoni c’è sempre un malizioso rimando alla vita personale, malgrado abbia indossato maschere vistose.”… e poi Vasco Rossi (“Soprattutto è sincero, autentico, e la gente lo percepisce.”), Pino Daniele (“Grazie a Pino la musica napoletana aveva acquistato una nuova luce, era entrata nella modernità”.), Franco Battiato (“Quando Battiato irruppe sul palcoscenico della canzone, fu un vero colpo di teatro, un’entrata plateale e sottilmente sovversiva”) e tanti altri nomi per un’opera che si fa leggere narrando e dando spazio anche a personaggi decisivi ma poco celebrati come Piero Ciampi (“Geniale e dilettante. Non rispettava niente e nessuno, tanto meno sé stesso, però a essere poeta ci teneva, tanto che sembra sia riuscito a far stampigliare «poeta» sul passaporto, alla voce «professione»”).

Nel libro, che si ferma per scelta al 2000, certamente Castaldo sembra ‘godere’ di più a raccontare i suoi migliori anni e i suoi gusti musicali ma non per questo lascia fuori anche generi e pillole di personaggi che hanno comunque lasciato il segno, al di là di qualche dimenticanza (tra le tante ci viene in mente Franco Simone, per noi inspiegabilmente marginalizzato quando si parla di cantautori in Italia). L’unica critica che ci permettiamo di fare è aver liquidato in poche righe nomi per noi importanti per la canzone italiana come Umberto Tozzi (si cita, ma più per evidenziare il testo di Ti amo che i cambiamenti ‘pop’ introdotti in un periodo non certo facile per chi non si ‘impegnava’), Eros Ramazzotti (giusto un passaggio veloce sugli esordi) o Toto Cutugno al quale si riservano poche righe in un timido tentativo di riabilitazione de L’italiano (“Cutugno era invece visto come componente reazionaria della nostra cultura musicale, e fu presa con un certo fastidio, per un orgoglio nazionale che in quei primi anni Ottanta era ancora lungi dall’essere accettato.”). Quasi che il peso di determinati generi sia da considerare inferiore… Nelle note sono citati autori e compositori, che hanno contribuito anch’essi alla storia della nostra canzone. Ecco un secondo ‘romanzo’ potrebbe essere proprio dedicato a loro.

Detto questo, Il romanzo della canzone italiana è un libro approfondito in varie parti, con capitoli più ampi e generali e altri molto puntuali (si veda quello dedicato alla genesi di Caruso di Lucio Dalla), e sembra essere stato fatto il possibile per far emergere quella valenza che alla musica moderna nata nel nostro Paese troppo spesso viene negata in nome dei ‘maestri’ di oltre confine.

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13 commenti

  1. È significativo che i giornalisti musicali, o almeno riconoscibili come tali, abbiano quasi tutti più di 60 anni. E anche i giornalisti più giovani, quei pochi che sopravvivono nei giornali non ancora falliti, si riducono a fare da grancassa a un mainstream pop con personaggi ormai datati… È uno dei risultati di un mondo in cui non si vendono più dischi, inevitabilmente stravince il già sentito… vedere oggi un concerto della Pausini o di Eros Ramazzotti con tanti giovani fra gli spettatori mi fa male al cuore, è come se adolescenti degli anni Ottanta fossero andati a sentire Bobby Solo e Tony Dallara… il mancato ritiro di Vasco dopo Modena Park, per proseguire con questo tour tristissimo, dice tutto.

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  2. l

    È anche in larga parte colpa dei talent che hanno buttato sul palco una serie di cantanti falsi e inascoltabili dotati di canzoni medie e zero personalità. Questo non ha impedito anche negli anni 2000 ai fuoriclasse (Tiziano ferro) o ai bravi (elisa, i Negramaro) di farsi strada e riempire i concerti ma ha fatto sì appunto che il 15enne cerchi ancora i biglietti per i concerti dei Vasco e dei liga di turno (che, sono d’accordo, dovrebbero essere presenziati solo da ultratrentenni, a cose normali).

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  3. P

    Il problema dei giornalisti musicali acclamati è che nella maggior parte dei casi non hanno mai preso in mano un plettro, una bacchetta, un microfono. Con questo non voglio dire che dovrebbero usare linguaggi e concetti tecnici (non sarebbe il loro mestiere), ma che la loro comprensione del processo creativo (sia in fase di scrittura di canzoni, sia di produzione discografica, sia di esecuzione live) è fatalmente monca, è un “sentito dire”. E lo si capisce, leggendo.
    Qui è inevitabile il parallelismo coi giornalisti sportivi, in particolare calcistici: è necessario che abbiano mai indossato un parastinchi, frequentato uno spogliatoio, ascoltato e applicato una spiegazione tattica del mister? Scatta il dibattito off-topic, se vogliamo. Per me, avere un’esperienza diretta aiuta (Sandro Ciotti, ex calciatore professionista, dava conto di dettagli che il più considerato collega Ameri nemmeno osava toccare), basta che non si scada nel covercianese fine a se stesso.

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  4. La pensi come molti giornalisti, ma non sono d’accordo. Il giornalista secondo me non deve essere un ‘esperto’ (quindi un allenatore frustrato, un cantante frustrato, un politico frustrato, eccetera, a seconda della materia) ma una sorta di super lettore curioso e con voglia (ma soprattutto tempo, se deve scrivere 15 articoli al giorno è chiaro che scriverà spazzatura, anche senza citare la famosa frase di Bocca) di informarsi, con una decente capacità di sintesi e di esposizione di ciò che ha trovato/visto/capito… più importante la flessibilità mentale della competenza specifica… chi spiega la tattica ad Allegri o Sarri fa ridere, nella migliore delle ipotesi, anche perché del calcio (e di Allegri e Sarri) ci sono cento altre cose da raccontare…

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  5. P

    Sì, forse occorre distinguere tra giornalista di calcio e di musica. Hai ragione quando dici che nel calcio ci sono molte altre cose di cui parlare oltre la tattica di Sarri: il giornalista calcistico, in fondo, deve dare conto di cose abbastanza discernibili (reti, azioni, compravendita di calciatori e di società, risse, liti…)
    Quello musicale deve muoversi in un campo più difficile da formalizzare: deve prima cogliere e poi spiegare analogie tra una musica e un’altra, evoluzioni stilistiche, motivare il calo o l’ascesa della qualità di un artista… Per dire che il Napoli è andato meglio o peggio dell’anno scorso ci sono tanti dati oggettivi a cui attingere, cosa che non esiste assolutamente se
    si vuole sostenere che (esempio assolutamente random) la Pausini è entrata in una fase calante.
    Così diventa fondamentale in primo luogo avere ascoltato e continuare ad ascoltare tanta musica – cosa che ovviamente non manca ai critici. Però, in secondo luogo, l’esperienza diretta è uno strumento formidabile per accorciare i passaggi logici, per unire i puntini, per non rifugiarsi nei soliti concetti di “contaminazione etnica” o “suggestione mediterranea” che poi sono i luoghi comuni peggiori dei critici alla Fegiz. Per fare un esempio Indiscreto al 100%, uno come Castaldo non avrebbe mai potuto scrivere il libro di Glezos (critico e giornalista, ma anche musicista vero) su Vasco Rossi, dove vengono messi assieme tantissimi riferimenti che nel giro di poche righe sono belli e sistemati al loro posto nel discorso. Il “supercritico” da quotidiano cartaceo avrebbe iniziato a zigzagare per 3 pagine prima di definire lo stile di batteria tipico dei turnisti italiani anni ’70.

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  6. m

    «È significativo che i dinosauri, o almeno riconoscibili come tali, abbiano quasi tutti più di 60 anni e stiano tutti al Museo di Storia Naturale» … dai, Direttore: che ragionamento è?
    Ne leggo di musica popolare (intendo quella musica per cui, da 40 anni in qua, non c’è bisogno di perizia nemmeno per suonare, direbbe Dane; figurati per recensire); in edicola non sono ancora spariti il Mucchio, o Rumore, nemmeno Rockerilla. Sono più “testate” di riferimento, con la loro nebulosa di collaboratori men che 60enni e di cui non si ricordano i nomi, che non “autori” di riferimento. Voglio dire: chi, oggi, legge un articolo di Castaldo, o di Gentile, perché è di Castaldo o Gentile. Forse l’unico “autore” di riferimento, per me, è Luzzato Fegiz, parlandone da vivo, perché è dal lontano 1986 che riesco con successo a giragli alla larga. Ma neanche Farabegoli, il lesterbengs romagnolo, riesce a sopravvivere in quanto “autore” (e difatti Bastonate ha chiuso, si rimpasterà e entrerà a far parte di qualcos’altro), bensì dentro una rete di autori di cui non ci si ricordano i nomi.

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  7. A

    Vasco o Renato Zero sono comunque cross generazionali per varie ragioni. I ragazzini di oggi, che si nutrono di trap, per ‘colpa’ di youtube e similia consumano tutto molto rapidamente facendo fatica ad affezionarsi a qualcosa. I fenomeni dei talent sembrano durare comunque meno, vedi la stessa Emma che pare stia vendendo poco con il nuovo disco…

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  8. i

    offtopic “avere un’esperienza diretta aiuta”: per me il contrario, avere un’esperienza diretta nella maggior parte dei casi finisce per “deviare” il giudizio finale – se parliamo di critica pura, di ricerca di una “zona franca” di oggettività all’interno di cui dibattere (perchè sennò io dico che mi piace di più una cosa e te un’altra e tanti saluti). Discorso articolatissimo che cerco di riassumere grossolanamente: la tecnica è uno strumento per creare bellezza (o arte insomma), conoscere i segreti della tecnica aiuta a creare bellezza ma non garantice automaticamente di saperla raccontare, e il critico deve principalmente saper raccontare (saper criticare) al lettore la questa o quella bellezza, indipendentemente dal fatto che il critico sappia come riprodurre la bellezza di cui parla. Conta invece al 95% la cultura e l’educazione (inteso come bagaglio di informazioni e concetti acquisiti a forza di studiare l’argomento), e avrei gioco facile in questo senso a fare paralleli culinari (per capire e saper raccontare se questo piatto è buono non devo essere un cuoco) o sportivi (non devo aver giocato in serie A per saper criticare un atleta o una partita o un episodio). Poi la telecronaca diretta (in contrapposizione all’articolo di fondo) è forse un capitolo ulteriore, ma in questo caso sono più confuso: i ruoli di una partita sono tanti, e allora meglio il telecronista-ex giocatore, ex allenatore o per assurdo ex arbitro? (a proposito, c’è mai stato un ex arbitro che poi ha fatto carriera come telecronista? e come critico?)
    Nella musica (per tornare a bomba) secondo me bisognerebbe arrivare all’ascolto, dal punto di vista tecnico, più “neutri” possibile: se sono un chitarrista finirò irrimediabilmente a dare più peso alla performance, alla produzione e alle scelte della chitarra, probabilmente so tutto di quel chitarrista, conosco i segreti delle chitarre che ha usato, riconosco le influenze dei chitarristi che l’hanno ispirato… ma la musica è altro, la musica non è mica “come la suoni”, la musica è tutta quella roba che ti entra nelle orecchie quando premi play, è fatta per (piacere al)l’ascoltatore e mica per i colleghi o per i produttori. Ovviamente sto un po’ generalizzando e sicuramente al mondo ci saranno parecchi giornalisti musicali in grado di tenere a bada la loro “maestria” esecutiva con l’intento di bilanciare la loro posizione di critici con la controparte “musicista”, però in generale resto convinto che per raccontarmi se vasco rossi è un artista che ha scritto qualcosa nel mondo della musica (intesa come arte, non come storia del costume) non mi interessa che tu sappia riconoscere in quanti quarti è suonata Bulgarian bulge di Don Ellis, mi interessa molto di più che tu sappia mettere in fila la storia della musica italiana e mondiale, che rielaborerai poi col tuo senso critico per mettere vasco rossi nella prospettiva che oggettivamente gli spetta.
    Un’altra cosa che secondo me devia una critica oggettiva è ascoltare più e più volte il disco. Mereghetti per giudicare un film mica va al cinema una settimana di fila a vedere lo stesso film, l’impresa di oggi di Froome mica devi riguardarla 10 volte per poterla raccontare oggettivamente, quanti CyberEgg di Scabin devi mangiare per capire se è un piatto della madonna o una puttanata cosmica, una dozzina? Basterebbe uno, e allora perchè un disco da 65 minuti andrebbe ascoltato per una settimana intera prima di poter essere battezzato? non si rischia (retoricamente) di interiorizzare la musica, farla propria, attaccarci delle suggestioni personali che deviano il giudizio finale? Ascoltarlo 10 volte non è un po’ “farselo piacere”?

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  9. m

    benvenuto
    grazie, bello spunto

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  10. i

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  11. Da Eros Ramazzotti 20-25enne (ma anche un Luca Carboni che per me era pure meglio) a Benji e Fede, poveri ragazzi
    Un crollo che neanche la Serie A

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  12. m

    Il paragrafo sui “pezzi da novanta” cui il libro dedica un capitolo resta un esempio con pochi eguali di Fiera del Luogo Comune.

    Vabbe’, vado che qui hanno bisogno del computer.

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  13. Ci volevano le canzonette itaGliane per mettermi d’accordo con Michael…

    @PaoloJeff: STANDING OVATION!!! Il punto è proprio quello, critici e megafoni della musica italiana mediamente non conoscono la materia, e quindi sparano cazzate di contorno. Esaltano la voce di Mina, ma non saprebbero valutarne l’estensione, figuriamoci spiegarla agli altri.
    Difatti sparano cazzate vaghe, sul nulla, senza entrare nel merito. Prendete gli esempi qui sopra: “e nel suo inconfondibile modo questa confusione l’ha sempre tenuta viva”
    Ma che cazzo vuol dire?! Niente, appunto…

    @ianluPVO: ma che stai a di’?! Come fai a giudicare qualcosa se non stai di cosa si sta parlando?! È proprio l’ascolto “ignorante” che porta al soggettivismo dei giudizi: mi piace o non mi piace.
    Il telecronista del calcio non ha giocato in serie A per forza, ma sa che si tira col corpo in avanti e si crossa col corpo all’indietro.
    Il musicologo medio italiano non sa cos’è un’inversione di 6/9 e infatti esalta da anni vecchie cornacchie che non riescono ad andare oltre il Giro di Do. Poi ti danno dell’esterofilo se gli fai notare che il giro armonico di Layla ad un italiano non sarebbe mai venuto in mente e cadono dalle nuvole quando gli sveli che il successo di Celentano si reggeva sugli arrangiamenti che Detto Mariano copiava all’estero.
    L’esempio classico lo si è avuto con la vergognosa spiegazione dell’autotune messa in scena da Maria De Filippi con una malafede rara, senza che nessuno dei soloni della stampa abbia avuto la forza di spiegare al pubblico che il marito di Maurizio Costanzo li stava imbrogliando.
    Magari senza saperlo…

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