La generazione di Joe Montana

«Se ci ripenso, mi rendo conto che sono arrivato nella NFL nella miglior maniera possibile. Non dovevo essere all’altezza di alcuna attesa, perché su di me nessuno ne aveva. Davanti a me avevo un quarterback esperto, un giocatore di talento, intelligenza e tenacia, ma non era un mito, non era un monumento del football. Ho potuto quindi crescere piano piano, ma con continuità. All’inizio ero semplicemente un quarterback NFL, dopo un anno sono diventato un quarterback titolare e subito dopo un quarterback che ha vinto il Super Bowl. Ciascuno di questi passaggi mi ha dato enormi soddisfazioni, specialmente l’ultimo».

   Parole inappuntabili. Parole impeccabili. Come il personaggio che le ha pronunciate: Joe Montana, essì. Concetti che avrebbe potuto esprimere anche Tom Brady, che di Montana, come ormai sanno anche i muri e i calcinacci, è stato grande tifoso. Per motivi temporali e territoriali: Brady è nato il 3 agosto del 1977 e Montana è arrivato nella NFL nell’estate di due anni dopo, come scelta numero 82, al terzo turno del draft (il sistema con il quale le squadre professionistiche si aggiudicano il diritto di mettere sotto contratto i giocatori che hanno terminato l’università).

A chiamarlo, i San Francisco 49ers, e qui arriva l’elemento territoriale. Perché Brady è nato e cresciuto a San Mateo, centro di poco più di 140.000 abitanti che fa parte del conglomerato meridionale della città di San Francisco ed è a circa 10 minuti d’auto dall’aeroporto. Appena a sud di San Mateo c’è Redwood City, dove al 711 di Nevada Street i 49ers hanno avuto per decenni la loro sede e centro tecnico. Ci voleva nulla, per Tom Brady padre (il nome è il medesimo), a portare il figlio a seguire gli allenamenti, nei pochi minuti in cui al pubblico era consentito osservare, oppure andare allo stadio, il Candlestick Park, un ciotolone da 70.000 spettatori diviso a metà con i Giants di baseball e caratterizzato da un giro imprevedibile di venti e correnti causato dalla prossimità con la baia. Che tali condizioni meteorologiche fossero state previste o meno dai progettisti conta poco, dato che il terreno sul quale il Park era stato costruito era di fatto l’unico in cui ci fosse spazio sufficiente in una città certamente suggestiva nei panorami e negli scorci ma angusta e impervia per chi la deve percorrere e vivere.

   Mentre Tommy (mai ‘Tom’, per amici e parenti) Brady faceva il bambino e basta, e beato lui, Montana cresceva come giocatore, diventando titolare a metà della stagione 1980 e meritandosi il posto fisso anche per l’annata successiva. Con un intero training camp (il ritiro precampionato) a disposizione e la possibilità di lavorare sempre con la prima squadra, nel 1981 Montana portò il bilancio dei San Francisco 49ers a 13 vittorie e 3 sconfitte, un miglioramento di 7 vittorie rispetto al 1980, e nei playoff arrivò uno dei momenti che hanno cambiato la storia del football.

Il 10 gennaio del 1982 infatti i 49ers sfidarono in casa i Dallas Cowboys nella finale della National Football Conference – insomma la partita che qualificava al Super Bowl al quale Dallas era andata in cinque occasioni nella decade precedente, con due vittorie – e sul punteggio negativo di 21-27 a 4’54” dalla fine Montana fece avanzare poco a poco la sua squadra, completando la rimonta con il lancio sbilenco, effettuato mentre correva sulla sua destra uscendo quasi dalla linea laterale, per le mani del ricevitore Dwight Clark e il touchdown del pareggio trasformato poi su calcio da Ray Wersching per il sorpasso. Due settimane dopo San Francisco batté Cincinnati al Super Bowl aprendo una serie di quattro titoli in nove anni, tutti con Montana al comando.

   E dunque la storia cambiò, quel 10 gennaio, due volte: a corto raggio, lanciando i 49ers verso il migliore decennio della loro storia, e a lungo raggio. Perché – è noto, ma fa piacere ripeterlo – quel giorno sugli spalti c’erano Brady padre e Brady figlio, che a quattro anni e mezzo di età non poteva capire molto di quello che stava succedendo, ma poteva assorbire il fremito della gente attorno a lui, l’esaltazione della novità vincente dopo anni di mediocrità, la coreografia – il termine greco indica il ballo – dei giocatori in campo nel momento dell’azione decisiva e in quello dei festeggiamenti. Anche perché si era messo buono, dopo un primo tempo in cui aveva frignato in continuazione perché voleva una di quelle manone di spugna che mimano il gesto “#1”. I genitori, volendo assistere al resto della partita in santa pace, gliel’avevano comprata all’intervallo e Tommy aveva resistito senza fare altri capricci, anzi godendosi il finale di partita con la narrazione del padre fino all’apoteosi e alla gioia pura perché non contaminata da riflessioni, attese, preoccupazioni.

Due settimane dopo i Brady seguirono il Super Bowl in televisione, ascoltando affascinati il racconto di quello che era accaduto nei pressi dello stadio, il Silverdome di Pontiac, sobborgo settentrionale di Detroit. Era infatti la prima volta che si giocava in una città del nord, c’era ghiaccio nell’aria e soprattutto per terra e sulle strade: un fattore ininfluente sulla partita, che si giocava al chiuso, ma determinante nel causare ingorghi e difficoltà al traffico, tanto che uno degli autobus che portava i 49ers, con a bordo oltretutto Montana e il coach Bill Walsh, rimase imbottigliato e arrivò allo stadio solo un’ora e mezzo prima del calcio d’inizio. Anche se nel caso specifico a causare l’intoppo fu la scorta all’auto del vicepresidente George H.W. Bush, insomma Bush padre. In generale i disagi di quel Super Bowl danneggiarono il rapporto della NFL con le autorità locali, che avevano promesso una domenica senza problemi: e non per nulla fino al 2006 di giocare di nuovo a Detroit non si parlò nemmeno, e quando poi venne il momento lo stadio era diventato il Ford Field al centro della città, raggiungibile anche a piedi.

Estratto del libro ‘Il mondo di Tom Brady – Football e vita di un’icona americana’, scritto da Roberto Gotta per Indiscreto. In vendita in formato elettronico per Amazon Kindle a 9,99 euro e in versione cartacea (204 pagine) al prezzo di copertina di 19,90 euro (prezzo massimo, in realtà meno) presso la Libreria Internazionale Hoepli (sia in negozio a Milano sia online con spedizioni in tutta Italia), Amazon Prime, le librerie di catena come Mondadori e Feltrinelli e tutte quelle indipendenti che ne facciano richiesta. Librerie e rivenditori professionali possono richiederlo al nostro distributore in esclusiva, Distribook.

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26 commenti

  1. K

    No, The Catch no…

    Per quella partita ho contratto la sindrome di Chicco Lazzaretti

    “Quella partita non è mai stata disputata”

    Con un Cowboys – Rams 17-24, (anno di grazia 1983) con un freddo della madonna a Dallas ed io che ingenuamente davanti la tv trovavo scuse assurde del tipo “Eh ma noi (i Cowboys) non siamo abituati a questo freddo” e mio padre, tifoso dei Niners e perculatore dei Cowboys ogni volta che ne capitava l’occasione (e negli anni ’80 capitò sovente) di ribattuta “Eh, sì, perchè a Los Angeles di solito fa meno venti…”, la più grossa delusione sportiva extra calcio della mia vita.

    Vi odio, maledetti…

    Ecco, pensavo di acquistare immediatamente il libro in formato Kindle ma dopo questo… aspetterò ancora qualche giorno…

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    1. t

      @Krug: i Cowboys sono sul podio delle squadre cui é rivolto il mio tifo contro 😉

      Primi (per distacco) i Patriots
      Poi Steelers e Cowboys a pari merito.

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      1. K

        Per chi tifi (spero tu riesca a rispondermi prima di finire come Satana 😉 )?

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        1. t

          Negli sport americani non ho nessuna squadra del cuore, mi divido tra antipatie e simpatie, a seconda del momento e dei giocatori.

          Quando ho iniziato a seguire il football tifavo per i 49ers (ma erano la squadra del momento).
          Mi piacevano i Chargers di Ladanian Tomlinson (sono anche stato allo stadio a San Diego).
          Adoravo la difesa di Baltimore con Ray Lewis e Ed Reed.

          Adesso le squadre per cui simpatizzo sono Phila, Jaguars e tutte le squadre in cui allena Andy Reid.

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  2. t

    The GOAT (sorry Tom).

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  3. D

    Joe Montana, più grande giocatore di FA di tutti i tempi, senza tema di smentita e senza possibilità di discussione.
    Inutile dire come io sia totalmente incompetente in materia ma come ciò non sposti di una virgola questa monolitica questione…

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    1. D

      Meno uno: suuuuuuuuuuca! 😉

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    2. M

      Non devi assolutamente autodenigrare i tuoi commenti ne qui ne quando parli di tennis.
      Ad esempio quando parli di tennis sembra di risentire le due icone Tommasi e Clerici. Ma nel tuo caso Sara Tommasi ed Antonella Clerici.

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      1. D

        ‘Azz, che sagacia!

        Alè, altro giro di giostra, il cretino apre le danze e tutta la famiglia Meno Uno dietro!
        Eh ma la qualità di Indiscreto di una volta!

        Ma quanto rosicate, poveri pezzenti… 😂

        Ps: Sara Tommasi e Antonella Clerici che in ogni caso sanno di sport più di te e degli altri due troll frustrati che infestano ste pagine… 😝

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  4. K

    Joe Montana è venuto a Trieste qualche anno fa per un camp di football americano; persona di una modestia e di una simpatia unica.
    Un campione anche fuori dal campo.

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    1. D

      Vero, ho ancora il suo pallone autografato tramite mio padre in tournèe negli States che me lo descrisse come un antidivo…

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  5. z

    Nel football americano c’e’ solo green bay!
    Sempre forza packers!

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  6. E

    Domanda di “semi gossip” per gli appassionati di FA

    Tempo fa incontrai un ragazzo sloveno – dal cognome Gruden – che mi affermò con assoluta sicumera che Jon Gruden facesse parte della sua “famiglia” (il nonno/bisonno/prozio/cheneso era emigrato in America e da lì…) e che idealmente anche lui era un po’ “campione” (i Tampa Bay avevano vinto il Superbowl da poco)

    Questa storia è verosimile o mi ha perculato?

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    1. D

      “Anche lui” chi, Jon o il ragazzo sloveno?!

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      1. t

        Beh Jon un SB lo ha vinto a Tampa.
        Forse il ragazzo era Jay. 🤣

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    2. J

      Può essere, dalle mie parti (dove sono nato, a pochi km dalla Slovenia) il cognome Gruden è abbastanza diffuso. Piccola nota di colore: anche Belichick e Saban sono cognomi di origine ex Yugoslava (croata, in questo caso).

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      1. J

        Aggiornamento: ho reperito su Wikipedia una lista di Americani di origine slovena. Non c’è Jon Gruden quello del football americano, ma c’è John Gruden ex giocatore di hockey su ghiaccio al college e nelle minors. Il mistero continua…

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  7. E

    il significato era: “poichè siamo dello stesso ceppo familiare, idealmente sono anche io campione in quanto Jon è mio parente (sebbene lontanissimo)”

    la mia domanda era se effettivamente Jon Gruden avesse origini slovene o meno (se fosse chessò di origine polacca sarebbe stato un caso di omonimia)

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    1. t

      Bisognerebbe chiedere a Krug se sa qualcosa

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      1. K

        Non ne so nulla.
        Su en.wikipedia dicono sia di origini croate, io ti posso dire che in tutto il Carso ed in particolare nella zona di Aurisina il cognome Gruden è diffusissimo; ad esempio fuori dall’Italia, è abbastanza conosciuto il poeta triestino di lingua slovena Igo Gruden, la cui vita rappresenta efficacemente quanto successe in queste terre nel ‘900 (e che qualche “patriottica” vulgata italiana tende a dimenticare quando ad esempio parla delle foibe e dell’esodo); di lingua e cultura slovena, combattè sotto le bandiere della Duplice durante la prima guerra mondiale e dopo pochi anni dalla fine di questa si trasferì a Lubiana per evitare l’italianizzazione forzata; durante la seconda guerra mondiale fu internato nel campo di concentramento di Arbe (Rab) dai fascisti.

        Scusate l’off topic.

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    2. D

      Temevo di aver capito bene…delirante…

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      1. K

        Di che parli scusa?

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        1. D

          Dello sloveno che si sente campione…

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  8. T

    Essendo arrivato più tardi, per me i 49ers erano quelli di Steve Young, non più di Montana. Ho riscoperto il football poco più di 10 anni fa, e nonostante tifi per i Celtics in NBA, non potevo tifare per i Patriots, che già allora erano la Morte Nera dell’NFL. L’analogia tra Brady e Montana ci sta, anche se per simpatia a pelle decisamente no, a favore di Montana chiaramente. Per quanto la grandezza di Brady non si può mettere in discussione, la mia teoria è che Belichick conti molto più di Brady. Vedo i Patriots come gli Spurs dell’NFL. Però più vincenti per la minore importanza delle superstar nel FA, rispetto all’NBA. La gestione militaresca del club, l’avversione per i media dei coach, oltre alla costanza di risultati, cambiando molte pedine nel tempo.

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    1. K

      Beh, oddio, anche Montana aveva un certo Bill Walsh sulla sideline…

      Ed in campo Jerry “World” Rice e Roger Craig (solo per dirne due in attacco perchè altrimenti c’era pure un extraterrestre col 42 in difesa)…

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  9. t

    Veramente Popovich ci sguazza coi media, si e’ costruito un personaggio iconico.

    Vero che Duncan contasse piu’ di Brady, di Popovich e di tutti gli altri.

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