Vita a Venezia

Oscar Eleni dall’isola norvegese di Sommaroy dove hanno abolito il tempo e se lo hanno fatto loro, luterani sempre puntuali, possiamo farlo anche noi che sappiamo cosa vuol dire se il sole non tramonta per 69 giorni.

Giorni senza tempo se la quattordicenne tarantina Benedetta Pilato fa un record sui 50 rana che interessa il mondo e alla fine ringrazia i professori che la capiscono, se Larissa Iapichino a 16 anni fa meglio di sua madre Fiona May nel salto in lungo.

Deve esserci una luce speciale anche intorno al calcio malnato se un allenatore come Di Biagio, sulla porta d’uscita dal mondo delle nazionali, prima di una partita chiave per la sua under 21 mette in castigo Kean e anche lo squalificato Zaniolo per il ritardo dei pigri: fare uomini, prima che giocatori, in modo che il talento non venga bruciato. Vita. Lezioni.

Le stesse che ci hanno dato Venezia e Sassari nella finale scudetto del basket, anche se sabato soltanto i veneziani veri come il nostro collega Andrea Bosco hanno potuto fare colazione intingendo i baicoli nel vino di Cipro per cantare allo scudetto della Reyer.

Una storia senza tempo se al titolo è arrivata una squadra presa a calci, anche da se stessa, per tutto l’anno. Una storia bellissima come quella di Chuck Jura, che dopo il sax di Charlie Yeleverton è stato onorato dal museo del basket milanese, nelle sale della Cappelli e Sforza prestate dalla polisportiva Garegnano, per le sue straordinarie stagioni nella Milano nata per contrastare i signori del Simmenthal. Viaggio nel tempo come piace a Papetti e alla sua splendida squadra di sognatori. Cercano con fiducia collaboratori per ricerche, trovare materiale, tenere in vita il ricordo del basket senza bragoni e tiro da 3, dove un pivot del Nebraska poteva anche segnare 15 tiri sui 19 tentati facendolo apparire normale.

C’erano il suo mondo, i suoi compagni, uno Zanatta rivitalizzato dal viaggio, Veronesi, Guidali, c’erano, anche soltanto nel sogno, tutti quelli che lo hanno fatto diventare un giocatore migliore come dice Chuck di Sales, Guerrieri, Dante Gurioli, Petazzi. C’erano gli avversari, dal Casalini apprendista stregone di quei tempi, al Maurizio Benatti, il nostro caro Petit Fleur, che adesso vive a Rimini e guida la Malatesta, società dove il basket coinvolge tutte le generazioni e anche il suo figlio ingegnere e per fortuna non missionario.

Notte magica, senza tempo come ha raccontato Tony Cappellari che da Rubini veniva rimproverato perché alle giovanili era sfuggito Zanatta e alla prima squadra proprio il Chuck Jura portato in Italia dall’ex arbitro Germani, ispiratore nel dopo Milanaccio e All’Onestà, favorendo il connubio fra Azeglio Maumary, il nume del miglior GEAS di sempre, e il Caspani che Andrea Tosi ha fatto camminare nel tempo. Lucido, simpatico, con lo stesso riporto di allora. Con la stessa spontaneità anche per spiegare i contratti con Jura, prima firmati, poi raddoppiati soltanto con stretta di mano.

Bella notte, senza tempo, prendendo fiato per una finale scudetto che sarà ricordata per certe prodezze, forse non sempre per il gioco espresso con quella palla saponata, ma di sicuro per gli uomini che hanno fatto rivivere i bivacchi quando la gente del basket non era tutta arruolata nella guardia dei più ricchi e si esaltava per chi sapeva esaltarti.

Una finale, in caverne datate, fra due società che danno e non prendono soltanto. Sassari con la salvezza di Torino, il lancio del Poz sulla nave dove è diventato Master e Commander in poco tempo, facendo crescere la barba e anche l’idea che si può essere geniali senza esagerare troppo. Venezia con i suoi 4000 tesserati, serie A uomini, tricolori, donne, semifinaliste scudetto, bronzo giovanile nell’under 16 vinta proprio sabato dalla Stella Azzurra, sempre lei una miniera per chi ci crede, su Bassano. Scudetto under 18 donne poche settimane prima a Milano. Verità, non balle da narcisi che sfogano le loro frustrazioni sparando di tutto, per far credere che sono soli a lottare contro un mondo crudele ed ingiusto. Sai la novità.

Venezia ha vinto la finale, ma ben prima ha insegnato a tutti che non puoi farcela se in società mancano i legami di sangue che puoi fare soltanto con la gente che ha respirato davvero lo spogliatoio, il dopo partita andata male. Sono necessari il vissuto e uno che viene dal campo come Casarin. Solamente lui poteva fare da paratia stagna per Walter De Raffaele quando la sua Reyer si faceva eliminare, proprio da Sassari, in Coppa Italia dilapidando 17 punti. Solo uno che aveva vissuto davvero il campo e lo sport poteva capire certe partitacce, certi egoismi. De Raffaele dice di aver vinto contro troppi pregiudizi e critiche feroci: lui come avrebbe trattato, da fuori, quella Reyer che anche nei play off, soprattutto a Trento, balbettava e non andava oltre i 60 punti?

Lo capiamo, non lo assolviamo se vuole fare il martire. Ha vinto perché aveva una squadra più completa, ha trionfato per la difesa, per il talento, velluto Daye, colubrina Bramos, ma anche le spallone del Vidmar che ai tempi di Washington, un peso più che un rinforzo, se ne stava in tribuna. Ci ha dato il miglior Tonut, un bel De Nicolao, quel pirata di Cerella, stupendoci con Haynes e persino con Mazzola, dando la muleta nelle mani di Stone che entra nella setta dei poeti estinti, accettando gli sbalzi d’umore di Watt che ha mani dolcissime e nervi fragili.

Sassari è andata a sbattere contro il galeone veneziano, voleva abbordarlo e saccheggiarlo, lo ha fatto per tre volte, ma il tesoro è rimasto sempre ben protetto. Un applauso ed un abbraccio a tutti per aver dimostrato fraterna inimicizia sportiva, ma, soprattutto, come si dirigono società che non potranno mai essere aziende perché sul campo, negli allenamenti, anche fuori, devi occuparti del giocatore come essere umano con le sue paturnie, con amici e famigli magari odiosi, agenti petulanti e invadenti, ma pur sempre figlio della società anche se nato altrove. Far capire, sopportare, risolvere, sperare. Se vinci meglio. Ma anche Sassari che ha perso una stagione così la ricorderà per sempre: era vita, un happening elettrizzante.

Non daremo pagelle.

Solanto un bel 9 alle due società, 8 a De Raffaele per come ha gestito i giorni in cui il galeone non si muoveva perché mancava tutto, soprattutto il vento dell’entusiasmo. Gli avremmo dato anche 9 se avessimo capito il castigo per Biligha che non ci sembra davvero il peggiore dei fioi della nuova Misericordia restituita al nostro mondo dal Brugnaro sindaco e potente proprietario della Reyerità perduta.

7.5 a Gianmarco Pozzecco, vero mago di Oz di un basket che lo aspettava per i coinvolgere tutti come succedeva quando andava in campo coi capelli colorati convinto che i borghesi andassero sbeffeggiati, anche se gli consiglieremmo di rivedere il concetto che tutti i giocatori sono figli per un allenatore, perché allora deve rivedere il concetto di paternità. Ci sono degli ostacoli nella comprensione fra padri e figli. È noto. Ne hanno scritto. Però se questi figli perdono la trebisonda, regalano, nel caso del basket, palloni, allora bisogna poter intervenire, sapendo di essere ascoltati, perché altrimenti i faciloni credono davvero che il Poz non capisca niente, come dice lui, con ironia, per prendersi e prenderci in giro. Lo faceva anche da giocatore. Ma il tutto facile non esisterà mai.

Un brindisi con tutti, Anche con quelli che non ne potevano più di questa rubrica quasi giorno per giorno. Arrivederci agli europei femminili e ai mondiali maschili. Magari alle prime mosse di Messina.

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