I villeggianti, Valeria Bruni e l’Europa senza figli

‘I villeggianti’ di Valeria Bruni Tedeschi non è un grande film, ma tratta grandi temi e nell’epoca del puro intrattenimento l’ambizione merita almeno un po’ di rispetto. Come al solito la Bruni mette prima di tutto in scena se stessa e tutto il suo mondo, in gran parte con attori che coincidono con l’originale: in questo caso l’immancabile madre, Marisa Borini, la sceneggiatrice Noemi Lvovsky, la vera figlia adottiva Oumy e ovviamente lei. La grande villa fuori dal tempo, la famiglia allargata, l’ombra del fratello morto, i tanti non detti: a livello di storia tutto già visto in ‘Un castello in Italia’. E anche le caratterizzazioni dei personaggi strappano giusto un sorriso: Valeria Golino che fa una simil Carla Bruni, Pierre Arditi che fa l’uomo di destra esponendo idee alla Sarkozy, Riccardo Scamarcio che viene ricalcato sull’ex fidanzato della regista, Louis Garrel, più altri riferimenti fra il politico e la cronaca rosa. Ma allora perché ci sentiamo di consigliare questo film?

Fondamentalmente perché butta in faccia allo spettatore due temi di cui si parla malvolentieri, nonostante la loro importanza, perché le risposte giuste sono eversive. Il primo tema è la lotta di classe, mai terminata e forse mai nemmeno iniziata nella storia del mondo. Di sicuro sempre anestetizzata da sovrastrutture di ogni tipo, dalle religioni alla semplice educazione formale. La Bruni ha davvero una bella mano nel tratteggiare le interazioni fra i padroni, la classe media e la servitù: tutti concentrati sui propri bisogni, indifferenti a quelli degli altri e spesso senza nemmeno cattiveria. Tutti insoddisfatti, con un colpevole esterno o del passato.

Il secondo tema è quello della quasi scomparsa dei bambini in senso pratico, ancora prima che demografico. I numeri di Eurostat dicono comunque che in Europa si fanno 1,59 figli per donna (in Italia siamo al suicidio di massa con 1,32), ben sotto la crescita zero. L’osservazione non solo della Bruni e dei radical chic, ma quella di tutti noi, dice che questo minor numero di bambini fa sì che in un contesto familiare allargato i bambini siano diventate piccole attrazioni, a cui aggrapparsi per evitare di pensare che all’orizzonte c’è la morte. Attrazioni che dicono idiozie poco interessanti, come è ovvio che sia per i bambini, ma a cui ci si attacca come simboli di una presunta innocenza perduta. La piccola Celia è nera, come a caricare di esotismo la scelta in direzione della famiglia o comunque delle responsabilità. Un mondo di zii, più che di genitori, che la Bruni racconta con durezza e dolore. Senza molto senso i vari fellinismi, dalla nebbia agli attori che diventano spettatori, così come le citazioni un po’ da festival. ‘I villeggianti’ ha però il pregio di essere un film politico, forse anche al di là delle intenzioni dell’autrice.

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I villeggianti, Valeria Bruni e l'Europa senza figli, 6.2 out of 10 based on 6 ratings

1 commento

  1. m

    Sarebbe da mettere sul muro del cinema. Ma consiglio la visione di “John McEnroe – L’Impero Della Perfezione”, non solo per il tennis: serve a capire come mai alcune/i si ostinino a pensare che il cinema non sia morto.

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