Spotify e la musica da non comprare

Fra Spotify, Deezer, Apple Music, eccetera, è possibile che in molti non si ricordino quando hanno acquistato l’ultimo disco fisico, vinile o CD che fosse. Dal canto nostro siamo comunque rimasti colpiti, un paio di giorni fa in metropolitana, dai manifesti che reclamizzavano l’uscita di un paio di nuovi album di cantanti italiani, di quelli che oggi girano in gran parte delle orecchie degli adolescenti, ormai nella sostanza orientati solo su quel genere che va per la maggiore, ossia trap e dintorni. Niente di male, per carità, il problema è che in bella evidenza oltre agli slogan di ordinanza l’invito non era (come logica vorrebbe) a “comprare” bensì ad “ascoltare”, e chiaramente sulla piattaforma di streaming più popolare, cioè Spotify, e che consente anche una fruizione gratuita, seppure in bassa qualità. E che, a scanso di equivoci, tra un vinile e l’altro usiamo anche noi.

La riflessione che abbiamo fatto è che se da un lato l’impressione è che si dia ormai per scontato che il pubblico non acquisterà mai non diciamo un CD ma nemmeno un singolo brano in digitale (lo ribadiamo, la pubblicità vuole che ascoltiamo), dall’altro tutto questo è un chiaro e triste segnale di resa di fronte all’inevitabile ridimensionamento a cui la musica intesa come il “mercato di una volta” sta andando incontro e (di conseguenza), alla possibile riduzione degli investimenti in future produzioni, sempre più legate all’immagine che a una, almeno sperata, qualità. Qualità che non vuol dire bella o brutta musica, concetto soggettivo, ma musicisti coinvolti, suoni ricercati, tempo dedicato alla creazione e realizzazione in studio…

Senza stare troppo a scomodare le epoche in cui un album di successo vendeva dieci volte tanto quelle di oggi, il vero problema dell’ascolto (che di fatto ormai fa anche le classifiche) rispetto all’acquisto deriva dalla facilità con cui oggi la musica può essere fruita con il minimo sforzo, e gratis, scatenando record che, pur con gli accordi commerciali con le piattaforme di streaming, non hanno tuttavia la stessa valenza di quando la musica si comprava con i sudati risparmi. Che era una scelta difficile e per questo più selettiva e ragionata rispetto ad oggi. Oltre ad essere consumata e vissuta nella sua completezza di forma e sostanza, compresa la lettura dei testi nel libretto. Insomma, vissuta in tutto e per tutto dal sacrificio dell’investimento al godimento del suono. Con il live che non era il fine massimo ma solo uno dei percorsi di una carriera, laddove oggi un disco o presunto tale è invece legato al fenomeno dei firmacopie (ossia tu compri e noi ti facciamo fare l’autografo o addirittura il selfie con il tuo cantante preferito, il CD poi magari finisce in un cassetto… ) e poi se possibile (gaudio massimo) anche al concerto.

Ecco, se certamente il digitale, la Rete e la conseguente facilitazione della pirateria hanno dato una botta al settore che oggi appare come aver sostanzialmente ceduto all’inevitabile, ci chiediamo che cosa passi tuttavia per la testa delle case discografiche che investono in pubblicità quando rinunciano a promuovere l’acquisto del proprio prodotto invitando ad “ascoltare ora”. Appunto, ora… e domani?

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45 commenti

  1. A

    Semplicemente domani avranno altri prodotti da far ascoltare. Il problema al massimo è dei musicisti e non dei produttori.

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  2. L

    forse saro’ troppo ottimista ma considero la situazione di oggi incredibilmente migliore di quella di 20/30 anni fa. Negli anni ’90 e primi 2000 mi venivano proposti album di qualita’ infima a prezzi inaccettabili. Le uniche canzoni decenti gia’ allora le passavano su MTV (e in maniera ossessiva anche alla radio, 10 anni prima) e tutto il resto era porcheria. E per tutti gli anni ’90 spesso dentro a un cd non trovavi uno straccio di libretto, non trovavi i testi delle canzoni, non avevi neanche una immagine particolare sulla copertina o stampata sul cd.

    oggigiorno posso almeno comprarmi la unica canzone decente di un artista, che non deve neanche piu’ produrre un album mettendoci dentro porcate varie o un singolo riempiendolo di trashate che possono interessare solo il super appassionato.

    Quindi per me il mercato e’ migliorato incredibilmente. Spendo pressoche’ uguale a quanto facessi negli anni ’90 ma accedo a molta piu’ musica, nel momento in cui mi “serve” (esempio al lavoro), mentre prima ero relegato inizialmente alle mura domestiche e poi a walkman o cd player portatili con qualita’ probabilmente peggiore di quella che ho adesso.

    sarei contentissimo se fosse lo stesso per i film o i libri. con lo streaming “gratuito” (ma con le pubblicita’). Molta meno pirateria, accesso a contenuti in qualsiasi momento e anche una connessione piu’ diretta tra produttore e consumatore.

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  3. M

    La verità di fondo è che probabilmente la musica in se è sopravvalutata.

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  4. I 9,99 mensili per Deezer sono fra i meglio spesi dei mille miniabbonamentini che ci stanno triturando e non sono contrario alla cultura del singolo, che fra l’altro è antica. Un conto è se la paragoniamo a concept album o album comunque organici, sviluppati intorno a un’idea forte, un altro se pensiamo a i tanti dischi farciti di riempitivi che abbiamo comprato nei Settanta-Ottanta-Novanta, con l’aggravante, nel caso dei CD, di essere anche oggetti brutti… Altra cosa è la modalità di ascolto: se mandi la musica sul computer mentre stai facendo altro inevitabilmente le dai meno attenzione, meno valore, meno tutto…

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    1. L

      ma siamo sicuri che sia un “male”? pare che anche pure andare a messa ti serve anche se non ascolti proprio tutti sacramenti!
      la musica puo’ avere un valore se la ascolti con la totale attenzione o avere un valore come riempimento o come nel mio caso per non sentire le teleconferenze di chi e’ in ufficio con me. Ci vedo forse un valore -diverso- ma non “maggiore” o “minore”.

      Come al cinema: ci puoi andare perche’ vuoi ridere a vedere Lino Banfi che si batte la mano sulla testa o perche’ vuoi trovare la motivazione della tua vita. Valore diverso, ma non e’ che ridere sia peggio che piangere/riiflettere.

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  5. t

    Lorro però dire che negli anni 90 o 2000 era difficile reperire musica di qualità anche no dai.
    In quegli anni mi ricordo indigestione di dischi e live, molto più di oggi nonostante Spotify sempre su on.
    Forse avevamo solo più tempo.

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    1. L

      io ricordo al liceo (si parla di pienissimi anni ’90) una giornata di discussione “seria” sul fatto se valesse la pena comprare un album, visto la quantita’ di tracce indecenti che moltissimi cd contenevano. (al netto delle nostre tasche ovviamente).
      Il gruppo degli outsider si giustifico’ “in proprio” (parliamo di metallari e i punk): il gruppo di noi altri adolescenti, piu’ facilmente accalappiabili diciamo, giunse alla conclusione che pochi album, selezionati, giustificavano l’acquisto. E sono album che hanno venduto dischi a palate, italiani e non. Ma ricordo che “miti” come gli 883, i Green Day, Ligabue (ahahah) facevano dischi dove le canzoni decenti erano 2.
      Quindi significava che il tuo regalo di compleanno/natale/pagella finiva con 2 tracce decenti da mettere in una cassetta di best of…

      poi certo… dischi e live soprattutti di gruppi di quasi adolescenti me ne ricordo tanti anche io.. ma avevo anche quel tempo libero e quell’eta’ per fare quel genere di cose… esistono ancora? mah, forse no. Perdere live con acustica indecente, bagarinaggio ecc ecc e’ una perdita per l’umanita’? forse si, come i dialetti..

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      1. L

        Parlando di Ligabue dissento almeno su Ligabue e buon compleanno Elvis!

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        1. L

          esatto! quello fu uno dei CD eletto “acquisto valido”! vedi che non ce ne sono molti?

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  6. t

    A casa dei miei la cantina è piena di scatoloni con qualche migliaio di miei CD.
    E non credo fossero tutti originali…
    Diciamo che se qualcosa ti interessava non era così difficile procurarselo. C’era anche più gusto, volendo.

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    1. L

      oh siamo pieni tutti di film e musica piratati. Ma non e’ meglio per l’industria che va protetta come dice Morati, se io ascolto su spotify pagandoti tramite la pubblicita’ rispetto che copiando il cd preso dal danaroso della mia classe o pagando 10 euro a quello danaroso che per primo si e’ comprato il masterizzatore?

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      1. t

        Certo, ma rispondevo solo del fatto che all’epoca non ci fosse musica fruibile e di qualità (per uno della mia età il periodo 90-00 è il top). Non era un discorso sul business.

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  7. E

    Capisco tutto, capisco che al lavoro, in auto, mentre si legge un libro, insomma, in contesti simili la musica “liquida” sia la migliore soluzione e io pure ne faccio uso ottimo e abbondante, da spotify a radio online come accuradio (la mia preferita insieme a last.fm). Io però continuo a comprare cd e a volte pure vinili, perché la musica che mi piace veramente ha bisogno di un ascolto intenzionale da un supporto fisico che sia visibile e maneggiabile mentre si ascolta. Conosco pure io (e ne possiedo parecchi) quei cd con tanti riempitivi. Era un fenomeno tipicamente anni ’90 in cui, scoperta la possibilità di riempire con oltre 70 minuti di musica un cd, si infilava robaccia immonda dopo i primi due o tre brani. Fino agli anni ’80 non era così, e pure ai giorni nostri si diffondono sempre più album (li chiamo ancora così) di durata assai contenuta, sotto i 40 minuti per esempio. Non so che dirvi, rispetto e capisco le modalità oggi prevalenti, ma io non so fare a meno di avere sotto mano ciò che ascolto e di prenderlo da uno scaffale per poi rimettercelo.

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  8. G

    Direttore, da un cultore degli anni’80 come Lei, ci aspettiamo a breve un post sul povero Mark Hollis e i suoi Talk Talk.

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    1. Non mi sono ancora ripreso… fra l’altro sono fra la musica meno datata degli anni Ottanta, cinque dischi clamorosi… con ritiro al momento giusto.

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      1. E

        Ecco, per esempio oggi ho rimesso sul lettore cd Spirit of Eden. Album clamoroso.

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        1. M

          Ho scelto lo stesso disco ieri sera in auto (con Spotify dal cellulare), e quando è passata I Believe In You mi è spuntata una lacrimuccia.

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  9. M

    Vero che coi cd si prendevano dei pacchi sanguinosi come il famigerato Daydream nation dei Sonic Youth. Che dio possa perdonarli.
    Oppure Ethereal Mirror dei Cathedral. O Hot Space dei Queen.

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    1. t

      a me l’album della candela era piaciuto…

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    2. m

      su “famigerato” stai trollando, vero?

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  10. m

    Sicuramente con deezer non mi posso ritrovare nella situazione imbarazzante nella quale si è trovato un mio amico che in un negozio di dischi a Pisa, alla richiesta dell’ultimo cd dei Poison, si ritrovò in mano quello dei Boyzone. Che poi a me l’hair metal stava anche sui coglioni, ma la faccia del metallaro con davanti l’ultimo dei Boyzone è ancora lì nella mia memoria.

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  11. D

    Sto con Lorro, gli LP fatti da due tracce e tanta fuffa è un fenomeno intergenerazionale che è sempre esistito nella musica, gli stessi b-Side nei 45’ ripercorrevano lo stesso concetto. Mi fa solo strano citi i Green Day che per quanto pop (alla fine facevano punk da cartoni animati) il primo album Basket Case di tracce apprezzabili ne aveva ben più di due.
    Poi Alvaro ci racconta che col vinile eri obbligato a sentire tutto l’album e quindi avevi la possibilità di apprezzare anche……..la fuffa, ma alla fine è una supercazzola basata sull’abitudine (senti 200 volte un brano e alla fine ti entra in testa. Ho diretto e/o montato videoclip di roba che non avrei mai comprato ma nella settimana del montaggio mi trovavo a canticchiarla: a furia di riascoltarla 300 volte al giorno…).

    Non concordo col Direttore invece sulla questione dell’ascolto. È chiaro che mettersi sul divano la domenica pomeriggio con le cuffie ti fa seguire la musica in maniera più concentrata che averla come sottofondo mentre rivernici il portico di casa, però dipende anche molto come ti predisponi verso la musica. Io sono un po’ di parte perché essendoci nato nella musica per me è una droga di cui non riesco a fare a meno qualsiasi cosa stia facendo, in particolare negli spostamenti (avere pdesdnte i film, dove il protagonista cammina sul marciapiede o guida l’auto e c’è la musica di sottofondo?! Ecco la mia vita è così, non posso fare a meno della “colonna sonora”…), tanto che il mio giorno peggiore è quello in cui mi si rompe il cavo degli auricolari dell’iPhone (in media una volta ogni due mesi, Cupertino merda!…), al punto da costringermi ormai a tenere un paio di auricolari nuovi a portata di sostituzione.
    E mentre ascolto ripasso nota per nota quello che sto ascoltando, come un normale ascoltatore fa sentendo un testo nella propria lingua, per tornare indietro a volte a riascoltare più volte i passaggi più complicati o suggestivi (questo mi capita particolarmente negli assoli o nel jazz…). È anche un po’ una condanna, a volte invidio la gente “normale” che ascolta la musica senza troppe menate.
    In ogni caso, anche se ascolto musica mentre lavo i piatti o riordino casa dò alla musica tutta l’attenzione che merita. Anzi, a volte sono pure contento di avere da fare qualche incombenza spicciola perché mi consente di mettermi le cuffie e regalarmi un momento di musica chiudendomi in me stesso.
    Tornando al discorso iniziale, io sono un feticista quindi mi piace l’oggetto fisico, il libro, il vinile, il cd originale col suo bel booklet, però non dimentico che quando sono arrivati i lettori mp3 i cd originali erano arrivati a costare 38€ l’uno (TRENTOTTO EURO!!!). Ora, per i Rage Against Machine poteva avere un senso ma per gli Harabe de Palo (La Flaca più 7 tracce di merda che non centravano un cazzo con La Flaca, non solo a livello qualitativo ma nemmeno a livello stilistico proprio…) proprio no.
    Ripeto: 38€ per appunto nel 90% dei casi una traccia riempipista, un b-Side outsider carino e 7-8 vaccate buttate lì. Poi al quarto-quinto album ti tiravano fuori il “the Best of”, ammettendo implicitamente che di cinque album se ne tirava fuori a malapena uno…
    Sono pochissimi gli album di musica leggera di cui riesco ad ascoltare tutte le tracce dalla prima all’ultima senza scoglionarmi, robe tipo Back in Black degli AC/DC, Uprising di Bob Marley, Money for Nothing dei Dire Straits, From the Cradle di Eric Clapton, per il resto meglio poter comprare la singola traccia schillaciana del miracolato di turno e via…

    Ps: problema tra l’altro che nel jazz non sussiste, quando una musica è superiore lo è anche in questo senso…

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  12. G

    “il mio giorno peggiore è quello in cui mi si rompe il cavo degli auricolari dell’iPhone (in media una volta ogni due mesi, Cupertino merda!…),”

    Ecco, io aprirei la parentesi sulle cuffiette: le wireless mi sembrano una cagata pazzesca della quale nessuno sentiva bisogno, visto che ti tocca pure ricaricarle almeno una volta Al giorno col rischio che, se ti dimentichi, rimani senza musica a meta’ del viaggio. Tra l’altro ora molti degli smartphones non hanno il jack per cui ti sei tocca comprare le wireless in ogni caso.

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    1. D

      Io ai Wireless non ho ancora ceduto, non fosse altro che per la paura di perderli in giro.
      Comunque per quanto riguarda Apple la qualità dei cavi è vergognosa: ho calcolato che cambi di cavo alimentazione e cuffietta la vita di un iPhone mi costa una volta e mezza il dispositivo stesso…

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  13. A

    Il punto è che le case discografiche non invitano più a comprare la musica (anche liquida) ma ad ascoltarla il che probabilmente significa in tanti casi farlo gratuitamente su Spotify, YouTube (guardandosi il video) o altro. Con tutto quello che ne consegue in termini di soldi che entrano nelle loro casse e soprattutto in quelle degli artisti, e di futuri investimenti. La domanda è infatti se questo ripaghi effettivamente quello che entrava quando la musica liquida non esisteva. Il concetto che sta passando è che si può ascoltare tutto quello che si vuole e può essere fatto senza tirare fuori un euro, pagando solo il prezzo della bassa qualità e di over sentire o vedere pubblicità. Altrimenti ci si abbona. Gli ultimi dati di Spotify parlano a fine 2018 di 96 milioni di abbonati e 207 milioni di utenti complessivi.

    Interessante questo servizio (non so quanto attendibile) per capire quanto incassa in diritti un artista in base al numero di streaming.

    http://www.streamingroyaltycalculator.com/

    Da leggere anche questo articolo

    https://www.rockit.it/news/spotify-contratti-diretti-artisti

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    1. D

      Alvaro, si fa impressione, ma è inevitabile: vista la malaparata le case discografiche fanno di necessità virtù. Cosa dovrebbero fare?!
      Spotify e la pubblicità sulle visualizzazioni di YouTube portano spiccioli che altrimenti nemmeno arriverebbero.
      I CD non li compra più nessuno e addirittura si dice che i soldi discográficamente ormai arrivano con live e concerti e questo ti fa capire come siamo messi male: al netto del costo esorbitante (non a caso…) dei biglietti, storicamente i live e i concerti son sempre serviti per promuovere i dischi, con cui poi si facevano i soldi veri. Questo perché i costi di produzione di un tour o un concerto sono elevatissimi, il che porta margini risibili. Ecco, oggi quei margini risibili (che si cerca di rendere meno risibili con prezzi dei biglietti come detto ormai immorali…) sono quasi l’unica fonte di entrata.
      Chiaro che coi vari iTunes, Spotify e YouTube non si possa fare gli schizzinosi…

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      1. B

        deve essere davvero così visto che sia vecchi arnesi famosi, tipo De Gregori sia giovani in rampa di lancio, tipo i Maneskin, ormai fanno mini concerti ai centri commerciali e firmacopie. e sarebbero quelli con mercato…

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        1. D

          Tra poco li vedrai suonare agli angoli delle piazze, con a terra il cappellino per le offerte e i cd esposti sul tappetino…

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  14. L

    Il prezzo di un concerto per me non è immorale se consideriamo il prezzo di una partita allo stadio di serie a o di un’opera a teatro o di qualsiasi altro spettacolo. I soldi che un quindicenne oggi risparmia nell’acquisto dei CD li chiede ai genitori per farsi due concerti l’anno no?

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    1. D

      No.

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    2. m

      Boh io sono andato a vedere Bob Dylan con 25 Euro. Al picco a Spezia. Vero che adesso Bob Dylan lo troverei al centro commerciale a Brugnato al 5 terre outlet village. Non so.

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      1. D

        Scorrete la pagina fino in fondo:

        https://www.viagogo.it/Biglietti-Concerti/Rock-e-Pop/Marco-Mengoni-Biglietti/E-3212835

        E parliamo di una scorengia nell’universo della musica…

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  15. A

    Ok ma cosa costerebbe mettere sulle pubblicità oltre all’ascolto su Spotify la vecchia dicitura disponibile in CD (ai tempi anche musicassetta), vinile ecc. nei negozi e negli store online? Qui si sta rinunciando comunque a priori…

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    1. D

      Alvaro, ma sei serio?! Si sta pubblicizzando un disco e c’è bisogno di avvisare che c’è in vendita…………….il disco?!
      Come ho detto fanno di necessità virtù e vanno direttamente al punto, dai…..

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      1. A

        Una volta lo facevano… oggi evidentemente spingono solo sullo streaming. Contenti loro.

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        1. D

          Ma non lo fanno perché è scontato, dai…..la pubblicità lancia la novità, e quindi si avvisano gli interessati che ormai comprano sempre meno CD e sfruttano sempre di più lo streaming che li troveranno il disco appena uscito, non mi pare assurda come cosa….se c’è una minchista nella pubblicità italiana è proprio quella delle informazioni scontate: “in tutti i concessionari!…”
          MA VA’?! Pensavo di andarmi a comprare il suv in farmacia!
          Secondo me ti stai incistando su una minchiata, i tempi cambiano e ce ne si deve fare una ragione e te lo dico io che un mese fa ho litigato con un amico che cercava di convincermi (A ME!!!) che la qualità del CD è superiore all’analogico… (!!!)

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          1. A

            Quella sì è una cavolata… analogico tutta la vita.

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  16. M

    Il jazz è come quei romanzi pieni di simbolismo. Talmente pieni di simbolismo che alla fine neanche gli autori del libro
    sanno più quello che vogliono dire.

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    1. D

      Bravo, hai detto la cazzata.
      La verità pura e semplice e che il jazz è la musica di più alto livello in assoluto e non basta nemmeno saper suonare per capirla, se appunto non sei un jazzista, visto il linguaggio musicale completamente differente.
      Quindi si fanno battutine idiote come la tua o come la celebre “rock poche note per tante persone, jazz tante note per poche persone” per curare il complesso di inferiorità del non rientrare tra quelle poche persone.
      Poi certo, anch’io dovessi assistere ad una conferenza su Caravaggio in birmano direi “che barba”, ma non di certo per colpa di Caravaggio…

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      1. M

        Ma, sinceramente a me sembra che tu non abbia colto il complimento fatto richiamando il simbolismo.
        Poi spesso sono persone che hanno fatto il conservatorio, ambiente che notoriamente insegna ad odiare la musica.

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        1. D

          Si, certo, dire che manco i jazzisti sanno cosa cazzo stanno suonando è un complimento ma sono io un cretino che non ho colto…

          Ps: sorvolo sui Conservatori per carità di patria…

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  17. m

    Non ho mai considerato il CD un oggetto brutto, anzi é stata quasi la mia unica fonte di fruizione della musica, al netto delle cassettine nel walkman, dagli anni 90 all’avvento di deezer. Concomitante con il mitico cambio generazionale. Ho 41 anni e non vado certo ad acquistare in negozio sfera ebbasta. Il vantaggio di Deezer é che posso provare ad ascoltarlo giusto per capire i gusti di merda dei ggiovani. Mai sentito nulla di più vuoto.
    Vero che già in quegli anni i dischi più apprezzati erano usciti negli ottanta e nei settanta, salvo rari casi. Per me era normale la copertina libretto, i testi microscopici la custodia che cade, si rompono le cerniere e non chiudi più il CD. Anzi i vinili di mio padre non mi attiravano seppur iniziato alla musica con quelli. Anzi con Storia di un impiegato e Non al denaro non all’amore ne al cielo in loop tutte le domeniche mattina.

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  18. G

    Dane
    https://www.facebook.com/JazzistiDaaRoma/

    Sono anche su Twitter.

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    1. D

      Bellissimo!😂
      Non li conoscevo😝
      Poi va beh, col maledettismo del bepop ci vanno a nozze, roba che Mick Jagger e i punk je spicciano casa! 😉

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  19. P

    da un lato il fenomeno è positivo, non sono più costretto a sorbirmi i riempitivi lati B di tante produzioni che mi interessavano solo per poche tracce, dall’altro ci sono conseguenze nefaste sia da un punto di vista psicologico (la “liturgia” dell’ascoltare un LP) sia qualitativo (chi investe più un anno e mezzo per partorire un disco che sarà consumato come una merendina?). E la musica rispetto al cinema per esempio ha un ulteriore gap, non può essere infarcita di pubblicità e marchette commerciali che spesso permettono a Hollywood di sfornare megaproduzioni che gireranno in sala si e no due settimane… e dire che una volta lo stereotipo di chi viveva di rendita (vedi About a Boy) era quello del cantante che aveva azzeccato un paio di hits e campava di diritti..
    Quanto ai concerti noto che per monetizzare si tende sempre di più a “salottizzare” anche il concerto con pacchetti VIP, merchandise e paccottiglie che lo J Stadium è un posto frugale, il tutto poi con problematiche non da poco… A Maggio ero ad Amburgo a vedere una tappa del US+Them Tour di Waters (ne ho viste 7), un biglietto per il quale mi sono letteralmente svenato (Block 1 , Row 1, seats 1 & 2 praticamente al posto di Clare Torry), le prime 4 file di mummie assolute, tedeschi pasciuti in gita aziendale che a massimo battevano il piedino… Li ho filmati addirittura, tant’è che all’intervallo è uscito un assistente del divino mi si è avvicinato e ha detto testuale “che il sig Waters non era contento e visto che ero uno dei pochi ad agitarsi nelle prime file se davo una mano a movimentare la scena”… Al di la del fatto che, massima soddisfazione musicale della vita (se la gioca con quando sono riuscito a toccare Annie Lennox), alla fine del concerto RW mi ha dato il cinque dicendo “ci hai provato” le riunioni di condominio hanno più calore e sono più agitate…

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