Selfie, una questione di identità

SelfieL’ultimo, straordinario e apocalittico, video di Moby descrive la solitudine dei giorni nostri, con lo smartphone che è diventato l’oggetto centrale del pensiero, dove tutto passa e tutto si distrugge. Un disegno vintage quello che accompagna le note di Are You Lost In The World Like Me, con un ragazzino che si ritrova perso tra le strade in un esercito di esseri umani di qualsiasi età e sesso concentrati sullo schermo luminoso del proprio compagno di vita digitale, in un gioco di contrasti che rimbalzano tra antico e moderno, dramma e apparenza. Un mondo dove solo l’immagine in megapixel con i suoi effetti e la conversazione fatta di emoticons è capace di trasformare una vita disperata in meravigliosa, una prigione dorata all’interno della quale è possibile scorrere con il dito per scegliere apparentemente con chi stare e andare alla ricerca di suicidi da filmare e condividere. Un destino dominato dalla legge del selfie, con l’emblemattica bellona prosperosa che si mette in posa sullo sfondo di un incendio.

Ecco, il Selfie, un tema analizzato nel breve omonimo saggio scritto per Il Mulino dal professore di Psicologia Giuseppe Riva, con il sottotitolo “narcisismo e identità”. Un testo di aiuto per analizzare questo fenomeno dal punto di vista sociale e psicologico, percorrendo la storia della nuova forma di autoscatto, facendo paragoni con quest’ultimo, uniti a una serie di nozioni tecnico cronologiche per capire a che cosa ci troviamo di fronte nell’era di Instagram, Whatsapp e Facebook. Dove il selfie non è solo una fotografia che costruiamo, scattiamo e mostriamo agli altri ma anche uno strumento che chi deve vendere qualcosa può analizzare per indirizzare pubblicità e proposte. Si parte quindi dagli albori del disegno del volto, con citazioni di Plinio il Vecchio che definiva tre funzioni del ritratto – commemorativa, didattica e celebrativa – e che possono ritrovarsi anche nel selfie, per generare rispetto ed emulazione. Si passa poi per il linguista francese Roland Barthes, che delle foto individua le due cose che vi si possono vedere: studium (significati e comportamenti) e punctum (sensazione emotiva). Ma che può andare oltre il narcisismo, perché come spiega Riva si è contemporaneamente oggetto e soggetto, laddove il protagonista della mitologia greca manca delle due dimensioni simultanee.

Ma le cose si fanno ulteriormente interessanti quando si prende in mano la matrice di Johari disegnata nel 1955 dagli psicologi Joseph Luft e Harry Ingham, che modella i quattro livelli in cui si articola il livello di consapevolezza tra io e me e tra soggetto e altro, e si arriva a capire che il selfie è uno strumento per definire quello che siamo o vorremmo diventare. Qualcosa che però non riguarda solo gli adolescenti, come dimostrano gli studi citati nelle pagine successive con distinzioni tra uomini (più orientati al narcisismo) e donne (all’autoggettivazione). E dove il selfie non presenta il soggetto in modo totale, bensì parziale e particolare, mettendoci anche di fronte a tre tipi di paradossi, e a fenomeni come il sexting. In definitiva, mentre emergono problematiche di identità sociale e virtuale, la conclusione di Riva è che i selfie sono una medaglia dalle due facce, positiva e negativa: “comprendere, strutturare e costruire la nostra identità… ma anche assumere identità sociali che non ci rappresentano e ripetere comportamenti stereotipati e vuoti”. Insomma qualcosa da imparare a usare, e saper limitare. Con l’augurio, tornando al video di Moby, di non fare la fine dei lemmings mentre siamo intenti a guardarci o a guardare gli altri…

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11 commenti

  1. M

    Premettendo i complimenti per l’articolo ricchissimo di spunti faccio qualche considerazione:

    – Innanzitutto siamo cavie. Non è detto che nel futuro la situazione di dipendenza dallo smartphone peggiorerà; probabilmente potrebbe anche accadere che alla luce delle risultanze dei danni che provocherà l’utilizzo continuo dello smartphone vi saranno degli accorgimenti da parte di tutti per limitarne l’uso.

    – da poco ho scaricato un’app che si chiama “Moment” che mi dice quanto tempo io passi allo smartphone. Dopo le due ore la fascia-cronometro diventa arancione, dopo le tre ore diventa rossa. Su 12 giorni ho una fascia verde (quindi sotto le due ore), due arancioni e nove rosse. Pur sapendo di avere questa app e quindi pur essendo incentivato ad usarlo meno non riesco quasi mai a stare sotto le tre ore al giorno. E non sono uno che ha la testa sempre sullo smartphone e quando esco molto spesso lo mollo a casa. Arrivare alle tre ore di utilizzo è un attimo. Presumo che chi lo utilizza davvero stia attorno alle 8-9 ore al giorno.

    – sul selfie è stato detto molto. La cosa che più mi fa incazzare è che ormai quando si deve fotografare qualsiasi cosa 3/4 della foto sono occupati dal faccione in primo piano. Fotografi un panda che sta mettendo alla luce un cucciolo in cattività? Perchè ca**o devi metterci anche il faccione?
    Purtroppo la risposta sta nel fatto che è facile cadere nel megainganno globale per cui esisti solo se gli altri ricnoscono che esisti.
    Io so solo una cosa, che quando un mio amico dovette scegliere in cosa specializzarsi gli consiglia psichiatria perchè avrebbe monetizzato parecchio. E spero si ricordi di me visto che sta monetizzando. Se non per farmi un regalo almeno per avermi come paziente 🙂

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  2. Concepisco solo le foto-ricordo in momenti particolari, altrimenti il selfie (boiata che mi imbarazza ed aborrisco) ha per me la valenza citata da Belisario nel suo ultimo punto.
    Lo considero infatti un’aberrazione di moda, come certi capi d’abbigliamento ridicoli (i pantaloni a zampa d’elefante) o alcuni malcostumi imperanti (gli applausi ai minuti di silenzio).
    In ogni caso però, un po’ come il grande fratello, lo considero un grande esperimento scientifico per misurare l’idiozia umana. Difatti colleziono selfie rubati sul web, per sfogliarli nei momenti tristi e farmi due risate…

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  3. G

    Mai fatto un selfie. In compenso mi diverto a fare fotobombing quando esco dal lavoro fra I turisti cagacazzo che provano a farsi i selfies con Big Ben sullo sfondo intasando il marciapiede.

    Altra cosa che odio sono gli #hashtags #davanti #ad #ogni #parola #su #instagram.

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  4. Meno Uno, tu sei uno di quelli che si fa i selfie davanti allo specchio, immortalandoti con lo smartphone davanti al petto. Magari in bagno, dove hai lo specchio grande. E per ritrarti a figura intera sali coi piedi dentro il bidet. Che così rientra nell’inquadratura….

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  5. A

    La foto ricordo, insieme, con qualcuno che correva dopo aver impostato l’autoscatto, si è sempre fatta ma appunto perché ricordo era qualcosa di straordinario e legata a un particolare evento. Il selfie è qualcosa di frettoloso legato a un istante forse più immediato e spontaneo anche se alla fine vedendo il risultato su schermo viene anche rifatto più volte finché non si ottiene il risultato sperato. Io ci vedo molto piacere di compiacersi sperando che si compiacciano anche quelli a cui viene mostrato. Poi ci sono tutte le considerazioni di identità sociale che ci sono sempre state anche quando non esistevano gli smartphone e internet. Che alla fine amplificano sole le opportunità di esibizione.

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    1. Alvaro, partendo da quanto hai scritto si potrebbe aprire un capitolo infinito. Tipo intere bacheche zeppe di “sei bellissima!” a trichechi autofotografatisi vestiti da Sorelle Bandiera, per dire….

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  6. E

    Comprato e letto. Lettura illuminante con osservazioni mai banali. Parla anche del Tardelli 1982 e del Tardelli di oggi commentatore televisivo, e per spiegarcelo cita Roland Barthes che scrive della foto della madre. Se non vi incuriosisce questo…

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  7. P

    Se abbiamo bisogno dei selfie per “comprendere, strutturare e costruire la nostra identità” direi che possiamo tranquillamente estinguerci, e possibilmente con rapidità, che siamo già fuori tempo massimo.
    Sull’uso degli smartphone in generale… l’altra sera sono stato a vedere uno spettacolo. Già il fatto che ci fosse bisogno di una voce fuori campo per invitare il pubblico a spengere i dispositivi e a non fare foto e video durante il suo svolgimento l’ho trovato molto triste. Ma ancora più triste (e per certi versi sconvolgente) è stato osservare il pubblico durante la pausa di metà spettacolo. Quasi la metà della gente aveva la testa chinata in basso con la lucina dello smartphone che gli illuminava il volto. Nemmeno per venti minuti durante una pausa di uno spettacolo questi riuscivano a farne a meno… coppie che non si parlavano perché dovevano controllare facebook, e un sacco di braccia in alto per farsi foto orribili. Saranno stati qualche centinaio di persone col bisogno di costruirsi una identità…

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    1. Panjisao, ti racconto tre episodi:

      – concerto dell’orchestra di mio padre, location esclusivissima, pubblico delle grandi occasioni, avviso in sala di spegnere i cellulari. Mio padre sta per iniziare a dirigere quando squilla il telefono di un tizio, mormorii di fastidio in platea. Il tizio però non si scoraggia, risponde e si mette a parlare. L’orchestra lo osserva con disprezzo, mio padre sorridendo si ferma a guardarlo a braccia conserte aspettando con un sorriso che il tizio abbia finito. Macchè, quello manco se ne accorge e senza porsi minimamente il problema va avanti a parlare…

      – teatro straniero, telefono in sala che squilla, tutti che si fermano indignati. E il telefono squilla, squilla, squilla e va avanti a squillare: quel coglione del proprietario (che poi si scoprirà essere italiano…) nemmeno si accorge che è il suo telefono a squillare, e partecipa pure alla farsa ridendo quando il violinista, in tono polemico, si mette a riprodurre all’unisono la suoneria del cellulare (Nokia, famosissima…).

      – mio concerto, telefono che squilla, smetto di suonare l’improvvisazione con la destra e continuo a tenere il basso continuo con la sinistra mentre cerco con lo sguardo il maleducato in sala. Quando lo trovo vedo che per nulla imbarazzato traffica nelle tasche alla ricerca del cellulare e risponde come se niente fosse, a quel punto ad alta voce esclamo “SE E’ PER ME NON CI SONO, EH?!…” Risate generali, applausi, a quel punto il tizio si alza ed esce mentre prosegue la conversazione: con quel casino non riusciva a sentire, mi son quasi sentito in colpa di averlo disturbato…

      p.s.: sì Meno Uno, sono snob: ammazzati, cafone!

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  8. A

    Lo smartphone è una ‘commodity’ che difficilmente verrà sradicata dalla quotidianità. Il problema è l’uso che se ne fa. Un conto usarlo per semplificarsi la vita, un conto farlo diventare la propria ragione di vita, con la frenesia di comunicare e farsi vedere senza un attimo di pausa, cercando di trovarvi una serenità virtuale che nei fatti è inesistente. Perché poi il video di Moby estremizza proprio tutto questo

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  9. G

    Okay l’analisi sociologica, basta che la si smetta di usare ‘selfie’ quando si parla di Caravaggio come ha preso a fare certa stampa della terza pagina. Una cosa ridicola. Credono, così facendo, di aumentare il numero dei lettori? Mmmmmmmmmmmm. Più facile che perdano anche quei pochi che gli restano.

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