La versione di Cristiano De André

Molti di noi hanno una vita che non raccontano, in genere quella che li segna e che si portano dietro e dentro. Quella fatta di errori e rimpianti talvolta frutto anche delle azioni esterne pure e semplici e inconsapevoli. Quella che gli altri vedono e giudicano senza essere al corrente di pregressi e ragioni. Prima o poi bisogna decidersi ad analizzarla, per stare meglio. E nella sua autobiografia, intitolata La versione di C. (Mondadori Electa), Cristiano de André si rivolge ai lettori ma anche ai suoi figli mettendo insieme infanzia e arte, crescita e confronto, legami e passi falsi. Parlando a suo padre Fabrizio, al quale le pagine sono dedicate e non mancano di riferire e riferirsi con grande cura e fatica per un rapporto così sofferto e assente, con l’alcool che fa di tanto in tanto capolino. E parlando allo stesso Cristiano come uomo e non solo musicista, fin da piccolo vicino alla madre per un legame più che stretto e per certi versi vincolante.

Drammatico in alcuni passaggi delle fitte 200 pagine, che ti fanno tifare per C., come lo chiamava il padre, perché qualcosa si risolva come se fosse una storia da raccontare, il libro scritto insieme a Giuseppe Cristaldi è suddiviso in più parti che si intrecciano e rincorrono. Quella del bambino con i suoi ricordi, che appena adolescente cade nella droga proprio nel momento più importante della crescita. Con tanti episodi di famiglia, a volte divertenti a volte tristi e toccanti. C’è una critica sociale senza mezzi termini, ma anche il racconto della musica paterna senza eccessive celebrazioni, con i personaggi che vi ruotavano attorno e il percorso che nelle notti portava alla poesia e musica. A un Cristiano ancora giovane e circondato da fantasmi non sembrava facile vivere e l’insieme non nasconde ai posteri tutta quella fragilità. Una esaltazione delle cose belle dell’infanzia e del genio paterno sarebbe stata più facile e commercialmente furba, ma in questo libro Cristiano non lesina i tratti più duri dell’esperienza. Con l’unica soddisfazione data al genitore che sembra essere riferita a un grosso dentice pescato insieme.

In La versione di C. c’è anche il Cristiano De André che prende la sua strada di artista, musicista completo come lo abbiamo sempre considerato e, come per tutti cosiddetti ‘figli d’arte’ (orribile definizione), sofferente sotto gli sguardi dei sospettosi incapaci di eliminare i cognomi. Qui si parla dei suoi esordi e dei vari episodi artistici, dei dischi pubblicati, delle canzoni e delle reazioni. Con la seconda soddisfazione data al padre (il 1993 di Dietro la porta). Ma anche, di nuovo, dei problemi familiari che si intrecciano in una fase questa volta non solo verso l’ascendente ma anche il discendente. Il viaggio di Cristiano, diventato a sua volta padre, e il dialogo che inframmezza con chi non sembrava accorgersi di lui prosegue e si apre infine a un nuovo rapporto affettivo e professionale tra genitore e figlio, che poi come spesso accade si dimostra tardivo e chiuso bruscamente con la malattia e quindi la morte. Sullo sfondo di anni di cadute e risalite di Cristiano De André, in primo luogo c’è tanta città di Genova, poi la Sardegna luogo anche del sequestro di Fabrizio e Dori Ghezzi, e in parte Milano. E come giusto che sia, c’è anche molta musica a fare da colonna sonora di un’analisi verso la responsabilità personale di un uomo ancor prima che di un artista.

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1 commento

  1. A

    provenendo dall’ascolto di molti cantautori roots-rock, sono uno dei pochi ad essermi avvicinato a cristiano de andrè – del quale posseggo una discreta collezione di pseudorarità – più per le sue sonorità (in gran parte dovute all’indirizzo della produzione di massimo bubola prima e di angelo carrara poi) che in quanto “figlio di”.

    considero l’accoppiata di LP “l’albero della cuccagna” / “canzoni con il naso lungo” come un buonissimo tentativo di mischiare la tradizione cantautoriale italiana ai ritmi più folk/rock di un certo songwriting americano, strada fra l’altro già percorsa dal nostro agli esordi con i tempi duri.

    paradossalmente ricordo in quel periodo un cristiano timido e impacciato (imbarazzante il suo smarrimento nel trovare una dedica migliore di “ad andrea con simpatia” al quarto disco che gli sottoposi dopo un concerto in fiera a padova) , ma con una propria auotonomia.

    in maniera provocatoria vorrei dire che l’inizio delle recenti discese si ebbe con la partecipazione (splendida) al tour di fabrizio di “anime salve”: il grande pubblico si accorse che il figlio ci sapeva fare.

    poi un bellissimo, per quanto più tradizionale, album (“scaramante”), con riscontro comemrciale scarsetto.

    ok, monetizzare, ma da lì in poi è stato solo un “de andrè canta de andrè”: bello quanto si vuole, ma, immagino, artisticamente, poco gratificante. e vedo, purtroppo, che da lì non ci muove più…

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