Il bar del mondo, fare musica alla Gianni Togni

Chissà se mi ritroverai, cantava nello splendido, omonimo brano Gianni Togni nell’ormai lontano (purtroppo) 1980… E il cantautore romano lo abbiamo ritrovato grazie alla pubblicazione di un disco antico e moderno allo stesso tempo, intitolato Il bar del mondo e uscito a nove anni dal precedente La vita nuova. Non che in questo periodo l’autore di Luna, Semplice, Giulia e innumerevoli altri successi sia stato fermo. Tutt’altro, visto che si è dedicato a diversi progetti (tra i quali alcuni musical, compreso uno dedicato a Greta Garbo andato in scena Stoccolma). Ne abbiamo parlato con lui nel corso di una lunga intervista in esclusiva per Indiscreto. Tra note, strumenti e mondo che cambia.

Partiamo dal presente. Il nuovo album a nove anni dal precedente. Cosa hai fatto nel frattempo e come sei arrivato a realizzare infine Il bar del mondo?

Sono successe tante cose, a cominciare dal tour concluso nel 2007. A quel punto, mentre iniziavo a pensare di realizzare un nuovo disco – per il quale è comunque necessaria un’idea precisa, si deve identificare la corretta strumentazione da usare per ottenere un determinato suono, e quindi dare un senso generale al lavoro – sono arrivate diverse proposte e progetti da realizzare. Tra queste quella del musical Poveri ma belli con la regia di Massimo Ranieri sul quale mi sono concentrato per alcuni mesi: scrivere trentadue musiche, ventotto testi, arrangiamenti per orchestra sinfonica, rock e jazz e, nel mentre, dover assistere anche alle audizioni. Insomma, una fatica immane – mentale e fisica – che mi ha impegnato anche nei mesi successivi al debutto per poter affinare il risultato. Successivamente, ho cominciato a lavorare alla rimasterizzazione della mia discografia, partendo da pile di nastri a 24 e 32 tracce e non so quanti quarti di pollice da rigenerare e trasferire in digitale. Nel frattempo ho sviluppato l’idea del Musical Europa Festival, con la prima edizione svoltasi a San Benedetto Del Tronto nel 2012. Un grande successo che ha richiesto mesi di lavoro e organizzazione. Finalmente ho poi potuto cominciare a lavorare al nuovo disco cominciando da una serie di appunti che avevo preso nel corso degli anni precedenti.

Mi sembra un disco piuttosto variegato che suona ‘vero’, addirittura antico, e cinematografico, da colonna sonora, uscito direttamente dagli anni Settanta…

La sensazione è corretta, ed è stato qualcosa di voluto. In Il bar del mondo ci sono dentro i King Crimson, Crosby, Stills, Nash and Young, i Pink Floyd, c’è David Bowie… I miei riferimenti, del resto, non li ho mai nascosti anche perché oltre a essere un musicista sono anche un grande ascoltatore. Io provengo da una scuola fondamentalmente anglo-americana, compongo in finto inglese mentre l’italiano arriva dopo. E quando inserisco il testo lo faccio attentamente, cercando di seguire la metrica dell’inglese inventato. Per questo le mie canzoni sono ricche di tronche, cosa non semplice da fare nella nostra lingua. E tra significato e significante preferisco piegare il primo alle esigenze del secondo. Adoro il suono, non posso farne a meno. Così in sala d’incisione non uso i suoni campionati, sintetizzati… lavoro ancora con il vecchio banco analogico. Il computer è certamente una comodità per la pre-produzione, che diventa più economica e permette di studiare attentamente e rivedere il lavoro fatto eliminando la necessità di session continue. Poi però si devono chiamare i musicisti veri ed è tutta un’altra storia.

Puoi raccontarci qualcosa in più degli strumenti usati per suonare in Il bar del mondo?

È un lavoro dove le tastiere sono assenti, mentre posso citarti la presenza del pianoforte preparato. Si tratta di un pianoforte a coda sulle cui corde vengono posizionati, in determinati punti, degli oggetti quali pezzi di metallo, fogli di carta, biro, matite… una tecnica che permette di generare effetti molto particolari, mentre altri tasti suonano normalmente. Chiaramente bisogna studiare prima il risultato che si vuole ottenere e quindi preparare lo strumento. Poi ho usato molto le chitarre, applicato echi e risonanze. E l’orchestra, archi compresi.

Proprio sull’uso degli archi penso ad esempio a un brano come La comparsa

Tutto nasce dal lavoro fatto a Praga per Poveri ma belli. Parte di quanto realizzato con l’orchestra sinfonica era rimasto fuori dal musical e quindi ho ripreso le partiture, le ho re-incise e poi ho composto i brani su di esse. Insomma un meccanismo contrario rispetto al solito. E La comparsa è sostanzialmente un valzer, il quale, con i suoi tre quarti, è proprio l’asse portante del rock. Basta sentire i brani di Neil Young o, in Italia, di Ligabue che fanno entrambi grande uso di questo ritmo. Del resto le radici restano sempre ben conficcate nel passato, anche ascoltando i dischi usciti negli ultimi anni si nota come molti stiano tornado alla psichedelia dei Settanta, chiaramente riletta con gli occhi di oggi. E lo stesso vale per il blues. In generale non si inventa nulla ma si può donargli un aspetto diverso, reinterpretandolo.

L’album è uscito anche in vinile. Perché questa scelta e quanto c’è di analogico e di digitale nella sua lavorazione?

L’analogico passando da testine varie ha delle imperfezioni, così come le ha un amplificatore a valvole rispetto a uno a stato solido. Ma è proprio quella imperfezione che consente al musicista di sentire le armoniche che mancano nel digitale, non essendoci una conversione e riconversione. È per questo che per Il bar del mondo ho deciso di fare tre masterizzazioni distinte. Una per il download digitale a +12db, qualcosa di assurdo ma destinato all’ascolto in cuffia del telefono e via computer. Una seconda per il CD e infine una terza a -12db per il transfer su vinile, fatta a Londra. Di norma, purtroppo, molti scelgono di affidarsi una masterizzazione unica per tutti i supporti perché costa meno. Ma il risultato si sente.

Ci puoi raccontare come scrivi, componi e poi arrivi alla canzone finale? Quanto tempo ci vuole a realizzare un brano e in cosa differisce il musical rispetto alla forma canzone?

Normalmente scrivo di getto. Parlando del musical è chiaro però che prima devo avere chiara in mente la scena intera su cui lavorare perché poi tutti si baseranno su quella musica, dal regista allo scenografo al coreografo. E devo anche tenere conto di quanti saranno gli attori partendo da un canovaccio. Il disco è tutta un’altra cosa. Lo immagino, decido quale mondo voglio toccare e dopo questa fase che può essere anche lunga agisco in fretta e di solito compongo un brano in un paio d’ore per poi trasferirmi in sala di incisione. Del resto lo studio oggi non è più solo il luogo della regia tecnica ma un mondo per continuare a lavorare su quanto già scritto. È un luogo creativo per lavorare agli aggiornamenti, mettere a fuoco la strumentazione, il tipo di atmosfere e dove far maturare anche i testi. Quando li scrivo cerco di trovare una corrispondenza tra la vita e l’isolamento, tra il sociale e il privato e quindi di rubare quello che c’è in giro. L’arte è, di fatto, una sorta di furto, si prendono cose che gli altri non vedono ma che sono davanti agli occhi di tutti e poi, tramite la propria cultura e fantasia, viene restituito frullato in un mix personale. Per la musica oggi parto dal concetto che non mi interessa più passare per radio: non ho più 20 anni, non avrò più il successo di 30 anni fa e penso di poter fare e dire qualcosa ancora soltanto se ho il coraggio di essere me stesso. Anche per questo essere indipendenti è importante. Io non ho i mezzi economici delle multinazionali le quali, se avessi proposto loro Il bar del mondo, lo avrebbero rifiutato giudicandolo troppo costoso. Ma io ho preferito non comprarmi un’auto nuova ed andare in giro con i mezzi pubblici o il car sharing, investendo in questo lavoro. Detto, tra l’altro, che quando ero giovane dovevo fare un disco all’anno per contratto ma oggi una cosa del genere non può farla più nessuno visto che di dischi non se ne vendono più come prima.

Come sono nate le idee sui quali si basa il nuovo lavoro?

Può sembrare curioso, ma un grosso aiuto mi è arrivato dalla ristrutturazione di casa che mi ha costretto a trascorrere molto tempo nel bar sotto, in strada… mi portavo i taccuini per prendere appunti sui personaggi che lo animavano. Un teatro pazzesco, che nemmeno il più grande drammaturgo avrebbe potuto immaginare: da lì sono nati i personaggi del disco. Del resto una volta chiesi a uno sceneggiatore cinematografico perché oggi non si scrivono più film come quelli del dopoguerra. La sua riposta è stata che un tempo andavamo in autobus e osservavamo la realtà. Ecco, è proprio questo che ho cercato di fare.

In Il bar del mondo c’è una canzone intitolata Nel ’66. Qual è la sua origine?

Nasce dalla storia dell’artista inglese John Hopkins, rappresentante della scena underground londinese e scomparso all’inizio di quest’anno. Ho voluto raccontare, anche grazie alla testimonianza di chi lo ha conosciuto, quanto effettivamente gli girava intorno. Anche perché io ero troppo piccolo per averlo vissuto veramente.

Qual è il tuo giudizio sui talent show? Pensi che sia veramente la strada giusta per lanciare nuovi talenti e secondo te sarebbe possibile (o auspicabile) realizzarne uno incentrato sugli autori e compositori?

Ammetto di non seguirli molto, più per questioni di tempo che per altro. Ma da quel poco che ho visto mi sembrano dei grandi karaoke di lusso. Mi chiedo che senso abbia far imparare a memoria delle canzoni… con oggi che sono tutti interpreti. Ma gli autori dove sono? Io sono un discreto pianista e chitarrista e se mi metto a studiare posso tranquillamente imparare alla perfezione un pezzo, ma non andrei certamente a partecipare a un talent per musicisti… Vedrei invece volentieri un talent per cantautori, ma non credo che convenga alle grandi case discografiche. Ogni multinazionale ha infatti il suo giro di autori che viene coinvolto quando vengono lanciati i dischi di inediti dei partecipanti ai talent, con la promozione televisiva che è già assicurata. Come farebbero altrimenti a lavorare?

Ci puoi raccontare qualcosa dei tuoi inizi? 

Ho iniziato a suonare da bambino con una chitarrina Eko regalatami da mio padre e il pianoforte scordato di mia nonna, avendo alla base una gran voglia di fare e creare. Ho imparato così. Quindi ho proseguito esercitandomi sui pezzi di Bob Dylan, di Donovan, traducendoli e suonandoli a mio modo, per successivamente cominciare a scrivere delle mie canzoni. A diciassette anni sono entrato al Folkstudio facendo un provino un po’ per caso, e dovevo presentare due brani alla settimana. Lo raggiungevo in autobus, viaggiando sulla linea 62 che non passava mai. Un mondo dove esistevano ancora dei veri talent scout che giravano per la città a sentire i nuovi artisti e così ho realizzato il primo disco, In una simile circostanza, molto politico e arrabbiato, con una serie di jazzisti della scena romana come Bruno Biriaco, Carlo Siliotto, Patrizia Scascitelli e Maurizio Giammarco. Oggi chi investirebbe su un ragazzino in quel modo facendolo registrare in una grande sala d’incisione, quella della allora RCA, con musicisti di quel calibro? Fu un insuccesso clamoroso che però mi fece conoscere e mi portò a fare da supporter ai Pooh per tre anni, dovendo scrivere rapidamente delle nuove canzoni da proporre. Andò benissimo: io su uno sgabello, la mia chitarra, un microfono davanti al sipario chiuso. Successivamente realizzai un disco prodotto da Red Canzian e mai pubblicato per via del fallimento dell’etichetta, poi nel 1979 incontrai Giancarlo Lucariello. Da lì nacque il successo di Luna, un brano che era stato rifiutato da tante case discografiche e contenuto nell’album “…e in quel momento, entrando in teatro vuoto, un pomeriggio vestito di bianco, mi tolgo la giacca, accendo le luci e sul palco m’invento” del 1980. La promozione la feci con un tour di interviste radiofoniche in tutta Italia, una novità per quei tempi.

Qual è oggi il ruolo delle radio?

Rispetto al tempo della radio libere è cambiato molto. Il problema principale è che oggi fanno una selezione incomprensibile per cui trasmettono la stessa musica ed è impossibile sentire, ad esempio, gruppi eccezionali come i Dark dark dark o gli Sweet Billy Pilgrim. Un tempo invece girava di tutto, si potevano ascoltare Gianni Morandi così come Bob Dylan i Jethro Tull e Rita Pavone, i Genesis, i New Trolls, i Led Zeppelin… Ma oggi le radio hanno un business grandissimo con determinate case discografiche e la scelta è limitata. Questo però vuol dire influire anche sulla cultura in generale.

Cosa ne pensi a questo proposito di Facebook come strumento di comunicazione?

È un fenomeno strano, la gente scrive quello che sta cucinando in quel momento. E gli altri guardano e commentano… Posso citare una canzone di John Howard, un cantante che esordì nel 1975 con scarso successo per poi essere riscoperto alla grande di recente e tornare con il progetto John Howard & The Night Mail. Ecco lui in un testo dice nella sostanza che Facebook è il ‘pisciatoio del ventunesimo secolo’. In parte ha ragione, perché è uno strumento molto populista: basta dire qualcosa e si scatena un applauso popolare o una critica senza però contenere qualcosa di veramente approfondito.

Le ultime domande le riserviamo ad alcune tue canzoni storiche, partendo da Luna che ha certamente segnato un’epoca ed è entrata di diritto nei classici della nostra musica. Come è nata e quanto è stata pesante (e se lo è stata) l’eredità di un brano di questo tipo sulla continuazione della tua carriera? 

Posso dirti che se guardi il 45 giri di Luna non esiste lato A e B. L’altra canzone è Chissà se mi ritroverai e dal punto di vista puramente marketing non avevamo pensato a quale fosse il brano principale del singolo. Luna, come ho già detto, fu rifiutata da diverse case discografiche e non è una canzone d’amore bensì ispirata a un barbone della metropolitana di Milano. Di fatto la scelta del termine ‘oblò’ nasce dall’esigenza di avere una parola tronca, visto che in origine dovevo usare appunto ‘metrò’. Chissà se mi ritroverai invece rientra nell’aura di malinconia che mi ha sempre avvolto. Che non significa tristezza, ma ad esempio il non vedere più qualcuno in un’epoca in cui non c’erano telefonini, internet e sparire era più facile. L’anno dopo uscì Semplice che vendette ancora di più, poi fu la volta di Giulia, Vivi, Per noi innamorati... tutte canzoni molto diverse tra loro considerato che non mi sono mai preoccupato di ripetermi per avere successo, e i temi nascevano dall’osservazione della realtà. Vivi ad esempio è la storia di una ragazza che vuole fare teatro.

Questo approccio esce bene da un’altra canzone come Maggie

Esattamente. Maggie era l’ultima hippy, una ragazza che partecipava a manifestazioni. La scrissi insieme a Guido Morra, autore di diversi miei testi e conosciuto ai tempi della scuola, come risposta al fenomeno dei paninari. Per me gli anni Ottanta erano il contrario di quelli da me vissuti, dove l’importante era socializzare, anche se poi bisogna ammettere che ci furono delle degenerazioni violente. Negli anni Ottanta invece il mondo di riferimento era quello del lusso, dell’individualismo, delle carte di credito. E io avevo l’ingenuità di quelli che ancora ‘ce credono’ contro chi invece puntava solo all’arricchimento personale. Probabilmente hanno vinto questi ultimi ma io continuo a vivere come penso sia meglio.

Un mondo che descrivevi anche in un brano gioioso come Voglia di cantare

Questa canzone è dedicata all’Estate Romana inventata da Renato Nicolini, che ho voluto raccontare come se si trattasse di una grande festa. Era una manifestazione con tanti artisti di strada, una rassegna di cinema gratuita, i primi concerti nelle piazze e stare a Roma d’estate era meraviglioso…

Quali sono i tuoi progetti futuri? Pensi di fare un tour?

Non mi piace ripetermi e piuttosto che un tour sto considerando l’idea di un’operazione particolare anche grazie a un suggerimento arrivato dal Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Faremo concerti per clarinetti, pianoforte preparato, percussioni e voci jazz… l’idea è di portare tutto questo in giro per l’Italia. Sto anche pensando a qualcosa su quell’album mai uscito…

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Il bar del mondo, fare musica alla Gianni Togni, 9.2 out of 10 based on 11 ratings

1 commento

  1. E

    Splendida intervista. Grazie Paolo, continua con questi “recuperi”, non susciteranno lo stesso numero di commenti del caso Marquez-Rossi ma ti assicuro che la maggioranza silenziosa ti segue. Mi ha commosso l’osservazione di Togni sulle radio di allora e quelle di oggi, che sono ormai una heavy rotation di quanto di più insulso ci sia in giro.

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