La tazzina di Jack La Cayenne

Qualche anno fa, durante una trasmissione televisiva sul modello di Serata d’Onore, il conduttore individuò, seduto tra il pubblico, Jack La Cayenne. Esistono artisti ai quali basta una canzone, un’apparizione in TV, una parte in un film per intagliare il proprio nome nella memoria dell’industria dell’intrattenimento. Ad altri, invece, non basta un’intera carriera per discostarsi dall’essere un volto vagamente noto e ricorrente, a cui spesso si fatica ad associare un nome. La parabola di Alberto Longoni da Giussano, nome d’arte Jack La Cayenne, pare compendiare entrambi questi fattori. Mimo, ballerino, attore, fantasista: sebbene dal Dopoguerra alla fine degli anni  Ottanta il suo nome ricorra frequentemente all’interno dello spettacolo italiano, per tanti rimane l’omino che, durante il varietà Non Stop di Enzo Trapani, si mangiava una tazzina da caffè.

   Primo di quattro figli, orfano di padre da bambino, comincia prestissimo a lavorare per aiutare la famiglia: garzone di un panettiere, pasticcere, muratore, gelataio, operaio in falegnameria e linotipista. Le professioni che svolge per portare qualche soldo a casa sono le più disparate, la sua vera passione resta invece sempre la stessa: il mondo dello spettacolo. Nei ritagli di tempo partecipa a gare per dilettanti dell’avanspettacolo e si propone ai vari locali milanesi come ballerino, cantante, tuttofare. Il suo palcoscenico è la Milano di fine anni Cinquanta, nella cui aria si respira il desiderio di ricominciare per lasciarsi completamente alle spalle le devastazioni della guerra. I ragazzi guardano oltre frontiera, con l’ideale di un’America patria della modernità, assaggiata nei film proiettati nei cinema e nelle prime canzoni rock trasmesse dalle radio e dai juke-box.

   Nel 1958, al Teatro Nuovo di Milano, viene organizzato il “Processo al rock”, una manifestazione che si propone di osservare da vicino questo nuovo fenomeno dell’Italia giovanile, che permetterà ad alcuni talenti di confrontarsi, per la prima volta, con un pubblico ben più numeroso di quello delle balere o dei night club. Jack La Cayenne, che già si è ritagliato una fetta di popolarità in città, non può mancare; poco prima di entrare in scena, però, sorge un problema. Utilizza solitamente due nomi d’arte differenti, al fine di evitare possibili frizioni fra un locale e l’altro: al Palazzo del Ghiaccio si esibisce come Jack La Cayenne, all’Aretusa come Torquato il Molleggiato. I cartelloni del Nuovo riportano proprio quest’ultimo nomignolo, ma, al momento di entrare in scena, sceglie di privilegiare quel “Jack La Cayenne” grazie al suo sapore un po’ esotico. Subito dopo la sua esibizione sale sul palco un giovane orologiaio di origine pugliese, specializzato nell’imitazione di Jerry Lewis, che si dimena forsennatamente a ritmo di musica. I giornalisti, tratti in inganno dai manifesti originali, credono sia lui il Molleggiato promesso dalle locandine e gli appiccicano il nomignolo destinato prima a distinguerlo e poi ad accompagnarlo per tutta la sua lunga e fortunata carriera. Molti avrebbero covato un sordo risentimento, valutando il successo del compagno come rubato al proprio. Lui invece rimarrà amico di Adriano Celentano, collaborando a molti suoi film, fino a ballare e curare le coreografie di una pellicola folle e psichedelica come Yuppi Du.

Jack La Cayenne si dimostra incapace di invidie e rancori: attraversa la vita con la levità di chi ha sofferto da piccolo ed è stato costretto a crescere in fretta. A inizio anni Sessanta, mentre gli amici Gaber, Iannacci, Renis, con cui aveva condiviso gli esordi iniziano a mietere consensi, si sposa e con la moglie, Vanna Rovelli, dà vita al duo di ballerini e cantanti Jack e GelsominaSi esibiscono all’Ed Sullivan Show, all’Hollywood Palace con Dean Martin, al Desert Inn di Las Vegas volando poi verso Londra, Tokio fino al Lido di Parigi. I consensi e le soddisfazioni professionali però non si affiancano all’armonia coniugale così, a metà degli anni Sessanta, decidono di separarsi e tornare in Italia.

Jack La Cayenne si divide fra il teatro, l’avanspettacolo del Bagaglino con Pippo Franco e Laura Troschel, e il cinema. In un episodio di “Di che segno sei?” mette a punto lo sketch della tazzina, che pochi anni dopo lo renderà indimenticabile. Non Stop, vero antesignano del Drive In con il suo ritmo indiavolato di scenette una in fila all’altra comandate da un regista geniale e innovativo come Enzo Trapani, diviene la sua ribalta per sfondare presso le platee televisive e agguantare un successo di massa.

L’anno dopo, nel 1978, Antonello Falqui lo vuole nel suo “Ribaltone”, il primo show televisivo  italiano con luci prodotte da un laser, del costo di 10 milioni delle vecchie lire (per comprendere l’enormità della cifra, accettata a fatica dai dirigenti RAI dell’epoca: un Rolex cronografo Daytona costava 588.000 lire e una Golf Volskwagen 1.200.000 lire). Il team degli autori così come i protagonisti maschili, Pippo Franco e Oreste Lionello, sono cooptati dal Bagaglino: Jack li conosce bene e con loro mostra un’ottima intesa. Quando i giornalisti domandano a Falqui chi potrebbe risultare la rivelazione del programma, a sorpresa non risuona il nome di una delle sorelle Goggi, ma proprio quello di Jack La Cayenne. Si tratta probabilmente del suo lavoro televisivo più riuscito, in cui pare libero di giostrare lasciando emergere tutto il suo talento di mimo e di attore. Ha una comicità dolce e delicata, a tratti screziata di malinconia, con rimandi a Buster Keaton e Charlie Chaplin.

In Italia è uno dei pochissimi a potersi accostare a questi modelli, ma, per la maggioranza degli italiani, questo tipo di comicità risulta alieno. Nonostante le critiche positive dei giornalisti e il consenso del pubblico non riesce quindi a smarcarsi dal ruolo di caratterista e spiccare il volo. Nel frattempo si risposa, ha due figli e, con l’inizio degli anni Ottanta, le sue apparizioni iniziano a diradarsi. Quando il conduttore, durante la trasmissione simile a Serata d’Onore, lo indicò alle telecamere invitandolo ad alzarsi, rispose all’applauso quasi timidamente, per poi carezzare con un’occhiata dolcissima la moglie seduta accanto a lui che lo osservava orgogliosa. Sembravano due persone felici.

Fonti:
– Radiocorriere TV
– Gente n. 48 del 02/12/1978
– orticaweb.it

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3 commenti

  1. Brava Fiver, tocco vellutato ed ispiratisso.

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  3. Enrica, non devo dirti nulla, vero?!… 😉

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