I piattini di Edoardo Raspelli

Tutti gli italiani conoscono Edoardo Raspelli, anche quelli non appassionati di cucina. Qualcuno avrà letto di lui anche per la recente polemica con Mediaset, che lo ha fatto fuori dalla conduzione di Melaverde. Noi abbiamo sentito parlare per la prima volta di Raspelli diversi anni fa, quando si mise una sonda blu nel deretano, o qualcosa del genere. Ci dissero che era uno forte con un palato finissimo. Sarà senz’altro vero, ma nella vita la prima impressione conta sempre molto: parliamo di Raspelli come di un critico famoso, ma nella nostra testa rimarrà sempre quello con la sonda blu nel sedere. È un’immagine che non se ne va, scusateci. Il personaggio è difficile e soprattutto non accetta critiche, pur essendo un critico. Lui è lui, un gradino, anzi, due, sopra Dio o giù di lì. Una quarantina di anni addietro passava per uno influente (e lo era davvero), ora lo è di meno. Forse proprio per questo cerca di far parlare di sé in tutti i modi e nel livoroso micromondo dell’enogastronomia spesso ci riesce. Anticipiamo subito i suoi pretoriani (sì, esistono i pretoriani di Raspelli), con i loro “Chi vi credete di essere”, “Non sarete mai alla sua altezza” e “Vergognatevi a criticare uno come lui”.

Una storia recente, che ha destato molte reazioni (sempre nel micromondo di cui sopra, non stiamo parlando di Trump e Putin). Raspelli va a mangiare da Terry Giacomello, cioè l’unico italiano che abbia lavorato accanto a Ferran Adrià: piaccia o no, Giacomello con il leggendario chef catalano è stato quattro anni e mezzo. Da tre anni lavora a Parma, all’Inkiostro, di proprietà di Francesca Poli. Dunque, Raspelli si siede e chiede tre piattini scelti dal menù degustazione. Tre su quattordici. Gli dicono: guardi che sono piccoli, fanno parte di un menù di quattordici portate, per forza di cose le quantità sono ridotte. Non occorre essere frequentatori di ristoranti stellati per intuire un concetto del genere. Lui insiste e Giacomelli dice: “Va bene, se lei preferisce così…”. Raspelli ordina altre due, tre cosine, si alza assieme alla compagna e se ne va. Giorni dopo scrive su La Stampa un articolo in cui attacca Terry Giacomello per le porzioni, non riuscendo a criticare altro (peraltro non ci sarebbe stato nulla di male: tutti sono criticabili, grandi chef compresi). Nota per chi non segue le follie di questo ambiente: già nel 2002 Raspelli aveva scritto di Giacomello in maniera negativa.

Nell’articolo Raspelli si lamenta in generale della cucina moderna e delle porzioni, dimenticandosi che al mondo esiste anche gente che la vede diversamente. E se lui ama le porzioni da camionista l’opinione è rispettabile, ma non è che tutti la devono pensare come lui. Con il suo sondino recensisca le trattorie per camionisti, non l’alta cucina. Il problema è proprio questo: la gente come Raspelli non prende nemmeno in considerazione che possa esistere un’opinione diversa dalla propria. Perché Raspelli ce l’ha, fuori tempo massimo, con Giacomello e l’alta cucina? Leggete qui, non facciamo altro che un umile copia incolla di un suo articolo dove raccontava felice come un bambino il suo leggero e austero pasto natalizio: “Culatello di Zibello artigianale, prosciutto crudo di Riano, di San Daniele e di Norcia, giardiniera di Penango d’Asti, scaloppa di fegato grasso, storione allevato a Cassolnovo, caviale di Calvisano, salmone irlandese, grana padano, spaghetti di Lari, gallina ripiena, costata chianina di Toscanella di Dozza, lenticchie di Col Fiorito, panettoni di Costabissara e di Isola Rizza, mandorlato di Dolo di Venezia, torta di nocciole di Cortemilia, violette candite di Borgo San Dalmazzo”. Forse scrivendo di fretta si è dimenticato qualche pietanza, ma quelle citate basterebbero comunque per sei Natali di un medio cittadino occidentale.

Ed è qui che nasce il vero problema: uno che ama, legittimamente, questo tipo di cucina, riesce ad apprezzare ciò che fa Adrià? Per noi no. Come ha scritto in suo post Francesca Poli: “Raspelli non ha gradito il tipo di cucina che proponiamo”. E te credo. Chi si ingozza di salsicce e si macchia di ragù sulla canottiera ha tutto il nostro rispetto e immaginiamo anche il vostro, nelle serate di Champions League non c’è niente di meglio, ma come fai a passare dalla gallina ripiena ai piatti di Adrià e Terry? È assolutamente impossibile, per non dire dell’immagine che uno dà si sè. Dimenticavamo: nello stesso articolo Raspelli, felice come un bambino, dice che durante quelle feste ha messo su cinque chili. Soltanto?

Questa pare una parodia, invece stiamo parlando della critica gastronomica italiana che fino a pochi anni fa dettava legge e condizionava l’andamento o la chiusura di un locale. Critica abituata ad ingoiare pure le sedie, a mangiare i tappeti per dolce, che adesso va da un allievo di Adrià e non gli contesta i singoli piatti, ma proprio il tipo di cucina in generale. Per decenni lui e altri della stessa generazione hanno terrorizzato i ristoratori e gli chef. I quali, per il timore di venire tartassati e trattati male si sono sdraiati per terra, offrendo cene e soggiorni, salumi e formaggi: ecco, un po’ di voltastomaco ti viene. Certo, ci hanno spiegato, questo è il sistema. E spesso i ristoratori ne sono stati complici.

Per concludere l’argomento del sondino blu, siamo andati a cercare l’articolo: per chi non l’abbia letto ai tempi (era il 2010) eccone uno stralcio. In pratica Raspelli ha la geniale idea di proporre a Mediaset un reality sul suo sondino blu che si trasforma in palloncino una volta arrivato nello stomaco: “Venerdì 24 alle 11, all’ospedale Policlinico di Milano, prima al padiglione Beretta Est e poi allo Zonda, il dottor Ezio Lattuada (della Società italiana di chirurgia dell’obesità e delle malattie metaboliche) con i suoi colleghi inseriranno nel mio stomachino un palloncino ripieno di acqua blu che dovrebbe farmi dimagrire.. Il tutto sarà ripreso dalle telecamere di Videonews (direttore Claudio Brachino) che per Canale 5 preparerà un reality che seguirà il mio auspicabile massiccio dimagrimento dall’intervento in poi per: Raspelli, il Gastro Reality”. Strano che poi il reality non sia andato in onda… Quale spettatore non avrebbe voluto sedersi sul divano dopo cena e godersi il palloncino ben fissato nello stomaco del nostro? Anzi, come scrive lui stesso, nello stomachino. Auguri per la diminuzione di peso, mentre di sicuro non diminuirà l’ego, come già aveva notato Aldo Grasso.

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22 commenti

  1. U

    “ma come fai a passare dalla gallina ripiena ai piatti di Adrià e Terry?”
    Me lo chiedo anche io..
    🙂

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  2. F

    no, ma per capire….

    la sonda l’ha messa nel sedere o nello stomaco? no perche’ per arrivare allo stomaco se l’ha messa nel sedere la strada è un po’ troppo lunga ed impervia

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  3. E

    e io invece dissento 🙂
    si può benissimo apprezzare sia la gallina ripiena che i piatti di Ferran Adria 🙂

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  4. L

    Ah ah ah gobbo immaginavo che il primo commento fosse il tuo. Scherzi a parte abbastanza scorretto se chiedi dei piatti che fanno parte di una degustazione eppoi ne critichi la quantità di cibo, però mi chiedo, esistono solo menù degustazione in questi posti stellati?

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  5. U

    Leo
    Si si..si tratta di 2 mondi diversi e quindi non puoi giudicarli col metro dell’altro

    Vale per raspelli e vale per antognoni che parla di chi si insozza di sugo

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    1. L

      Ma infatti quando leggo si insozza di sugo mi chiedo se Dominique ha mai mangiato la pasta al sugo… 😉

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  6. Secondo me si possono capire entrambi i mondi, basta usare un diverso metro di giudizio. Posso anche guardare per un minuto la gara delle schiacciate all’All Star Game, ma mi diverto di più ad ascoltare due allenatori che parlano di tattica (vale anche il contrario, per altri appassionati).

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    1. E

      ecco direttore, tanto per dire: mi diverto più a vedere una finale di A2 che l’All Star Game…
      certo, un Imbrò ha un talento diverso di un Steph Curry

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  7. m

    Veleni telecomandati. Discretamente beceri.

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  8. Melaverde la bruttissima copia di LineaVerde

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  9. j

    Allora: raspelli e un cafone, ma il cuoco e un pirla perché doveva dargli i tre piattini con porzioni maggiorate così non rompeva il cazzo. Fermo restando che la portata di un menu degustazione non è per scelta piccola ma per necessità visto che spesso ha delle caratteristiche da boccone per far risaltare tutto e non può essere comunque una mappazzonata da trattoria

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  10. D

    Come dice il Direttore sono due mondi diversi, ognuno con la propria dimensione e il proprio significato. Il problema di Raspelli (il classico rancoroso nerd ciccione sfigato che al Liceo prendeva gli schiaffi da tutti e passava in panchina le lezioni di educazione fisica) è che vuole fare il critico raffinato da cucina di Ferran Adrià però strafogandosi come all’agriturismo. Diriga un programma tipo quelli di Chef Rubio e non rompa i coglioni senza fare lo snob, altrimenti non si lamenti se qualche collega in una propria recensione poi scriva del menu di un locale “a volte ci trovate il Pollo di Bresso…”

    Per quanto riguarda il ristoratore ha ragione Jeremy, menu degustazione significa che è fatto per provare e scoprire, se uno sa già cosa vuole non ha senso la miniporzione d’assaggio. A meno che ogni miniporzione sia complementare alle altre e vada giudicata obbligatoriamente nell’insieme ma allora niente possibilità del singolo piattino e si cambia il nome perché “degustazione” è un’altra cosa e non c’entra un cazzo…

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  11. j

    Esatto, e se hai le palle dopo aver lavorato da El bulli dovresti averle lo mandi a cagare dandogli del cafone e presentandogli in tavola un tris di primi da trattoria così e contento. Sennò gli servi tutto il menù degustazione e gli spieghi che è sempre un cafone ma che ti sei un signore. Gentaglia, insomma

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  12. M

    Direttore ho prenotato alla Joia per l’anniversario!
    Ovviamente nella richiesta di prenotazione ho fatto presente che sono amico del Direttore e hanno preso buona nota 🙂

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    1. Ottima scelta, che prescinde dal vegetariano. Io per evidenti motivi (i soldi) ci vado solo due volte all’anno, massimo tre, ma essere nella sala in favore di cucina è uno spettacolo… Osservare quelli bravi lo è sempre.

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      1. M

        Posto che i soldi per noi banchieri sono l’ultimo dei problemi, mi consigli il menu da 90, da 110 o da 130?

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        1. Essendo i soldi un’astrazione, ho quasi sempre preso il menu da 110 perché quello che è segnato sul web è meno di ciò che ti portano in realtà, fra antipasti del giorno e i vari amuse-bouche… per collegarci al pezzo di Raspelli, è impossibile uscire affamati anche con il menu da 90… L’Uomo Indiscreto come ogni Uomo con la U maiuscola si gioca tutto sui vini: scegliere anche lì un percorso (quindi associare un vino a ogni portata, facendosi consigliare dal sommelier) o preferire una bottiglia che non uccida alcun piatto? Se non scegli vini d’annata, le opzioni si equivalgono: in zona 30-35 euro a testa, 60 andando pesante.

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  13. P

    “Questa pare una parodia, invece stiamo parlando della critica gastronomica italiana che fino a pochi anni fa dettava legge e condizionava l’andamento o la chiusura di un locale….Per decenni lui e altri della stessa generazione hanno terrorizzato i ristoratori e gli chef. I quali, per il timore di venire tartassati e trattati male si sono sdraiati per terra, offrendo cene e soggiorni, salumi e formaggi: ecco, un po’ di voltastomaco ti viene.” Cavolo che scoperta inaspettata, per fortuna circoscritta solo alla cucina, la moda (per esempio) è immune con quelle giornaliste che dopo il resoconto della sfilata mandavano la lista nozze per la ricompensa, e che dire dei giornalisti di auto e moto in giro con l’ultima versione full optionals “aggratis”…. almeno i poveretti che seguono le squadre di calcio si accontentano spesso del cinque alto…

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    1. D

      Ti hanno informato male, alle redattrici moda l’omaggio arriva prima delle sfilate e senza richiesta…

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  14. B

    su FB ha risposto lo stesso Giacomello.

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  15. r

    posizionamento del BIB (il palloncino intragastrico) una delle manovre più inaspettatamente stronze dal punto di vista delle complicanze post-procedurali

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  16. M

    È bello che vedere come gli articoli di Antognoni siano un’oasi rigogliosa di complimenti e di mancati riferimenti diretti alle debolezze/difetti delle persone. Il tutto sotto una spruzzata di fratellanza che lo distingue dal sempre poco livoroso e poco avente dinamiche da ufficio postale italiano degli anni ‘80 ambiente culinario italiano.

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