Milano

Norah Jones senza bagarini

Stefano Olivari 11/11/2016

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Il recente scoop delle Iene sul bagarinaggio web, con la fattiva collaborazione di alcuni organizzatori di concerti all’insaputa (pare) degli artisti, parte da un reato sicuramente da perseguire ma porta anche a un ragionamento che può risultare antipatico: non ci sarebbe alcun bagarinaggio, né ci sarebbero spaccio di droga o prostituzione (anche ‘intellectuale’), se non ci fosse una clientela disposta a pagare 700 euro ciò che viene messo in vendita a 70 e spesso vale 7.

Detto questo, martedì eravamo disperati perché non eravamo riusciti a trovare i biglietti per il concerto agli Arcimboldi di Norah Jones. Improponibili i prezzi dei web-bagarini, che ormai sono decine, al di là del principio (personalmente non pagheremmo questa tangente nemmeno per Duke-North Carolina al Cameron Indoor Stadium), esauriti da tempo i biglietti su TicketOne e nelle varie rivendite, abbiamo effettuato quel tentativo dell’ultimo momento che per ovvi motivi (rinunce per impegni improvvisi) è spesso più fruttuoso di ricerche fatte una settimana prima. Telefonata a Mariposa, gli dei della musica che qualche giorno prima ci avevano privato dei King Crimson ci sono venuti incontro: erano ricomparsi da poco due biglietti sul sito ufficiale (probabile che ci sia una sezione solo per i rivenditori, visto che a noi continuava a risultare esaurito), al loro prezzo di listino. Corsa dalla periferia al centro, grazie all’ATM resa grande da Budrieri e acquisto per sanguinosi 60 euro a biglietto. Prezzo non modico, ma comunque nessuno ci ha puntato una pistola e avremmo vissuto bene anche continuando ad ascoltare la texana-newyorkese su Deezer.

Detto questo, due parole due su un’artista stranota in tutto il mondo. Primo: la figlia di Ravi Shankar (non esattamente una fan del padre, che l’ha abbandonata in giovane età) è uno dei pochi cantanti-autori emersi in questo millennio ad averci preso con tutta la sua produzione, come ci accadeva da giovani, e non soltanto con singole canzoni. Secondo: Norah Jones non può davvero piacere all’Uomo Indiscreto, che di base lo smooth jazz lo amerebbe anche, perché ha troppo successo ed è in definitiva troppo pop anche se nell’album più recente, Day Breaks, la marcia indietro è chiara. Terzo: la band minimalista, più da club che da teatro, le permette di essere centratissima e credibile passando da uno strumento all’altro e da un genere (impazziamo anche per la sua parte country) all’altro. Atmosfere e modo di porsi più folk che jazz, insomma (e l’Uomo Indiscreto per l’unplugged si scioglie). Quarto: la Jones parla pochissimo, per gli standard di una stella, fra una canzone e l’altra. Non ha niente da dire o dice già tutto nelle canzoni (testi non geniali)? Unica concessione al momento politico l’esecuzione di My Dear Country, dal suo terzo album Not too late… Quinto: scaletta con molte canzoni di Day Breaks, fra cui anche Tragedy e Carry On, ma non punitiva per il fan di vecchia data: Come away with me, Sunrise e Don’t know why ce le ha fatte.

In definitiva nella Norah Jones più recente si avvertono diverse anime, compresa quella di culto degli inizi che ha tirato fuori coverizzando Don’t be denied, canzone non certo fra le più famose di Neil Young. Però è chiaro che non si possa accontentare tutti e che ormai chi la ascolta venga guardato con sufficienza, nell’eterna gara a chi ce l’ha più lungo. Però cosa ce ne importa? Sempre bravissima.

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