Editori per caso

Gli sfigati di Facebook

Stefano Olivari 15/03/2012

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Facebook è finito? Domanda idiota, visto che si riferisce a un social network che dichiara oltre 800 milioni di utenti attivi (che vuol dire non disiscritti, anche se magari la loro pagina FB non la guardano mai) nel mondo, ma qualcuno la deve pur fare. Usciamo dall’autoreferenziale ghetto giornalistico, visto che lì la risposta c’è già: meglio Twitter, che obbliga ad essere sintetici e soprattutto ti ricorda che non stai sparando cazzate con i tuoi amici ma che potenzialmente puoi essere letto da chiunque. Su Facebook invece sembra sempre di parlare fra intimi, a volte è davvero così ma più spesso no visto che l’amicizia viene concessa con leggerezza per non sembrare stronzi.
Ma volevamo parlare di giovani, i leggendari gggiovani che di solito servono a fare il pubblico alle trasmissioni dei vecchi. Ne conosciamo incredibilmente ancora tanti, di Under 25, complice il fatto di non essere cresciuti. Ecco, pochi di loro usano Facebook abitualmente e nessuno lo in ogni caso lo fa in modo maniacale. Magari hanno un account, ma lo controllano ancora meno dell’obsoleto indirizzo e-mail (che almeno è necessario per lavorare, però, o al limite mandare curriculum) e di un Twitter che utilizzano solo come un gigantesco Televideo on demand: da follower più o meno capaci di selezionare le fonti, rarissimamente da aspiranti comunicatori. La creatura di Zuckerberg è invece compagna quotidiana di chi vive in ufficio e ha tempi morti, non di chi vuole (o si illude di) utilizzare al meglio la propria vita. Ci ha incuriosito la notizia, non riportata dai giornali ma amplificata dal tam tam dei tifosi, che nelle curve italiane sia considerato un titolo di merito non essere iscritti a Facebook: strumento di controllo poliziesco, sociale e commerciale. Ci ha incuriosito perchè per una volta i comportamenti di chi vuole essere ‘contro’ sono simili a quelli di chi pensa di essere ‘avanti’. Personalmente lo troviamo una schiavitù da cui non ci disiscriviamo solo per pigrizia, una schiavitù resa ancora più ridicola dalla timeline che elenca in tempo reale le cosiddette attività: taggare una foto di sconosciuti con gli occhi rossi in un bar, condividere il link di un video dei Via Verdi, stringere amicizia con chi non conosci, iscriverti a gruppi così di nicchia da ridursi a una persona sola, firmare petizioni che non leggerà nessuno, annunciare la propria partecipazione a eventi come l’inaugurazione di un negozio, chattare con persone lamentose e negative. Una roba da sfigati, insomma, che noi quarantenni (a essere buoni) tolleriamo perché siamo curiosi come i gorilla di Kubrick, ma che un ragazzo giustamente smitizza e valuta per quello che è: una perdita di tempo, a meno di non essere davvero interessati alle foto delle vacanze di 2.132 amici. Questo non vuol dire che Facebook sia commercialmente in crisi, anzi, ma solo che non ha migliorato la nostre vite.


Twitter @StefanoOlivari

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