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Che fantastica vita, l’America di Johnny Dorelli

Paolo Morati 01/10/2020

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“I giornali americani scrissero articoli sul ‘fenomenale boy italiano’. Avevo tredici anni ed ero diventato una piccola star, così piccola che dovevo salire su una sedia per arrivare al microfono”. È questo uno degli aneddoti che Johnny Dorelli, al secolo Giorgio Domenico Guidi, racconta nella sua autobiografia Che fantastica vita, redatta in collaborazione con Pier Luigi Vercesi e pubblicata in questi giorni da Mondadori.

Di fatto la storia artistica del cantante, attore, presentatore (insomma, showman) italiano parte proprio dagli Stati Uniti, dove da bambino con la famiglia, da Meda, si trasferì al seguito del padre Aurelio, prima di lui cantante con il nome d’arte di Nino d’Aurelio, vincitore di un concorso con scrittura da parte di un manager italo-americano.

Una storia, quella di Dorelli, che viaggia su più binari e che potrebbe essere argomento di un romanzo – tra gli incontri incredibili quello con il boss Lucky Luciano – partendo dai saliscendi tra la grande New York e la piccola Meda, tra il successo americano e la ripartenza in Italia dove ancora regnava la povertà del dopoguerra.

E poi i difetti di pronuncia da correggere e Le prime esibizioni con la gavetta nell’avanspettacolo, il grande successo canoro a partire da Nel blu dipinto di blu con Modugno e, poi, quello radiofonico e televisivo, inclusi il personaggio di Dorellik e le esperienze in RAI e, successivamente, in Mediaset (noi eravamo appassionati di Premiatissima) poi lasciata dopo aver rifiutato le trasmissioni del mattino.

Per arrivare al teatro, con il celebre Aggiungi un posto a tavola, e ad alcuni film e sceneggiati televisivi di cui Cuore, diretto da Luigi Comencini, fu uno dei più acclamati. Fino ai capitoli sulle donne della sua vita, Lauretta Masiero, Catherine Spaak e Gloria Guida.

Nelle pagine Dorelli, che si definisce timido, impacciato e timoroso (“le mie doti migliori… Se ho combinato qualcosa nella vita, se qualche donna mi ha amato, lo devo alla mia timidezza. Sembra un controsenso ma non lo è”), analizza i diversi dettagli ed episodi, così come gli incontri, esponendo le sue opinioni sul mondo in cui ha a lungo lavorato.

Tra queste, quella relativa alla qualità nella televisione, di cui riportiamo alcuni passaggi: “Sull’audience campa troppa gente che non ha nulla a che vedere con attori e comici di valore. Per inseguire l’audience si è cominciato a far interagire il pubblico al telefono, con giochini e cruciverba. Così tutto è cambiato in peggio […], tutto deve essere più scadente, ripetitivo. Negli anni Sessanta e Settanta c’era più attenzione, ironia, eleganza, si studiava ogni battuta, ogni inquadratura. A partire dagli anni Ottanta i numeri hanno preso il sopravvento, anche nella TV di Stato, e non era giustificato […]. La televisione è diventata diseducativa. Erano le prove generali per ciò che sarebbe successo venti, trent’anni dopo: oggi gli artisti valgono per quanti like sanno mettere insieme, e i like non hanno quasi mai nulla a che fare con la qualità”.

Dunque molto duro e netto rispetto ai tempi che stiamo vivendo, Johnny Dorelli (cognome che nasce dalla storpiatura del nome d’arte di suo padre da parte degli americani) è in definitiva uno di quegli artisti versatili che hanno fatto certamente la differenza nello spettacolo italiano – e che hanno traversato la nostra memoria – giocando su più versanti, dotato di un’immagine lontana dalle regole odierne (vedi le considerazioni di cui sopra) e con il coraggio di aver mantenuto un proprio stile, pur avendo comunque “convissuto con due Dorelli, anzi, un Guidi e un Dorelli. Quello dei due che ama l’essenziale con gli anni ha avuto il sopravvento.”

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