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Il Team USA che ci farà neri

Indiscreto 28/06/2016

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Durant, Thompson, Green, Anthony, Lowry, Cousins, George, De Rozan, Butler, Irving, Barnes, Jordan. L’ufficializzazione dei 12 nomi della nazionale americana di pallacanestro che vincerà l’oro ai Giochi di Rio ci ha fatto venire in mente una recente discussione sul rugby, per le quote razziali riguardanti gli Springboks: l’obbiettivo della federazione sudafricana è arrivare al 60% di cosiddetti ‘Black African’ o ‘Generic black’ (parole loro) per rispecchiare la composizione razziale del paese e quindi permettere una maggiore identificazione nella nazionale a prescindere dalla propria razza, qualsiasi cosa voglia dire razza (in realtà è chiaro). Al momento, guardando le tribune durante le partite casalinghe degli Springboks, l’obbiettivo dell’identificazione è ancora lontano mentre lungo il cammino la squadra sta peggiorando di livello perché, nella media, esistono molti più giocatori forti nella minoranza (13% della popolazione) bianca. Ma venendo a Team USA, in realtà la prima cosa che si nota non è la razza (undici e mezzo neri) ma che in una squadra della madonna, completa, versatile e con gente ancora affamata, mancano 7 dei primi migliori 10 giocatori e tutti e quattro i primi quattro. Rimarranno a casa, quasi tutti per scelta, l’MVP Curry, il secondo classificato Leonard, il terzo LBJ, il quarto Westbrook, il sesto Paul, l’ottavo Lillard e il nono Harden. Di cosa stiamo quindi a discutere, restringendo il discorso alla pallacanestro? Allargandolo, invece, è evidente che il marketing NBA avrebbe bisogno, in considerazione del fatto che a occhio (la NBA non fornisce dati ufficiali di questo tipo) il 90% dei suoi spettatori nelle arene (moltissimo meno davanti alla tivù, dove secondo la Nielsen si scende ai confini del 60 unendo bianchi ed ispanici) è bianco, di almeno qualche stella con lo stesso colore della pelle. È anche per questo che molti giocatori europei sono sopravvalutati (e per questo detestati dai neri americani), con una pelle più ambrata Bargnani non sarebbe mai stato prima scelta assoluta e dieci anni nella lega. Cosa stiamo cercando faticosamente di dire? Che legare lo sport, cioè quanto di più meritocratico esista, alla razza è una follia prescindere dalle buone intenzioni. E che quei loschi affaristi degli americani, la NBA che sarebbe tutto un circo, gli USA che si ingozzano di hotdog e votano Trump (anticipiamo il romanzo che Franzen scriverà fra dieci anni, pensando ai riferimenti che fa ai tifosi, in particolare di football), avrebbero avuto tutte le convenienze commerciali del caso a convocare nei 12 Hayward o Plumlee, che nel listone di Colangelo e Coach K. c’erano (come Love, che però si è chiamato fuori) e che come giocatori di complemento non avrebbero certo sfigurato. Però non l’hanno fatto, dimostrandosi migliori. Migliori. Non ci viene in mente un altro termine, in attesa di leggere una buona analisi sul razzismo da parte degli africani e, tema senz’altro più esplosivo, degli afroamericani.

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