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La religiosità della terra

Paolo Morati 16/06/2014

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Prima di tutto l’ascolto. Ci viene in mente questo termine dopo aver letto La religiosità della terra, saggio di Duccio Demetrio (2013, Raffaello Cortina Editore) con il quale viene analizzato in modo particolarmente sensibile un tema attuale e necessario. Quello di quanto ci circonda e delle sensazioni che ci può trasmettere, l’atteggiamento verso di esso, il rispetto, al di là dell’esse credenti o meno. Il suo sottotitolo, Una fede civile per la cura del mondo, riassume solo in parte quello che è il percorso di un libro che contiene diversi concetti che vanno ben oltre la semplice educazione civica (oggi così dimenticata nel nostro Paese) per riflettere su tanti aspetti dell’esistenza nostra e del mondo, e di come trattarlo.

Senza addentraci in una dimensione accademica, per la quale non siamo certo preparati, ci piace citare un po’ sparsi alcuni pensieri che emergono da una lettura piuttosto densa. In primo luogo la posizione sul silenzio (“Stare in silenzio, entrare nei suoi luoghi irrimediabilmente muti, provoca in noi una sensazione quasi sempre di insicurezza… Possiamo scrivere del silenzio, di ciò che proviamo vivendolo, oppure della nostalgia di averlo perduto, di non riuscire a raggiungerlo in scenari lontani, dove è più di casa”). Un argomento che ha a che vedere con religioni e filosofie, che ne fanno spesso ricerca, e che per i quali in effetti la terra ci offre l’ambiente dove viverlo. E la cui religione propria, così ben descritta da Demetrio (che si definisce non credente inquieto ed è fondatore dell’Accademia del silenzio), ha un fine perché “il pianeta ritrovi quel rispetto che gli è dovuto, così come lo si deve a chi ci ha consentito di venire al mondo”.

Insomma perdere quell’indifferenza ed essere fedeli al destino della terra. E del cielo che “ci emoziona forse di più quando assistiamo al suo penetrare la terra, quanto da essa dipenda per legame fatale e indissolubile… terra e cielo sono un unico corpo. Eppure l’una ci sembra finita, tattile, concreta; l’altro uno spettro diafano. L’una si sbriciola tra le dita… l’altro ci sfugge”. Per chi ama la montagna e si trova su una cima, con al di sopra solo il cielo, l’unicità di cui parla Demetrio è qualcosa di ben concreto e percepito, così come il fatto che la religiosità della terra abbia bisogno di due elementi che l’autore descrive come bellezza e poesia. E affermando che la “terra scrive anche di sé, da sé. Le sue incisioni rupestri, vegetali, distribuite sui corpi degli animali, penetrate goccia dopo goccia nelle sue caverne, sono diventate linguaggii simbolici minuscoli e giganteschi: valli, gole, pietraie, brughiere, fiordi”. La prossima volta che camminiamo al di fuori del cemento proviamo a fermarci un attimo per leggerla e capire cosa ci vuole comunicare…

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