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Formula ferma

Pippo Russo 22/12/2008

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La “tre giorni” di confronto fra il presidente della federazione internazionale dell’auto (FIA) Max Mosley e l’associazione dei team di Formula 1 (FOTA) ha prodotto il più grande ridisegno tecnico-organizzativo che il “Circus” abbia mai saputo imporsi. La crescita a dismisura dei costi di una stagione sportiva, percepita come un grave problema già prima che la crisi finanziaria mondiale mettesse a rischio gli investimenti in sport, aveva posto le premesse per la fissazione di una vasta e condivisa agenda delle misure da prendere per garantire un futuro più sostenibile alla principale disciplina sportiva motoristica. Dalla prossima stagione la Formula 1 sarà più “risparmiosa”, il che costituisce un mutamento di pelle per una disciplina sportiva che aveva fatto dell’incrementalismo (della potenza di prestazione, dei costi e degli investimenti) la propria dinamica principale. Su un solo punto FIA e FOTA si sono trovate in forte disaccordo: la proposta di motore unico, avanzata da Mosley e rigettata su pressione team principali, che sono anche quelli più avanzati in termini di autonomia tecnologica. La prospettiva che tutti i team adottassero un motore standard marca Cosworth, fortemente auspicata da Mosley in persona, è stata respinta dai team sia pur con diversi gradi di convinzione. E a quel punto il presidente della FIA ha dovuto abbozzare.
A dirla tutta, nella circostanza il presidente della federazione automobilistica mondiale si è dimostrato un pessimo conoscitore del mondo che dovrebbe governare; il quale richiede una profonda conoscenza culturale prima ancora che accortezza nella gestione dei rapporti politici. Cosa, infatti, si può avere di più impensabile negli sport motoristici che chiedere ai team di farsi sottrarre la sovranità creativa nell’approntamento dei mezzi da allineare in gara? E cosa di più cruciale, in questo specifico campo del “sapere” e “saper fare”, del motore, ovvero il cuore della creazione d’una vettura da competizione? Impensabile, a meno di negare le stesse origini dell’automobilismo e di ogni altra disciplina sportiva che si svolga attraverso l’utilizzo di un mezzo di locomozione (motociclismo, ciclismo, e tutti gli sport nautici). Tali discipline, infatti, sono sorte e si sono sviluppate come complementi delle nascenti industrie tecnologiche della mobilità. Il loro versante tecnologico ha pregnanza pari a quello agonistico, poiché fra i due viene a instaurarsi un circolo virtuoso per il quale lo sviluppo di tecnologia è sviluppo di performance in gara, e a sua volta l’incremento della performance fornisce feedback per l’ulteriore sviluppo tecnologico, e così via. Immaginare che tutto ciò possa essere ricondotto dentro il recinto dell’omologazione e dell’indistinto significa ignorare colpevolmente il contenuto di sfida tecnologica insito in queste discipline. Tutto ciò Mosley avrebbe dovuto saperlo. E se sapendolo ha deciso d’ignorarlo, la questione diventa anche più preoccupante.
Pippo Russo
http://www.myspace.com/pipporusso
(per gentile concessione dell’autore, fonte: Il Messaggero dell’altroieri)

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