Do l’Anima… senza maschere – Intervista ad Alberto Fortis

24 Ottobre 2014 di Paolo Morati

Alberto Fortis è tornato con un nuovo album di inediti intitolato Do l’Anima, uscito a sette anni dal precedente e realizzato insieme a Lucio ‘Violino’ Fabbri. Undici tracce che ci hanno messo di buon umore, configurando un percorso sostanzialmente tranquillo, riflessivo, e sonoramente immersivo a partire da una introduzione recitata (Alla mia maschera), manifesto del disco, e dalla prima canzone Tu lo sai, passando per la coinvolgente titletrack che si dipana’tra silenzio e luce’ in un crescendo, fino ai toni dolci e rasserenanti di Buonamore, un augurio finale per tutti. Do l’Anima è decisamente un bel lavoro, veramente nuovo e che non ripete le formule di successi del passato, dove non ci sono le ritmiche di Settembre, i giochi lirici di Nuda e senza seno, o l’incedere scanzonato di Ti dirò. Ma, cosa importante, si ritrova comunque la qualità di un artista di spessore, ancor prima che cantante, musicista e compositore (splendide, in tal senso, nel loro andamento È semplice e Aldilà), quello in grado di proporre canzoni oniriche e immortali come Il Duomo di Notte ma anche poderose come Qui la luna. Noi di Indiscreto abbiamo quindi intervistato Alberto Fortis per saperne di più su vita, musica e… fragole.

Cosa hai fatto nei sette anni dall’ultimo disco di inediti e quali sono state le tappe compiute (e i ragionamenti) per arrivare a un risultato che in termini di sound ricorda un’epoca d’oro della discografia come quella degli anni Settanta?

Nei sette anni passati dall’ultimo lavoro di inediti il lavoro si è sviluppato in un doppio album live intitolato Annapolis, nella scrittura di un musical, della mia prima biografia dal titolo AL, che fine ha fatto Yude, in molti concerti con band e piano e voce e, soprattutto, nella scrittura del materiale che ha portato a Do l’Anima, un album che si è creato da solo, nel momento in cui, insieme al Maestro Lucio ‘Violino’ Fabbri, coproduttore, abbiamo deciso la priorità dell’itinerario e della melodia, nella sua forza più autentica e sentimentale. Do l’Anima è un ‘disco’ totalmente suonato, con istinto, coraggio e ragionamento e questo ha tracciato il suono carnale e figurativo che lo forma.

Dal punto di vista dei testi emerge una decisa serenità e fiducia nell’infinito, su brani dove la melodia viene fuori con forza. Qual è il messaggio che di fatto intendi trasmettere con queste nuove canzoni e il percorso personale che ti ha portato a scriverle?

Le liriche di Do l’Anima hanno una verità e una sincerità come, probabilmente, da tempo non esprimevo. È la volontà di considerare, oggi ancor di più, la musica come colonna sonora del nostro quotidiano, una scommessa di parlare con valori fondamentali, al di là di furbesche formule anche molto usate e molto attraenti ma che, tutto sommato, negli ultimi anni non ci hanno lasciato grande sostanza artistica. È sempre stata la mia scomoda scelta di libero battitore.

L’anno prossimo compirai 60 anni. Pensando alla copertina del disco, quante maschere hai indossato nella tua vita (se ne hai indossate), e quali sono state finora le sue maggiori soddisfazioni e rimpianti, artistici e (se vuoi) personali?

La foto di copertina è il simbolo di quanto ricercato musicalmente e autoralmente in Do l’Anima. La lezione che il tempo ti insegna è che indossare maschere è semplicemente una perdita di tempo per sé stessi e per gli altri. È molto meno faticoso essere sé stessi. Soddisfazioni molte: il primo album realizzato, dopo tre anni in cui praticamente tutti i discografici mi dicevano che non c’era materiale idoneo per un inizio carriera, le prestigiose collaborazioni con produttori e musicisti di calibro internazionale, aver aperto il concerto di Bob Dylan nel 1992 per il 500esimo Anniversario della scoperta dell’America e quello di James Brown allo Stadio di Modena, esibendomi da solo. Rimpianto uno, grosso: la produzione del mio album per il mercato USA, costituito dal Best of dei miei primi quattro album, con la Produzione di Gerry Beckley, leader degli America, per una banale problematica finanziaria.

Cos’è cambiato rispetto a quando hai iniziato per chi vuole intraprendere la tua stessa strada, quella del musicista e cantante? Pensi che oggi la strada sia più facile o difficile?

Viviamo nell’era dei talent e, nello stesso tempo, dell’esigenza di risedimentare talento e carriere: se da una parte oggi un artista sconosciuto può godere di piattaforme e possibilità prima inesistenti, d’altro canto è anche vero che la confusione e la giungla sono più vaste. Una persona che comincia questo lavoro oggi deve sapere che è realmente quanto desidera fare nella vita, perché, al di là delle chimere e delle allettanti tempistiche, rimanere e farsi ascoltare davvero è più difficile. Si dovrebbero cambiare molte cose nelle cosiddette stanze dei bottoni perché di Arte ce n’è tanta e migliore di quanto apparentemente si possa percepire.

Nella canzone Mi fa strano citi il Roxy Bar. È un riferimento a Vasco Rossi? È vero che agli esordi avevate una certa rivalità e oggi baratteresti il tuo viaggio con quello del ‘rocker di Zocca’?

Il riferimento al Roxy Bar è un riferimento a Vasco inteso come, ancora una volta, l’inutilità di fare le star e quindi di riuscire, eccoci, a non avere maschere, soprattutto facendo un lavoro come il nostro. È tutto sommato ciò che Vasco stesso vuole dirci tra le righe, anche quando, citandomi, disse “Tra demonio e Santità, basta che ci sia posto”, un artista che più di tanti altri è riuscito a essere se stesso, con tutte le sue contraddizioni e le sue verità. Con Vasco abbiamo condiviso gli inizi e le rivalità aleggiate sono pure leggende metropolitane: certamente con le belle fan qualche volta la spuntavo io, qualche volta lui. Nel bene e nel male non baratterei il mio viaggio con quello di nessuno, perché questo è il mio viaggio, quello sacro che i miei genitori e il tempo mi hanno regalato.

Lo stesso brano, che condividi vocalmente con Roberto Vecchioni, si chiude con questa frase: “Mi fa strano sai, vivere d’amore. E non averlo mai”. Come nasce e quanto è autobiografica? Che cosa significa realmente amore?

Mi fa strano è totalmente autobiografica: è vivere d’amore in ogni istante, dai piccoli gesti al supermercato alle notti più intense. Probabilmente quel tipo di intensità ha una durata limitata nei rapporti e poi sfugge… Per quello dico “vivere d’amore e non averlo mai”….L’amore è esigente e, come l’arte, deve sempre essere in movimento, deve autonutrirsi e cercare nuove sorgenti. Il vero amore non si può avere, perché sfugge per mantenersi tale. Volendo essere ipocriti ci accontentiamo e ci abituiamo al suo surrogato. Volendo essere sinceri ci tormentiamo per inseguirlo: è questo quello che faccio nella mia vita d’arte.

I tuoi dischi hanno spesso offerto una ricchezza di suoni che nella dimensione live trovano la massima espressione emotiva. Hai mai pensato di fare un salto oltre la canzone in termini di composizione, aprendoti ad altri mondi come ad esempio il teatro?

A questa domanda ho già parzialmente risposto, citando il musical che ho scritto. Adoro il cinema, compartecipo all’ideazione e alla realizzazione dei video delle mie canzoni e, a questo proposito, sarà presto in arrivo il video di Do l’Anima, primo, mi auguro, di una lunga serie. La musica deve parlare per immagini, deve farsi ascoltare ma anche guardare, perché è esattamente come una bella donna.

Qual è il tuo rapporto con il pianoforte? Ci puoi raccontare qualcosa in più della tua formazione di musicista, come sei arrivato a suonarlo e quali sono stati da ragazzo gli artisti (e le immagini) che pensi ti abbiano più influenzato?

Il pianoforte è un’estensione psico-fisica della mia persona. Ci sono arrivato in modo strano, improvvisamente, passando dalla batteria, senza averlo studiato. Mi è successo in concomitanza con una grande perdita famigliare e sono certo che sia stato un dono mandato… E di getto ho scritto una piece di 20 minuti circa, intitolata La Fiaba Reale, che poi ha preso un altro titolo: Tra demonio e Santità. Poi l’ho studiato e tra i miei maggiori riferimenti ci sono Beatles, Vanilla Fudge, Ten Years After, Jeff Buckley, Prince, Billie Holiday, Bob Dylan, Mozart. Tra le immagini: La Monument Valley, Manhattan, i film di Wim Wenders, l’aurora boreale, Alanis Morissette, le opere di Rembrandt e Van Gogh, l’India, il viso del mio bimbo adottivo di nome Alvin.

Che cos’è l’ispirazione, nascono prima parole o musica? Venendo al nuovo album, per fare un esempio, ci puoi raccontare la genesi del brano Suzy? Chi è la sua protagonista?

L’ispirazione è la metà del tutto: l’altra metà è la non ispirazione, oggi molto diffusa. Nascono, quasi sempre, prima le melodie, che rappresentano la forma liquida dell’essenza musicale. Le liriche hanno altrettanta importanza e devono essere plasmate per adagiarsi sul rigo musicale con significato, ritmo, forza descrittiva e piacevolezza. Un lavoro non facile se le si vuole impregnare e incaricare di valori così belli. Ho scritto e pubblicato tre libri di poesie e, molte volte, le idee per le canzoni vengono da quella sorgente. Altre volte è la melodia stessa che ti regala l’incipit del primo concetto. Suzy è la donna-compagna che ho sempre sognato di incontrare, seduto all’interno di un caffè, mentre al di là dei vetri la vita scorre…. È anche dedicata a Suzy Rotolo, la compagna di Bob Dylan, nel periodo, probabilmente, più bello delle loro vite

Qual è infine il tuo rapporto artistico (ma se vuoi, non solo) con le fragole?

Le fragole sono un frutto esoterico e indicatorio. Sono una premonizione da comprendere e seguire. Le fragole mi hanno condotto dal giardino di casa mia – dove raccoglievo fragole a 5 anni – agli Abbey Road Studios di Londra: a 22 anni ho cantato Fragole Infinite nello stesso Microfono dove John Lennon ha cantato Strawberry fields for ever

Intervista di Paolo Morati, in esclusiva per Indiscreto

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