Tozzi, non solo Stella stai

Scivola scivola scivola…” Nel 1980 Umberto Tozzi centra l’ennesimo singolo di successo con Stella Stai, brano ripreso ultimamente anche da Mina per la campagna di un operatore telefonico. Sono passati 40 anni da questa canzone e dall’album che la conteneva, intitolato semplicemente come il cognome del musicista torinese, e riascoltato in questi giorni per la nostra rassegna sui dischi che compiono gli ‘anni zero’.

Un’opera successiva al best seller Gloria, con una copertina in stile francobollo, con tanto di timbro postale (Poste 80), per una scaletta di 8 brani aperta proprio da Stella stai, un azzardo moderno appoggiato sui giochi di parole frutto dell’ormai consolidata e affermata collaborazione con Giancarlo Bigazzi: “Colorando il cielo del sud chi viene fuori sei tu, sei tu, colorando un figlio si può dargli i tuoi occhi se no, se no”, tra le frasi da scolpire nella pietra della memoria.

Ancora una volta capace di stregare il pubblico italiano e non solo (ne uscirà anche la versione in spagnolo intitolata Claridad, ripresa poi da alcuni artisti latini), con Stella stai Tozzi propone una cavalcata che riesce (nuovamente) a colpire il bersaglio del successo, lasciando senza fiato chi si trova a ballarla sulle piste, isole comprese. E confermandolo come un innovatore del pop italiano, quello che la critica abituata a incensare i cosiddetti cantautori non riesce a proprio a digerire, salvo poi sciogliersi di fronte a chi arriva dall’estero.

Il problema è che per digerire qualcosa devi anche provare ad assaggiarlo. Ecco che questo album, degno capitolo di apertura di un decennio clamoroso dal punto di vista musicale, non è solo pop, ma un mix di generi che dopo l’avvio clamoroso, risponde per le rime ai cosiddetti buongustai: stiamo parlano di A cosa servono le mani, per noi una delle più belle composizioni di Tozzi, che parte piano al piano per poi via via arricchirsi: “Suonavo il pianoforte su di lei credevo fosse un’arte e adesso che ne faccio delle mani se lei non c’è”.

E ancora, c’è il Tozzi poliedrico in Calma, tra chitarre rock, falsetti al culmine, e tappeti di synth, mentre Fermati allo stop ci riporta alla formula più classica, degna frenata per introdurre Dimmi di no dove riesplode il viaggio più internazionale del rosso chitarrista, quello già affrontato con il precedente album – dopo l’arrivo nel team di Greg Mathieson, per intenderci – per oltre 5 minuti di puro divertimento, trascinante nella versione in studio così come in quella live: “Sparirò quando ci sei tu, starò attento a non incontrarti, ad odiarti ci proverò ma non credo ci riuscirò”, canta Tozzi appoggiato al sottofondo di un basso che picchia.

Troppe luci e tappeti di tastiere, almeno per alcuni? Costoro forse gradiranno allora i sei minuti di Gabbie dove si raccontano storie di piccolo crimine e di una richiesta finale drammatica: “Fammi un favore Gesù fa questo gancio che regga non mi lasciare quaggiù non come un’aquila in gabbia”, seguita da una prolungata chiusura strumentale, mentre in Nemico alcool viene affrontato il tema della dipendenza da un finto conforto. Per infine arrivare all’ultima traccia: Luci ed ombre, tra accelerazioni e frenate, in strada e non solo. Un album, quello che abbiamo raccontato, tra i più venduti del 1980 e suggerito a chi abbia voglia di approfondire una discografia senza fermarsi al brano più noto.

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Tozzi, non solo Stella stai, 8.6 out of 10 based on 52 ratings

29 commenti

  1. esatto, proprio un gran bel disco di un cantautore snobbato dalla critica perchè non ha mai preso una posizione politica – mica è un obbligo! se i critici dell’ epoca lo hanno ignorato, come spesso avviene è il popolo che lo apprezza. Musica piacevole e ben arrangiata, testi simili a poesie e mai banali. Nel periodo che va dal 1979 al 1981 il trio Umberto Tozzi (musica) Giancarlo BIgazzi (testi) e Greg Mathieson (produzione e arrangiamenti) sfornano un LP ogni anno (Gloria, Tozzi, Notte Rosa) che sono capolavori del pop. Di certo molto distanti dagli autori apprezzati dalla critica, i soliti De Gregori, Fossati, Guccini e sfigati vari che messi assieme vendono 10 copie.

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  2. Che palle con ste critiche ai critici…delle due l’una: o ce ne sbattiamo dei critici e ascoltiamo il cazzo che ci pare (fra cui l’ottimo tozzi, o alan sorrenti un altro drago di quegli anni) oppure prendiamo atto del fatto che quegli “sfigati” all’epoca vendevano eccome e quei critici facevano solo il loro sporco lavoro. Che poi parliamo di un’epoca molto politicizzata, mi vien da dire purtroppo ma era così.

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    1. per me rimangono sfigati e dubito che abbiano venduto molto, di certo mancavano nelle classifiche dei 45 giri . E la politicizzazione dell’ epoca non giustificava l’ostracismo della critica. Paolo Morati rivaluta un ottimo disco che dopo 40 anni io piazzo sul giradischi e ascolto volentieri.

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  3. Questione di gusti. A parte il fatto che vendere tanto non significa necessariamente essere bravi. Son d’accordo sul fatto che il sistema fosse molto politicizzato, però quella parte all’epoca cubava il 40% abbondante dell’elettorato, percentuale ancora più alta fra i più giovani. Tutti devono portare a casa la pagnotta.

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    1. d’ accordo con te, è questione di gusti. Tozzi è il cantautore italiano che prediligo, uno dei pochi italiani ad aver avuto successo all’ estero e mal giudicato dalla critica, tutto qui, ciao!

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  4. Preferisco il Tozzi di Notte Rosa, ma comunque per me dare a chiunque dello sfigato è da sfigati.

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    1. io non do dello sfigato a chiunque ma ritengo che i cantautori italiani “impegnati” citati precedentemente siano degli sfigati.

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  5. Ma chi sono sti sfigati da 10 copie, di grazia?!

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  6. De gregori e guccini, chi li conosce sti due sfigati. Eh ma stella stai… Ma andate a cagare

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    1. appunto, solo tu li conosci.

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  7. Ma basta con questo luogo comune del Guccini politicizzato. A parte la Locomotiva, con cui chiudeva i concerti per far piacere al pubblico, la maggior parte delle sue canzoni sono di tipo intimista o esistenziale. All’epoca ci furono cantanti che sul clima politico ci marciarono, penso al primo Venditti, al citato De Gregori fino al processo dei compagni, ma Guccini non fu tra questi.

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  8. https://www.secoloditalia.it/2014/03/il-ritorno-di-umberto-tozzi-vittima-dellembargo-voluto-dai-circuiti-musicali-di-sinistra/
    Ora io mi chiedo, l’imprenditore musicale che vuole fare i soldi in Italia è solo un compagno passato dalle tessere PCI\PDS\DS\PD che ostracizza Tozzi perché vive a Montecarlo e non si è mai fatto fare il documentario da Veltroni?
    Finché le cose vanno bene “in culo ai critici il popolo mi ama ” quando le cose vanno meno bene “i critici e i comunisti mi boicottano” .
    Magari accettare che ogni artista ha una parabola che ad un certo punto scende no eh?
    Perché nell’Italia della soffocante egemonia kulturale sia pieno di cantautori e cantanti non schierati che non hanno fatto fatica a mettere il pranzo con la cena

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  9. Infatti secondo me più l’appartenenza fa tenere in vita gli appunto sfigati che non venderebbero nemmeno una copia ma restano vivi uguali. Chi è bravo o comunque ha un suo pubblico e vende uguale. Tozzi non è un desaparecido, è uno famoso in tutta europa con un repertorio invidiabile che lo fa lavorare ancora oggi a 30 anni dagli ultimi successi. E infatti fa ancora il pieno di concerti. Non è Gianni Togni, con tutto il rispetto

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  10. Completamente d’accordo a metà col Mister Paperoga.
    Uscendo dal caso specifico su cui non so niente (mai seguito Tozzi, che per me resta quello di Gloria e Gente di Mare) generalmente se si prendono le distanze dall’appartenenza l’unica strada è quella del mainstream facilino che ti permetta appunto di dire fanculo ai critici, altrimenti sei segnato (ce lo ricordiamo cosa accadde in sala stampa all’ultimo Sanremo de Il Volo?!).
    Succede anche nel cinema, un Clint Eastwood da noi non sarebbe possibile perché verrebbe strozzato in culla così al massimo gli sfugge dal retino un Barbareschi…

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  11. Ma il problema di un Clint Eastwood non sostenuto è meramente politico? O è solo un problema di parrocchietta e di amici degli amici?
    Cioè un ipotetico Barbareschi che volesse produrre un film del talentuoso Clint Legnorientale che non ha mai frequentato i salotti giusti andrebbe incontro a stroncature preventive che affosserebbero il progetto perchè il fruitore medio di cinema non mainstream dà retta solo al critico del Manifesto o leggendo che produce Barbareschi schiferebbe a prescindere?
    Nonostante indubbia egemonia kulturale abbiamo avuto Zeffirelli e mi pare che anche la Wertmuller non sia schierata. I quali hanno avuto successo in anni in cui quell’egemonia era sostenuta da un partito vero.
    Non è che c’è anche un problema di risorse? Il grosso del cinema italiano oggi mi sembra sia finanziato dal Ministero e dalle film commission regionali il che ovviamente indirizza politicamente i fondi e affossa la carriera del povero Legnorientale

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    1. Credo che oggi sia molto peggio che 40 anni fa.

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  12. Boh 40 anni fa ero un pargolo ma ho l’impressione che all’epoca i critici parlassero al “loro” pubblico ma la gente poi ascoltava chi voleva, compresi i tozzi i battisti e tutti quelli non “impegnati”. Quello che poi non capisco é perché se riteniamo che quella gente (i critici musicali) fosse di parte o faziosa dobbiamo lamentarci del loro punto di vista e del fatto che ritenessero de Gregori più importante di tozzi. Fottersene no eh?

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  13. lanciato un bel sasso nello stagno, bene…a me piace Tozzi, se altri apprezzano gli “impegnati” ok, ma non c’è paragone tra hit pop che si cantano ancora a distanza di decenni e composizioni intimiste/esistenziali/politicizzate o meno che nessuno ricorda.

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    1. De Gregori lo conoscono pure le pietre. Ma di cosa stiamo parlando per piacere?!

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      1. Jeremy, lascia perdere. La prima ondata di nuovi troll è stata seguita da una seconda ondata, aspettiamo che passi.

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        1. se leggi bene è chiaro l’ argomento: Tozzi ha cantato brani che hanno avuto successo anche negli USA, De Gregori no.

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  14. Sono tutto tranne che un estimatore dei cantautori italiani, specie quelli più politicizzati tipo De Andrè-De Gregori-Guccini, ma definirli “sfigati vari che messi assieme vendono 10 copie.” è una trollata reale.

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  15. Posso capire che non piacciano ci mancherebbe ma dire di chi ha scritto alice e rimmel che è uno sfigato da 10 copie non è una trollata, è un’ammissione di stupidità

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    1. ed è la tua opinione che vale per te. Per te De Gregori o altri cantautori sono il top? ok non per questo ti considero stupido, fai attenzione a ciò che scrivi.

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      1. Non è una opinione è un fatto. Se dici che messi è una sega non sei controcorrente sei idiota. Ho già detto che possono perfettamente non piacere (a me guccini fa cagare per esempio) ma non riconoscerne l’importanza si, ti fa passare per idiota. Preferisci tozzi battisti emil killa chi ti pare, è più che lecito. Mi. Sembra di stare nell’angolo di recoba cmq

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        1. È evidente che non hai capito eppure non ho scritto in arabo.Ciò che tu scrivi sono tue opinioni e In fatto di musica do importanza a quello che mi piace, non ne do a ciò che non mi interessa. Giudicare gli altri perché non riconoscono le tue opinioni è un’ idiozia, io la vedo così.

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  16. Composizioni che nessuno ricorda rivolte a guccini, de gregori e fossati non si può sentire. Poi possono non piacere, ma è profondamente sbagliato anche ritenerli solo artisti politicizzati.

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  17. “A me m’ha rovinato l’intelligencija de sinistra”

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  18. Bellissimo articolo, molto preciso nei dettagli per un long playing rock rivoluzionario registrato a Monaco di Baviera che è una pietra miliare della musica italiana, fatto da un grandissimo della musica nostrana e internazionale. Grande anche Bigazzi per la produzione.

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