Cinema

Il posto di Ermanno Olmi

Stefano Olivari 01/09/2021

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Fra i tanti film da noi rivisti in queste notti estive prima degli US Open, uno che merita la definizione di capolavoro è senza dubbio Il posto (su Amazon Prime Video), in cui Ermanno Olmi racconta con sobrietà le oneste aspirazioni dell’Italia piccolo borghese negli anni del boom economico.

Siamo nel 1961 in una Milano meravigliosamente industrializzata, con la linea 1 della metropolitana ancora in costruzione (si vede il cantiere in piazza San Babila) ed il mito del posto nella grande azienda non solo come mezzo di sostentamento ma come strumento di elevazione sociale. Mito che nella provincia, il protagonista prende il treno da Meda, è ancora più forte e che anche per ragioni familiari abbiamo sempre avuto ben chiaro.

Domenico, un Sandro Panseri che nel cinema non avrebbe fatto tanta strada, è un ragazzo antico anche rispetto ai suoi tempi: la sua è una famiglia di lavoratori che ha deciso di investire sull’istruzione del più brillante fratello mentre per lui sogna appunto il posto, qualsiasi posto purché sicuro. La piccola gestualità casalinga, ma soprattutto i non detti fra genitori e figli, quei mezzi discorsi pieni di speranza e apprensione, sono rappresentati in un modo che fa capire la differenza fra un maestro e chi non lo è.

Proprio durante i grotteschi test di ammissione (le riprese a Palazzo Litta, in corso Magenta) nasce una simpatia fra Domenico e la più milanese, per non dire milanesizzata, Antonietta (Loredana Detto, che anni dopo avrebbe sposato Olmi), comunque della sua stessa estrazione sociale, dattilografa che però viene assegnata ad un altro reparto mentre per lui non c’è l’ambito posto impiegatizio (quanti ‘ingegneri’ che non ci hanno mai guardato in faccia durante un colloquio abbiamo incontrato?) ma uno comunque accettabile da fattorino.

Il film è scarno ma potentissimo, con scene di livello assoluto (il Capodanno al CRAL, la lampadina che non funziona, l’impermeabile di Serie B) in cui scatta l’identificazione. E la grandezza di Olmi è quella di mantenere uno sguardo da documentarista su quella che sarebbe fiction, stando alla larga da registri scontati. Domenico non viene schernito (ma il primo Fantozzi gli deve moltissimo) né esaltato perché non fa niente di coraggioso o di buono (Olmi non era un compagno, non mitizzava la classe operaia e meno che mai la piccola borghesia), ma soprattutto si va insieme a lui alla scoperta di una presunta strada giusta. Che tutti devono in ogni caso trovare da soli.

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