Economia

Nikkei, Financial Times e le proporzioni di Franco Rossi

Stefano Olivari 23/07/2015

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L’acquisto dell’inglesissimo Financial Times da parte della giapponese Nikkei ci ha fatto venire in mente il luogo comune giornalistico con cui si giustificano tutti i fallimenti editoriali: “Cosa vuoi, la gente è disposta a pagare soltanto per la finanza e il porno..,”. Soltanto che l’editoria porno non sembra se la passi tanto bene, vista la presenza di You Porn e simili. Nel 2015 sarebbe impensabile, anche per noi ex fedelissimi di Le Ore, l’immortale battuta pronunciata da Claudio Amendola all’indirizzo di Ricky Memphis in Ultrà… Il gruppo Pearson, azionista anche dell’Economist (“L’autorevole Economist”), ha incassato oltre 1,3 miliardi di euro e così uno dei due quotidiani finanziari che fanno opinione nel mondo è adesso in mano giapponese. Come tutti siamo razzisti, ma in questo caso pro-Giappone, quindi la cosa non ci preoccupa.

Di queste vicende editorial-finanziarie ci impressionano invece sempre le dimensioni, anche perché Nikkei non è soltanto un indice e non è nemmeno una istituzione finanziaria, ma un editore di quelli che una volta avremmo definito ‘puri’. Il quotidiano principale della Nikkei, il Nihon Kenzai Shinbun, sommando le sue varie edizioni vende circa 5.200.000 copie a uscita, mentre il pur glorioso Financial Times fra cartaceo e digitale non supera le 700.000. Viene in mente l’immenso Franco Rossi (vorremmo trovare il medium di Prodi-Gradoli per farci mandare un suo pezzo su Mister Bee), che amava dire di essere il giornalista italiano più letto del mondo, avendo una rubrica fissa sullo Yomiuri Shinbun, 10 milioni di copie vendute ogni giorno…

Il dato più impressionante è comunque che un quotidiano finanziario di un paese che ha il doppio degli abitanti dell’Italia venda come tutta la stampa quotidiana italiana messa insieme. Non saranno tutti bancari con l’abbonamento pagato dall’azienda, immaginiamo (il Sole 24 Ore vende un dodicesimo, per dare una proporzione). E, come detto siamo razzisti. Un popolo che legge è meglio di un popolo che non legge.

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