Calcio

La superlega degli evasori

Stefano Olivari 29/04/2008

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Non cambia la morale dei grandi club italiani, che come aveva rivelato quel medio presidente aspettavano solo le elezioni per picconare la legge Melandri e gettare le basi per la cosiddetta Superlega da far scattare nella stagione 2010-2011, dopo la scadenza degli attuali contratti televisivi con relative opzioni. Le frasi di Berlusconi sulla serie A chiusa ai piccoli riflettono il comune sentire non di tre, ma di almeno quindici club pronti alla secessione morbida (ai tre del 75 per 100 vanno aggiunti Roma, Fiorentina, Lazio, Genoa, Torino, Sampdoria, Palermo, Napoli, Bari, Cagliari, Bologna e Verona ‘dechievizzato’ con apposita fusione), senza andare contro il volere di Platini e salvaguardando un diritto sportivo almeno teorico. Non è un caso che in bocca a tanti dirigenti il numero magico sia ventimila: chi può assicurare ventimila spettatori a partita, almeno in prospettiva, potrà far parte del circolo, altrimenti scatterà lo sbarramento. Al di là delle considerazioni numeriche, poco scientifiche nel paese della case discografiche che taroccavano il voto di Sanremo giocando milioni di colonne del Totip, ad essere sbagliata è l’impostazione di fondo centrata solo sulle entrate. Quando l’equità competitiva e l’interesse di una lega intesa come lega è dato dalle pari opportunità nel medio periodo: quindi tetto salariale, meccanismi di scelta di giocatori esterni al sistema (con il teorico Verona che alla chiamata numero uno del draft sceglierebbe Gerrard, per fare un esempio), diritti televisivi centralizzati. Per la nostra serie A più facile la secessione morbida, con poi i soliti squlibri interni, che la nascita di un discorso realmente diverso. Se non si accetta il principio che nell’arco di tre anni un Cagliari ben gestito abbia le stesse possibilità di mercato di Inter e Milan, tanto vale non toccare niente. Trasportare poi il discorso su un piano europeo sarebbe magari più accettabile a livello di immagine, ma semplicemente impossibile dal punto di vista amministrativo per ovvi discorsi di armonizzazione fiscale e di differenti sanzioni per illeciti finanziari: se Van Basten avesse evaso le varie decine di milioni che ha evaso in un paese diverso dall’Italia, non se la sarebbe cavata con una multina ed una stretta di mano (con autografo). Quando Berlusconi parla di lega all’americana non intende quindi americana fino in fondo: tutti gli altri ‘owner de’ noantri’ sono d’accordo, chissà perché.

stefano@indiscreto.it

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