Tennis

La squadra di Masha

Stefano Olivari 26/04/2013

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Durante il bellissimo quarto di finale di Stoccarda fra la Sharapova e la semi-rinata Ivanovic, bellissimo non solo per i soliti motivi da bavosi, abbiamo pensato alle recenti parole della russa riguardanti la sua partecipazione alla finale di Federation Cup contro l’Italia. In sostanza ha detto che non ci sarà, per rispetto alle compagne che si sono guadagnate la qualificazione mentre lei era altrove. Al di là del fatto che ‘compagne’ vada messo fra virgolette perché la Sharapova in nazionale si è vista sempre pochissimo (però ai Giochi di Pechino e di Londra ci teneva e infatti non ha marcato visita), questo suo no ci permette di riaprire il bar da competizioni a squadre. La domanda è sempre la stessa: per i campioni veri del tennis le competizioni a squadre contano qualcosa o sono, quando va bene, un compitino per non farsi dare dei traditori della patria? Al netto dei pregiudizi personali (il nostro è che in uno sport individuale come il tennis il concetto di squadra sia sopravvalutato, per il pur lodevole proposito di guadagnare qualche riga di spazio), contano i giudizi dei campioni. Che possono ricondursi a tre grandi tipologie.

CONNORS ovvero ‘Gioco solo per me stesso’. Per Jimbo pochissime convocazioni e un odio viscerale per il tennis ‘dei ricchi’ (semplifichiamo) mutuato dalla nonna Bertha e dalla madre Gloria, sua prima allenatrice e consigliera per tutta la carriera. A Connors apparenteremmo la Sharapova, negli Stati Uniti fin da quando aveva 9 anni e con un senso di appartenenza che le invidiose connazionali giudicano minimo.

BORG, ovvero ‘Mi interessa, ma vengo quando posso’. Del più importante tennista di tutti i tempi, che non significa il più forte o il più spettacolare, non si ricordano le prodezze in Davis ma solo i pochi rifiuti. Invece nel 1972, a nemmeno 16 anni, diventò il più giovane di sempre a vincere un match di Davis e chiuse la sua carriera ‘nazionale’ a 24 anni, nel 1980, con un clamoroso 37-3 in singolare e la coppa alzata nel 1975 trascinando (anche in doppio!) il modesto Ove Bengston. I 3 ‘eroi’ furono, contro un Borg ancora minorenne, il ceco (cecoslovacco, vista l’epoca) Kodes e il meno famoso connazionale Pala, oltre a Manuel Orantes. Paragonabile a Borg è, in senso Davis, Rafa Nadal (mentre Federer finge di fare Borg, ma in realtà la pensa come Connors).

MC ENROE, ovvero ‘Mi commuovo quando sento l’inno, è bello far parte di una squadra’. Il più insospettabile e improbabile degli uomini squadra è stato proprio il nemico numero uno di arbitri e giudici di linea. Lui la Davis l’ha vinta 4 volte (una in finale contro l’Italia di Panatta e Barazzutti, nel 1979) ed in doppio è riuscito a essere decisivo sia da giovane che da anziano, lasciando nella memoria partite epiche (anche perchè viste in differita di anni) come quella da 6 ore e 22 minuti con Mats Wilander. Il moderno più vicino all’atteggiamento di SuperMac è al 100% Novak Djokovic, che alle convocazioni rispeonde anche da mezzo infortunato e comunque è bravo a trasformare in battaglia anche partite che per il numero uno del mondo sarebbero scontate.

Conclusione? Rimaniamo con Connors, almeno in questo senso. E con la Sharapova, che fa coincidere la sua squadra con sé stessa.

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