Forza e coraggio

Oscar Eleni sotto un tiglio a 180 metri da casa, in piazza Po, Milano non più da bere, ascoltando le voci di chi sgrida se in questa prigione non te la senti di scrivere, figurarsi se c’è tempo per andare dietro a quelli del basket che litigano anche nelle videoconferenze sapendo tutti che la stagione è finita ed è venuto il tempo di farsi un bell’esamino nella coscienza vuota, guardando tristemente al domani in bancarotta, con un Paese in ginocchio anche se tutti fingono che sia unito almeno adesso.

Ma dove? Li sentite i corvi nell’arena? Governissimo, uomo forte, pieni poteri, caccia all’untore, fantocci da prendere a calci, beceri strapagati che non hanno mai aiutato nessuno e se la prendono con chi è da sempre sul campo: i medici con e senza frontiere, infermieri, gente che lavora per gli altri, nel silenzio, ma i fronduti forzisti non si fermano e la raccontano giusta ai loro poveri votanti, ai beceri credenti della porta accanto.

In questa quaresima incoronata dei viandanti che hanno fatto con noi tanta strada, brutta e bella, si capisce, vorrebbero un ricordo della Forza e Coraggio nel 150° anniversario della gloriosa società, sapendo che in via Gallura, palestra, campo, pista, abbiamo passato una vita. Anche questa bella e brutta, si capisce. Fintamente gloriosa, artatamente fantasiosa come quando nei giochi del cortile ti sentivi campione, vincitore a prescindere.

Una palestra, un giardino. Sulla pista seguendo il severo professor Minari, il dolce Tommaselli, gente che valeva davvero, educazione fisica e civica nel saggio scolastico dove ognuno si sentiva qualcuno e nessuno era nessuno. Il campo da calcio dove chiudemmo la nostra debole carriera arbitrale nel calcio avendo accettato di fischiare per dei terza categoria, dopo una partita juniores, cosa sconsigliata dall’AIA, che dopo aver promesso giudizio ne hanno fatte di tutti i colori, sei espulsi, quattro rigori. Insomma  era giusto mandare tutto al diavolo come ci diceva l’energumeno di Montombraro quando il “milanese sedicenne” doveva arbitrare le partite dello Zocca sul campo Trabattoni inventato abbattendo troppi castagni.

Poi la palestra. Lo scrigno. Prime lacrime amare nella leva del Simmenthal quando il professor Fassi ti gridava “cicuta” se eri distratto nella ripetizione pallosa dei fondamentali. Intorno gente nobile, la dinastia Rubini, quella di Riminucci, ma i più simpatici, i più bravi erano due gemelli pesaresi, i Brega che purtroppo ci hanno lasciato. Fassi e il suo regno, il titolo con lo squadrone di Gnocchi, Binda, Ongaro, Giandomenico era la roccia, Lucio la simpatica carogna che in uno studentesco camminò sulla caviglia dell’abatino.

Vittoria sulla Livorno del Villetti che poi sarebbe andato a Varese, i brodi del mitico Benvenuti. Stesso campo per farsi umiliare dalla zona pressing del barone Sales anche se avevamo imparato quella trappola insieme a Roma, durante il clinic di Lou Carnesecca, benedetto sia il suo nome, benedette quelle giornate in casa della vedova Alice Feller dove già capivi che il Barone e Bianchini sarebbero stati grandi allenatori, dove la saggezza di Paolo Viganò non sarebbe stata sufficiente a lanciare gente come noi. Una carognata da amico caro, soprattutto se avevi portato in palestra le ragazze del Magenta che allenavi  come le giovanili della Canottieri Milano, l’università di Mario Borella, maestro di chiavi nel castello Olimpia di Bogoncelli, creatore di almeno cento giocatori di serie A, una scuola  che nelle stagioni di Bruno Sala, borelliano doc, giocatore di serie A con Cantù e altra nobile Lombardia, ha dato anche  allenatori vincitori di scudetti, coppe europee, manager di qualità, oltre, naturalmente a qualche buon giocatore, ingegnere, medico, ballerino, uomini per ogni stagione.

Figuraccia del mister misterioso che su quel campo faceva trottare giovani virgulti, c’era anche Franco Casalini poi assistente al soglio petersoniano prima di vincersi uno scudetto fra i lacrimogeni livornesi ed una grande Coppa dei Campioni, più bella dell’Intercontinetale. Su  e giù per le scale aspettando che Sales e la filiale Ramazzotti, che Guerrieri aveva affidato al migliore del suo corso, finisse di allenarsi.

Quando toccava a noi c’era anche la possibilità di fare da sparring alla Standa femminile del vulcanico Assante, il più divertente uomo cabaret in ambito sportivo mai incontrato, e della splendida Fiorella Alderighi sorella del nostro compagno Ghigo il poeta dell’esistenza oltre frontiera. Su quelle mattonelle vedemmo Cesare Rubini cambiare la vita, il ruolo di Gianfranco Pieri che da pivot immenso in maglia triestina divenne il regista per la storia moderna del nostro basket anche se dicendo questo ti trovi davanti il risolino sarcastico di Ettorre Messina. Normale per chi,  essendo nato nel regno di Zorzi, avendo ha trovato Camelot nella Bologna porelliana, dotta a prescindere, come direbbero i Bonaga o il Ciccio Cantergiani, non ammette che ci sia stata storia vera al di fuori dei loro castelli.

Un po’ come quelli che hanno sempre sostenuto la teoria sulle carenze tecniche di Rubini senza riuscire a spiegare come poi arrivava al successo: certo aveva i migliori, i meglio vestiti e pagati, ma non sarebbe bastato quello se prima non ci fosse stata la costruzione delle sacre mura, cercando di capire e conoscere l’uomo che maneggiava quella palla che proprio alla Forza e Coraggio vedemmo cambiare dal cuoio alla gomma: era Fassi coi suoi boys a sperimentare il nuovo pallone.

Nostalgia per tutto, anche per aver scoperto che fare l’allenatore era bello, ma ci voleva talento, quello che avevano Faina o Arrigoni, sempre cortesi nel far capire che non capivamo davvero molto, due che hanno allenato davvero alla grande, serviva maggiore sensibilità come quando Borella sussurrando un “ma perché” dei suoi rese sgonfio il palloncino allenatore che non voleva dare il cambio ad un ragazzino che correva tenendosi il fegato, in sofferenza. Durezze da sergente che in quella mitica palestra rendevano tutto ridicolo, come il primo derby di Milano dove l’All’Onestà muoveva i primi passi importanti oltre la mitica cantina dei Milanaccio.

Il cane tira il guinzaglio, intorno il silenzio che rende nervosi uomini ed animali. Bisogna tornare a casa. Bisogna pensare e se le Olimpiadi sono state rimandate non si capisce perché tutto il resto dovrebbe continuare. Se chiudi tutto, ogni cosa, tante società andranno in malora. La peste a tutte le famiglie insensibili di questo sport stravenduto ai farisei, come diceva Mercuzio maledicendo  Montecchi e Capuleti, che restano nel panorama delle dirigenze inadeguate, dei maestri che insegnano a comperare armi se intorno c’è  la carestia.

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2 commenti

  1. Commoventi gli sforzi dei bavosi per ottenere lo scudetto a tavolino.
    Ma uno come Baraldi può essere preso sul serio?

    Baraldi, che anche i calciofili ricorderanno, era quello che voleva pagare i giocatori della Lazio in azioni.. 😄

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