Pernigotti in Turchia e la fuga dei borghesi

La Pernigotti non era più italiana da qualche anno, da quando il Gruppo Averna (proprio quello dell’Amaro, che ora fa parte di Campari) nel 2013 la vendette ai turchi Toksoz (sono due fratelli, Zafer e Ahmet), che dopo avere gradualmente spostato produzioni e know-how in Turchia adesso hanno annunciato un centinaio di licenziamenti che di fatto renderà un fantasma la storica fabbrica di Novi Ligure. Uno schema classico, soprattutto per aziende con più tecnologia di quelle dolciarie. Dal punto di vista del consumatore i gianduiotti, regalo da ospedale per eccellenza, e il marchio non sono in pericolo, è soltanto che la produzione non avverrà più in Piemonte e che gli operai piemontesi dovranno cercare un altro lavoro (non facile, nella desertificazione industriale della zona) o sopravvivere fino a quando saranno ritenuti degni del reddito di cittadinanza. Ma non temete, non è il solito pistolotto contro la globalizzazione cattiva.

Perché di solito quando qualcuno compra c’è sempre qualcun altro disposto a vendere e non è colpa di Di Maio (o di Berlusconi, o di Prodi, o di Renzi) se a un certo punto i padroni delle aziende vogliono monetizzare perché non hanno eredi (fu così negli anni Novanta per Stefano Pernigotti), perché ne hanno troppi o, questo il caso più comune non solo in Italia, si vuole monetizzare per poi andare in pensione in qualche triste cantone svizzero, nella ridicola Monte Carlo o in un’isoletta dei Caraibi per farsi fregare i soldi da qualche donna locale e dal suo finto fratello. Magari lamentandosi dell’Italia cattiva che impone troppe regole a chi fa impresa, vuoi mettere l’efficienza della Cina?

Insomma, invece di rimpiangere l’Italia di Carosello sarebbe bene che nelle scuole e soprattutto in tante famiglie italiane borghesi non si considerasse il denaro qualcosa di demoniaco o il lavoro ‘normale’ qualcosa di noioso, da cui fuggire alla ricerca della propria realizzazione, magari come stagista con la mano del tutor sul culo. O magari creando un museo dell’industria, o forse organizzando eventi sulla storia del gianduiotto dove prima si producevano gianduiotti. Alla fine si possono anche scrivere articolesse sui turchi, francesi, cinesi, eccetera cattivi che ci comprano, ma in generale si può fare poco contro vecchi stanchi con figli tossici o demotivati che ci vendono. Non è il caso dei ‘veri’ Pernigotti, visto che nel 1980 i due figli di Stefano Pernigotti morirono adolescenti, 13 e 17 anni, in un incidente stradale, ma è quello di tre quarti delle aziende familiari. Per fortuna esistono ancora imprenditori veri, ma i giovani borghesi di destra e di sinistra non li apprezzano: dispiace dirlo, ma avrebbero bisogno di una guerra.

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9 commenti

  1. m

    Direttore durissimo e da applausi.

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  2. servizio completo, di una tristezza infinita.
    sipario

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  3. G

    È il Capitalismo Familiare Italiano, bellezza. Per non parlare delle mitizzate PMI. Negli ultimi trent’anni la seconda e terza generazione imprenditoriale ha praticamente azzerato tutto il valore e il know- how creato dal dopoguerra: CdA e aziende imbottiti di parenti e amici incapaci, zero investimento in innovazione, capitali sempre meno investiti nell’azienda e sempre più in qualche paradiso fiscale. Nell’ A.D. 2018 l’Italia si ritrova con imprese non competitive e alla mercè degli stranieri. Il tutto in un contesto sociale e giuslavoristico dove il merito non è nemmeno contemplato o addirittura apertamente osteggiato. Vi spolperanno ancora un po’ e poi vi useranno come villaggio vancanze, se siete fortunati.
    Ma continuate a credere che problema vostro siano la UE o i disperati che sbarcano a Lampedusa, mi raccomando.

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    1. P

      Per una volta (un rarissima volta 😉 ) Gatto c’ha ragione.
      Cmq articolo durissimo ma veritiero che stranamente passa sotto silenzio, quando invece meriterebbe un centinaio di commenti, evidentemente il gianduiotto tira meno di una smorfia dell’ex assistante di Bobby Robson

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    2. c

      Mi è chiaro cosa sia il capitalismo familiare italiano, ma non mi è mai stato chiaro cosa sarebbe il suo desiderabile opposto. Farsi gestire da ma(g)nager che poi ti vendono comunque alla multinazionale? Fare acquisizioni e fusioni?

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  4. c

    “ma avrebbero bisogno di una guerra”… civile, guerra civile. E’ da un po’ che sostengo che siamo troppo molli e ci sarebbe bisogno di un riassetto interno.

    Ciò premesso, facciamoci anche qualche domanda sul perché tutti vogliono vendere. Se voi foste giovani e pieni di soldi, stareste qua a farvi rompere i coglioni dalla PA italiota, con total tax rate al 64%, odiati da tutti perché avete i soldi, con qualche giudice che non vede l’ora di farvi qualche menata o incassereste il grano e ci vediamo alle Hawaii, Londra, NY e cazzeggio sparso per il mondo?

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  5. s

    “what’s so civil about war anyway”

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  6. Cyd, credo che il tax rate sia l’ultimo dei problemi di quelli che vendono. Se è vero il discorso dei ricchi eredi che vogliono campare di rendita credo che la vendita arriverebbe anche con un tax rate al 10%.
    Discorso in generale molto complesso, sicuramente il mantra del “turismo petrolio d’Italia ha fatto tanti danni ma è anche vero che , come in politica , anche nell’industria la selezione della classe dirigente non è un granchè. Non so se la causa sia l’assenza di candidati credibili o un sistema che sbarra le porte a ragazzi affamati che potrebbero diventare degli ottimi dirigenti d’azienda ma di sicuro c’è un deficit in quel senso.

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