Viva la FIBA

17 Ottobre 2015 di Oscar Eleni

Oscar Eleni dal Brasile, fra foresta amazzonica e savana costiera, molto prima che ci arrivi Petrucci, speriamo con Pianigiani e Azzurra tiepida, molto lontano da Rio, per una piena immersione nel fiume Tocatins dove ci saranno i Giochi mondiali dei popoli indigeni. Corse in canoa, calcio giocato soltanto di testa per la disperazione del rimpianto Silvio Smersy, calciatore di qualità e pittore sublime di clown, tiro alla fune, sfide con la lancia, tiro con l’arco.

Avevamo voglia di gare antiche dopo aver passato l’inferno per posteggiare fra i cerberi del Forum di Assago. Dove anche se ci vanno diecimila persone non riesci a vedere un tutore del traffico. Su quella rotonda dovrebbero fare una tesi di laurea per assegnare le medaglie alla stupidità. Code infinite nel traffico crudele e quando, finalmente, sei a portata di mano dei posteggiatori per asili lontani dall’arena maleolente, truci cerberi con autorizzazione a far pagare quasi più del biglietto per la partita, non basta un controllo sei hai un pass, ne servono almeno tre. Su questa riflessione ci siamo allontanati dall’arena del rumbo tumbo creata dalla fantasia di chi non sembra sapere tanto di sport, ma è pronto a dare lezioni su tutto, tipi che considerano la gente che cerca svago, riposo, come belve in cattività da stordire, affumicare.

Meglio per noi che crediamo in Repesa e nella squadra di basket che gli è stata affidata dai visir di re Giorgio Armani, gente che ama l’approvazione incondizionata senza avere il dubbio che sarebbe meglio diffidare di questo stimolante specchio delle brame. Siamo usciti dal Forum con l’Emporio avanti di 20. Ci hanno raccontato dopo delle luci spente all’improvviso, come la fotocopiatrice che non ha fornito statistiche prima del 20esimo minuto. Succede se hai davanti quella che era la grande cantera basca del Vitoria, una squadra che oggi raccoglie i bolsi del sistema e vedere Bourousis e Kangur in mezzo ad altri frilli tipo Blazic ci ha fatto un po’ pena, soprattutto per il Perasovic già uscito in pezzi dall’europeo con la Croazia da cui si è dimesso per non dove scappare, come noi, a Palmas, fra i palmeni e i giochi dei popoli indigeni.

Avevamo bisogno di riflettere sui bizantinismi che toccano a questa generazione di dirigenti sportivi portati sul tetto da critici con violino. Uno come Cezanne, fra una tela e l’altra, gli suggerirebbe di fare attenzione quando considerano con fastidio gli sgradevoli nemici perché è già scritto che non diventeranno mai tanto noiosi quanto i seguaci che li vestono davanti allo specchio delle loro brame costose. Codardi che se corressero contro gli avversari con la rapidità con cui sono capaci di fuggire forse li spaventerebbero pure.

Diciamo queste cose dopo un primo turno di Eurolega dove ci siamo innervositi per i regali di Sassari nella piccola arena dei turchi del Darussafaka (2.587 spettatori), forse i più deboli nel quartetto ottomano che ha onorato l’esordio. Certo quattro turche e due italiane fa pensare. La rabbia è stata veder buttar via una partita giocata molto meglio di quanto faceva Sassari campione d’Italia l’anno scorso, il risentimento nello scoprire che la nostra squadra con titolo le ha prese dai meno quotati della rapresentativa turca.

Eh sì. Certo non ci ha impressionato il Fenerbahce di Obradovic e del Datome che non è entrato in quintetto, ma poi ha giocato oltre 30’, anche se possiamo capire che davanti a Pesic e il Bayern, che già le aveva prese in campionato a Bonn, qualcosa non scatta subito nella mente del più vincente degli allenatori di eurolega. Sull’Efes valuteremo più avanti. Di sicuro infiamma, come succede a Smirne (altra arena piccola, non più di 5.000 spettatori), la squadra campione di Turchia che ha sistemato Pandoro Pascual un testardo di scarso successo che insiste a mettersi nelle mani di Tomic, anche se il precampionato blaugrana era stato gioioso, con supercoppa conquistata a scapito del Real Madrid caduto nella regione di Mosca, a casa del Kimki. A Smirne caduta sulle braci della squadra che l’anno scorso mandò in castigo le ricchissimme del sistema, le ancelle preferite dallo sponsor arereo delle linee turche. Prima giornata senza luce per Hackett, zero punti con il vincente Olympiakos. Esordio al veleno per il Pana di Sasha Djordjevic che consideravamo il probabile vincitore dell’Europeo con la Serbia dopo una prima fase stupenda. Troppo. Lui avrebbe dovuto saperlo.

Comunque sia l’Eurolega ci piace come organizzazione, sistema, anche se in passato avere campi come quello del Durassafaka o di Smirne costava la non ammissione ai Giochi delle società che vorrebbero essere la NBA dell’Europa. Un topine che i gatti della Fiba stanno per catturare con esche al veleno: seguire i soldi per scoprire tutto. Nei prossimi mesi la battaglia sarà questa. In Italia, come avrete letto dopo le critiche di Bertomeu (non ci capisce, non vede, come noi, nessun progresso organizzativo, il grande commissioner che, purtroppo, a fine anno vorrebbe ritirarsi: ha già intuito tutto?), si è scatenato lo “mondo a spicchi tricolori dove l’inno fa sorridere i troppi stranieri”. Indignazione degli stessi a cui, prima o poi, scriveremo una lettera aperta per le condizioni di lavoro mai garantite da questi padroncini, letterina di Natale per Petrucci, Malagò e Marino anche se sarà in fibrillazione dopo la velina rosa del rientrato presidente dell’Emporio Armani che lo elogia, ma farebbe anche capire che un direttore operativo neutrale potrebbe essere più utile alla causa. Lorsignori non sempre dalle braghe belle bianche hanno capito in fretta il messaggio di Petrucci per riportare la coppa più importante alla greppia della Federazione Internazionale del Basketball, la FIBA che un tempo faceva giocare le finali nelle antiche scuderie del Belgio perché si mangiava bene e quelli pagavano meglio di altri. Campi da delirio, mille righe, fondo in lineoleum. Chissenefrega.

A Roma si sono convinti che se la Lega italiana mollerà l’ULEB ci sarà il premio del preolimpico a Torino, certo previo versamento di euro, stanziamento di due milioni forse da rivedere se anche Turchia e Germania si metteranno di mezzo. Ma sì, meglio così. Del dopo Bertomeu non vi è certezza, allora tutti di corsa alla Canossa fibaiola, gli stessi che non saprebbero spiegarti perché nel ranking, nella graduatoria virtuale mondiale l’Italia del prode Pianigiani è al 35esimo posto dietro paesi che non si sono mai visti in nessuna arena importante, forse siamo anche dietro l’India dove amano il cricket. È da loro che porteremo le nostre carabattole. Nella storia gli italiani hanno spesso cominciato una guerra da una parte per poi finirla dall’altra. In questo caso l’ULEB fu una dichiarazione di guerra dei fondatori, da Porelli a Portela. Ora ci fanno sapere che si deve rientrare da un’altra porta. Benissimo.

Chiusura in mestizia per l’addio del grande Settimio Pagnini che sapeva capire il mondo del basket femminile come nessun altro. Talento, senso della misura, capacità di insegnare. Era un maestro. Lo piangono atlete di varie generazioni, un cordoglio sincero. Lui era una luce diversa in fondo a tanti corridoi dove molte di queste campionesse vedevano le stesse facce che oggi amareggiano le calciatrici costrette persino a scioperare visto che nessuno le ascolta.

Congedo per risentirci martedì saltando l’ingresso nella storia del nostro basket e della gloriosa Virtus del Bertolini chimico che ne sarà il 23esimo presidente. Noi che abbiamo davvero creduto nella gestione del Villalta, campione sul campo, allevato abbastanza bene per capire che mondo c’era fuori dalle sacre linee, dall’avvocato Porelli, siamo curiosi di vedere come si svilupperà il nuovo progetto che mette a capo di una società importante chi paga davvero e non una bandiera. Meritano fortuna e il fatto che sia rientrato nel castello, seppure da porte laterali, il Crovetti che ha provocato lo scontro e poi le dimissioni di Villalta, fa capire che questa nuova gestione conosce la strategia, speriamo riesca a convincere anche il più esigente fra i tifosi della città dove il basket meriterebbe sempre riflettori accesi. Non succede da tanto tempo e la coppa Italia, cara RCS, cara si fa per dire, l’avremmo organizzata proprio in piazza Azzarita, variando la formula: le prime sette e la Virtus se non avesse trovato posto fra le migliori otto.

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