Vinyl, quando la musica era una droga

25 Febbraio 2016 di Stefano Olivari

La serie televisiva più attesa degli ultimi tempi non ha deluso le attese. Vinyl, la cui programmazione è da poco iniziata su Sky Atlantic, è stata ideata e prodotta da Martin Scorsese e Mick Jagger, come è evidente fin dalle prime inquadrature: sesso, droga, rock and roll ma soprattutto la New York notturna degli anni Settanta. Il protagonista è il produttore discografico Richie Finestra, in trattative per cedere alla Polygram la sua American Century Records, che pur avendo sotto contratto tanti artisti (ma non i Led Zeppelin, a lungo inseguiti), o forse proprio per questo, è sull’orlo del fallimento. Siamo nel 1973, nell’età dell’oro dei grandi gruppi rock, con annessi e connessi: dalle groupie ai truffatori, da conduttori radiofonici corrotti a giornalisti asserviti, con chiunque che sulla base di una semplice conoscenza si autonomina ‘manager’.

I problemi della casa discografica e l’ossessione per la scoperta di nuovi talenti rovinano il rapporto di Richie con la moglie, ex modella del giro di Andy Warhol, ma il cuore della serie (vista anche la seconda puntata) è dare il senso di un’epoca in cui la musica non soltanto era un buon affare, ma era anche dal punto di vista culturale considerata importante. Non perché quelli di ‘una volta’ fossero meglio, il messaggio di Scorsese non ci sembra questo, ma perché la musica era da chi la ascoltava considerata importante e non soltanto un sottofondo durante altre attività. Merito della fisicità del disco in vinile, delle grandi aggregazioni, della droga che abbatteva molte barriere?

Il discorso sulla droga non è marginale, perché cocaina, eroina e acidi vari sono presenti in dosi massicce in una serie di gusto cinematografico, senza l’ossessione del ritmo e dei colpi di scena, con qualche macchietta di troppo ma anche il senso dell’epica che mai è mancato a Scorsese.

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