Vincere da perdente

13 Giugno 2011 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari
Per Dirk Nowitzki, Jason Kidd e Jason Terry il treno della vittoria nelle Finals è ripassato, per LeBron James ripasserà. Sconfitto non è la stessa cosa di perdente, ma la carica di antipatia (anche ad alto livello, visto che il marketing Nba si fonda sui giocatori-franchigia e non sulla somma di stelle nella stessa squadra) portatagli addosso dalla Decision dello scorso luglio rende mediaticamente simili i due concetti.
La logica dice che in una finale fra due vincenti uno necessariamente perde, a maggior ragione in una fra due presunti perdenti uno necessariamente vince: peccato ridurre una stagione Nba a questo, ma il giornalismo è personalizzazione di tutto e del resto i fuoriclasse da questa ottusa personalizzazione sono i primi a guadagnarci. Nella conferenza stampa post-partita di James e Wade seduti fianco a fianco, vista sul sito di Espn, un giornalista ha preso il microfono e nell’ambito di una domanda più articolata ha dato dei ‘choker’ (gente che se la fa sotto nei momenti decisivi, più o meno) ai due ma riferendosi chiaramente a LeBron. Una domanda insomma ben diversa dal ‘Prima di tutto, grazie Marcello’ del dopo Italia-Slovacchia del Mondiale 2010. I due campioni hanno mantenuto un notevole autocontrollo e hanno risposto in sportivese, facendo tanti complimenti ai Mavericks eccetera eccetera. Questo non toglie che la sconfitta degli Heat sia prima di tutto una loro sconfitta. Tecnica e non di immagine: difensori da squadra di Riley, per durezza e sistematicità negli aiuti, attaccanti non da squadra di Riley per il modo staffettistico con cui hanno interpretato la stagione. Essendo semplicemente troppo forti, le fasi LeBron sommate alle fasi Dwyane hanno spazzato Celtics e Bulls e con una selezione di tiro decente nei quarti quarti l’avrebbero fatto anche con i Mavs: gli ultimi 5 minuti di gara4 rimarranno nella memoria Heat come quelli di gara3 del 2006 in quella di Dallas. Senza quel suicidio, unito alla grandezza di Nowitzki e Terry, all’intensità di Chandler e Stevenson, alla buona difesa di Marion su James (un’alternanza di ‘give him room’, come gli urlava Carlisle per indurlo a sparacchiare, e di mani addosso per innervosirlo), alle variazioni sul tema del lisergico Barea e Kidd (grande anche in difesa, eroico il suo fallo su Wade nel finale di gara5), saremmo qui a dedicare il senno del poi a Dallas. La tecnica, dicevamo. Anche nelle partite vinte, e sono state tante, LeBron ha avuto troppo la palla in mano al punto di essere il vero creatore di gioco di Miami. Riley e Spoelstra conoscono il basket Nba leggermente meglio di noi che facciamo fatica a mettere insieme 4 persone per allenarci alla Forza & Coraggio e nemmeno siamo stati capaci di fare il CSI, quindi il senso dell’operazione Bibby era chiaro: mettiamo in quintetto una point guard dall’ottima carriera, anche se in declino, in modo da togliere la palla (quella cazzo di palla) dalle mani di LeBron, rendendo immarcabile lui e meno invidioso Wade. Poi il figlio dell’ex stella di UCLA non è stato presentabile in difesa, come previsto, ma nemmeno in attacco, e il progetto è saltato: meglio Chalmers, uno che la mette sugli scarichi di LeBron, al limite meglio scongelare Eddie House. Per questo, sempre tenendo schiacciato il tasto del senno di poi, come terzo dei Big Three non è assurdo pensare per il futuro a un Chris Paul, scegliendo un qualunque mestierante al posto di Bosh. Il resto è battaglia sportiva e anti-sportiva, con la rissa nel secondo quarto e i complimenti a Cuban (in versione light in questi playoff, premiato dal minor numero di tiri liberi di Wade) del proprietario dei Cavs Dan Gilbert: profeta di sventura (aveva previsto un anello per Cleveland prima di quello per LeBron) e ancora incattivito con il Prescelto, sia pure con qualche ragione. Un sentimento, questo, condiviso da tanti ex compagni di James, fra i quali Mo Williams (ora ai Clippers), che hanno con varie gradazioni di decenza ‘twitterato’ la loro gioia. Insomma, adesso che LBJ è ufficialmente un perdente tiferemo per il suo anello, così come abbiamo fatto senza risultati per Barkley, Karl Malone, Stockton e Nash, e con grande trasporto (e adesso gioia) per Nowitzki. Un anello che se Riley gli toglie il pallone dalle mani, magari tornando lui stesso in panchina, è più che possibile. Poi ci sono i vincitori e c’è Dirk Nowitzki. Fra le mille statistiche questa è la più emozionante: il 33enne di Wurzburg (visto il collegamento con un bar locale, dove la gente faceva po-po-po tipo Germania 2006) e Jason Kidd si aggiungono a Jerry West, Oscar Robertson, Kevin Garnett e Elvin Hayes nell’elenco deigiocatori arrivati al primo anello dopo almeno 10 inserimenti nella squadra All Star. Raggiungere il successo comprendendone l’importanza è veramente il massimo. Vincere da predestinati è bello, da perdenti ancora di più.  

stefano@indiscreto.it

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