Ventottenni di belle speranze

19 Ottobre 2010 di Libeccio

di Libeccio
L’Italia non più giovane, il mondo che si crede migliore di Ivan e Calciopoli legata ai risultati.
1. Non abbiamo mai capito la scelta di Casiraghi alla guida della nazionale Under 21. Quali erano i suoi meriti precedenti? Anche se la considerazione vale per tre quarti delle nomine federali del presente e del passato, la facciamo solo per stare sull’attualità. Brutto segnale quello della eliminazione degli azzurrini dal calcio giovanile che conta, una sorta di timbro al fallimento del nostro vivaio. Un fallimento tecnico ma anche culturale, visto che giocatori del valore di Balotelli (quando ci sono, cioè raramente) in nazionale esibiscono la parte più spenta e standard loro talento. Dimostrando che la nazionale non è più l’obiettivo principale di un calciatore italiano. E forse nemmeno di un francese o di un inglese. E poi, tranne casi rarissimi, il calcio italiano produce giocatori esclusivamente muscolari: non ci sono più i piagnistei degli allenatori per la scarsa taglia fisica dei nostri, ma si sta perdendo tutto il resto. E se dovessimo chiederci cosa c’è dopo i Buffon, Totti, Del Piero, Gattuso, Pirlo, Nesta, Chiellini, De Rossi, la risposta non sarebbe affatto semplice al di là di un elenco di nomi in base all’anagrafe. Cassano viene incredibilmente considerato una speranza, a 28 anni. Abete e Petrucci, nonostante la situazione descritta, se ne stanno comodi sulle loro poltrone inamovibili. E l’operazione (mai spiegata) di Baggio e Sacchi collocati tra i quadri tecnici di Coverciano (a fare cosa?) si è subito rivelata per quello che è: immagine, fumo, nostalgia.

2. Come valutare l’esibizione violenta dei tifosi serbi a Genova? Rinunciamo al giornalistico e parzialmente falso ‘In Inghiterra queste cose non succedono’ e ai parallelismi con recenti episodi di cronaca nera: nel mondo di chi fa turismo ad Avetrana ci sta benissimo anche Ivan. Modesta opinione personale: questa deriva etica ha a che fare con la scomparsa della comunità in favore del prevalere dei bisogni del singolo o del gruppo. Il denaro spesso costituisce l’unico punto di riferimento e una volta raggiunto il benessere nessuno più accetta la mediazione come forma per garantire la civile convivenza. Il contratto sociale che ha superato lo stato di natura con quello di diritto ha ridotto l’impatto della violenza sul singolo limitandone i danni nel senso di azioni generalizzate. Tale salvacondotto però cessa (solo apparentemente) di funzionare proprio a ridosso di ambiti come quelli del calcio dove i numeri prevalgono su qualsiasi cosa e spesso inducono a ritenere cattivi, deviati, violenti e antisistema solo gli ultras. Nelle società evolute il calcio storicamente rappresenta una valvola di sfogo sociale. Qualsiasi cosa ne pensiamo assolve oggettivamente anche a questa funzione, con meccanismo già noti nell’antica Roma. L’Italia di Paparelli era completamente diversa da quella attuale, ma il problema della violenza nel calcio resta aperto come allora e forse risulta anche peggiorato. In realtà si può fare poco o nulla. E la sola azione di polizia spegne un fuoco ma non impedisce che ne possano deflagrare altri. E anche il mitizzato modo britannico di trattare il problema altro non è che un tappeto dove nascondere la spazzatura.

3. Tornando a cose futili, della domenica calcistica rileviamo (a parte la bella vittoria della Lazio sul difficile campo del Bari) solo la prestazione della Juventus e, soprattutto, la dimensione di squadra compatta che comincia ad offrire con continuità. Paradossalmente, sembra quasi di rivedere la Juventus. Se i risultati rimarranno questi, come per magia degli scudetti 2005 e 2006 non si parlerà più, gli Agnelli lasceranno al loro destino quei pochi soldati fedeli al vecchio generale: per loro un poco onorevole declino da opinionisti, fra il cugino dello sponsor e il pensionato che lavora gratis. 

Libeccio

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