Venditori di perline

12 Agosto 2008 di Stefano Olivari

La fine dell’ipocrisia del dilettantismo nello sport di alto livello risale a non molto tempo fa: Los Angeles 1984, con i calciatori ‘occidentali’ ed i tennisti (questi ultimi dovendo passare dall’umiliazione di un torneo ‘dimostrativo’) ad aprire la strada a tanti altri grazie anche a dirigenti illuminati come Primo Nebiolo: chi si ricorda dello scapore destato dalle Mercedes in premio ai Mondiali di Stoccarda? Ma solo da Barcellona 1992, con l’unico e originale (non per motivi tecnici, quello del 1996 e questo ultimo sono forse meglio, ma perché composto dai fenomeni che mezzo mondo aveva solo intravisto nel decennio precedente) Dream Team, tutti hanno avuto la percezione che l’Olimpiade fosse davvero cambiata. Sedici anni dopo le distanze sportive si sono ridotte a livello di migliori squadre, in una partita secca Team USA può essere battuto da almeno quattro avversarie in giornata di grazia, ma rimane intatta la sensazione di stare assistendo all’esibizione di colonizzatori che ai buoni selvaggi danno perline in cambio di oro (nel caso attenzione e acquisti): sarà perché scriviamo appena dopo aver visto l’esibizione con l’Angola ed in attesa di Argentina-Australia, ma per i dodici a disposizione di coach K il quasi sicuro oro olimpico cambierebbe pochissimo a livello personale mentre la NBA ci terrebbe senz’altro di più. Per LeBron l’oro olimpico non è il massimo della vita: non è colpa sua, né dei giochi o degli USA, ma purtroppo è così. Per questo in tutto questo entusiasmo dello spettatore improvvisato avvertiamo qualcosa di fastidioso: gli ooohhh di meraviglia alle schiacciate di Wade urtano come gli applausi al pilota dopo l’atterraggio. Stanno solo facendo il loro.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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