Una Superlega per Rummenigge

23 Aprile 2021 di Oscar Eleni

Oscar Eleni in fila per tre con i pinguini delle Falkland morti dal ridere dopo il teatrino che ha cancellato in una notte i golpisti della superlega calcistica, stupiti come tanti nel vedere il pannolino pubblicizzato nella stagione sportiva finita nelle mani del diavolo, dell’incoerenza, dell’illegalità. Mentre a Milano i vedovi del triplete brindano comunque a Mourinho, licenziato anche dal Tottenham, fingendo di non aver mai odiato Conte che sta portando lo scudetto, si nota un certo fermento in città. Merito e colpa di Ettore Messina che giocando a scacchi contro Custer Trinchieri lo ha messo con le spalle al muro nei playoff che portano alla gioia delle finali nella città di Colonia. Sarebbe un avvenimento. Non succedeva dal 1992, in panchina Mike D’Antoni. Farebbe comunque storia e notizia.

Farà rumore come lo scontro Ceferin-Agnelli.  Se ne parlerà cercando di capire perché al basket è andata bene questa superlega dei ricconi, mentre c’è stata vera rivolta popolare per il tentato golpe dei doblonisti nel pallone. Ma come, mi dice uno, come fa Rummenigge ad indignarsi per quello che volevano fare nel calcio e poi applaudire il Bayern nell’eurolega cestistica? Diciamo che la rivolta nella pallacanestro sembrava necessaria perché chi dirigeva usava il potere mortificando società, mandando spesso le finali delle coppe importanti nelle scuderie degli amici, trattando tutti dall’alto in basso. Una rivoluzione che coinvolse molte società importanti, ma non elitaria, anche se ci fu guerra con la FIBA che alla fine dovette cedere  perchè sapevano di aver gestito il potere trascurando l’aspetto economico dello sviluppo per le società.

Certo  governare un mondo sportivo è difficile, diciamo che le federazioni hanno il compito di tutelare ricerca, reclutamento, scuola, propaganda, sviluppo. Aiutando tutti, evitando, ad esempio,  di lasciar arricchire i mercanti che, nel basket, ma non soltanto, vanno in Africa a cercare talenti. Diciamo che i tifosi da sfruttare per salvare chi ha fatto troppi debiti fanno venire l’orticaria a quasi tutti, anche a quelli rassegnati davanti al potere delle televisioni che governano orari, calendari, coprendo i buchi nei bilanci dell’incompetenza, della poca passione. Hanno scoperto tutti un po’ troppo tardi che il calcio ha proprietà non proprio radicate sul territorio, cosa che nel basket, ad esempio, non  avviene, per adesso. Come dice Sacchi, gli sport piacciono quando sono di tutti, cominciando dal calcio che lui ha rivoluzionato.

Sbaglia il Perez  del Real quando dice che l’eurolega ha salvato il basket proprio come avrebbero voluto fare i golpisti della notte breve. Diciamo che invece lo ha aiutato a sprovincializzarsi, anche se ci siamo tutti resi conto che “il meglio” secondo lorsignori, dove oggi c’è soltanto l’Armani, lascia fuori tante società gloriose che hanno fatto la storia e vinto anche abbastanza, da Varese a Cantù, dalla Virtus, lasciata sulla porta anche in questa stagione, a Treviso.

Tornando al basket, siamo in piena bufera. Chi comanda finge di essere nel giusto. Il campionato  finirà più tardi, nella speranza che il Covid non impedisca a Brindisi, colpita dal virus in maniera massiccia, ma già da qualche partita il suo allenatore era in quarantena, di combattere per tenersi il primo posto in classifica. Con questa spada di latta della retrocessione sulla testa c’è ancora chi non capisce. Con l’ultima giornata spostata al 10 maggio si va nel caos, eppure c’è ancora chi sostiene che i play off devono mantenere lo schema stabilito all’inizio. Servivano bolle, serviva un programma al risparmio su trasferte e controlli, si doveva copiare la correzione della pallavolo che infatti ha già chiuso  i suoi campionati e il primo maggio  a Verona spera in due vittorie europee per Conegliano e Trento per lasciare spazio alle sue nazionali qualificate per l’Olimpiade che i giapponesi e Tokyo non vogliono. Tenere i playoff al centro, senza incassi, soltanto con l’onere dei viaggio sembra davvero una presa di posizione da ciuchi testardi.

In questo clima torniamo all’Armani bella ed impossibile, squadra che fa di tutto per farsi amare e anche odiare, aggravando per narcisismo  le digestioni del suo allenatore Messina. Sul due a zero, dicono, le finali di Colonia sembrano vicine. Sembrano. Vedremo in Baviera. Con questa Milano brindare troppo presto è sempre pericoloso, così come darla per spacciata quando va sotto come in gara uno. In questa stagione a stare sull’ottovolante Armani ci si è divertiti, applaudendo per vittorie che mancavano su certi campi da anni, ma c’è stata pure sofferenza. Ora aspettiamo la fine del romanzo popolare della squadra di basket italiana con più titoli, dell’allenatore con più trofei. Nelle due sfide col Bayern il migliore è stato Rodriguez, il peggiore, purtroppo, Datome l’unico italiano in squadra. Che dire? Che fare?

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