Un padre come Mike Agassi

29 Settembre 2021 di Stefano Olivari

A 90 anni è morto Mike Agassi, uno dei genitori più ingiustamente odiati del mondo dello sport. Detestato da chi non ama l’impegno ed il lavoro, ma certo non dal figlio Andre, con buona pace di chi di Open ha soltanto letto le recensioni. Certo Agassi padre, due volte alle Olimpiadi come pugile per l’Iran (lui era armeno) e poi tuttofare a Las Vegas, aveva l’ossessione del figlio tennista, ma contro di lui c’era la statistica, non l’etica: è infatti più facile, applicandosi, avere una vita agiata scegliendo altre professioni.

Quello che non gli era riuscito con i primi tre figli gli era invece riuscito con Andre, dotato di maggior talento ma soprattutto di una voglia di vincere, a prescindere dalla competizione, che non si può imparare e che non dipende dalla povertà: gli Agassi stavano comunque abbastanza bene, villetta con giardino e tutto il resto, senza scialare.

Il mitico ‘Drago’, nulla più di una macchina sparapalle, significava anche risparmiare sui maestri di tennis, nonostante negli anni Settanta questo sport fosse diventato alla portata di tutti, soprattutto negli Stati Uniti, diventando molto costoso (per viaggi e logistica) solo da un certo livello in su. Ma a quel punto il quattordicenne Andre, entrato nel team di Bollettieri (che i più dotati non li faceva pagare) si autofinanziava.

Secondo noi le pagine più commoventi di Open sono quelle dopo l’oro di Andre ad Atlanta, arrivato in un periodo per lui molto difficile: un padre che si rende conto di aver dato tutto ciò che poteva al figlio ed un figlio che in quell’istante lo capiva (bravo Moehringer, comunque, magari è tutto inventato). Leggibile anche Indoor (titolo origionale The Agassi Story), il libro in cui Mike, nato Emanoul, Agassi cercava di difendersi da accuse senza senso. Perché un conto sono i maltrattamenti, un altro pretendere impegno.

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