Un argento che vale argento

20 Agosto 2008 di Stefano Olivari

Un argento che vale oro: quante volte abbiamo ascoltato questa espressione negli ultimi dieci giorni? Eppure alle Olimpiadi i secondi classificati ci sono sempre sembrati più delusi ed in certi casi disperati dei terzi ed in certi casi, quando l’argento viene vinto da favoriti per l’oro, addirittura dei quarti. Guardando e ascoltando Julio Velasco parlare di pallavolo e sport c’è sempre un qualcosa che ci stringe lo stomaco: la più grande squadra del secolo, i due Mondiali (1990 e 1994) e tutto il resto, però la medaglia più importante non è stata vinta né nel 1992 (stop ai quarti) né nel 1996 (argento, appunto). Avversario-incubo sempre la grande Olanda di Blangé, Van der Meulen e Posthuma. Non è una cosa che sminuisca quella generazione di fenomeni (che in gran parte Velasco si era trovato fatti e finiti), ma siamo convinti che quando gli passi davanti un lottatore o un tiratore con il suo oro al collo, magari vinto da outsider, l’allenatore italo-argentino lo detesti dal profondo del cuore. Il suo ex vice Barbolini ha subito il suicidio delle ragazze nei quarti con gli USA, stando agli esperti le differenze tecniche dei ragazzi di Anastasi con il Brasile sono tali da poter scommettere la casa sui verdeoro in finale, quindi per questa tornata olimpica Velasco può stare tranquillo. Poi lui come al solito dice cose più intelligenti della maggior parte dei frequentatori della tivù, con educazione e competenza rare. Ci sono tanti Velasco dentro ognuno di noi, nei campi più svariati. Il problema è che fuori non abbiamo vinto come Velasco e che non arriveremo mai nemmeno a Montichiari.
Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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