Still alive

11 Maggio 2008 di Stefano Olivari

Agli opinionisti annoiati che hanno già visto tutto, un po’ come quelli che dicono di rileggere piuttosto che leggere, depositari del verbo del ‘vero calcio’ (schema base dell’articolo: ‘In fondo Pelé non ha mai giocato in Europa, quindi è meglio Lavezzi’) proprio non va giù che la Major League Soccer non sia ancora morta, nè tantomeno che abbia incominciato la sua tredicesima stagione di vita e prometta di crescere ancora. Da quattordici squadre, dopo l’ingresso dei San José Earthquakes (in realtà un ritorno dopo due anni di stand by, per la gioia di chi ricorda anche la loro versione NASL), l’anno prossimo si crescerà perlomeno a quindici con l’aggiunta di una franchigia a Seattle, che complice la possibile emigrazione dei Sonics della NBA (ad Oklahoma City, città del proprietario Clay Bennett) potrebbe avere successo fin da subito senza nemmeno bisogno di una grande comunità ispanica. Non solo Beckham, insomma, anche se il ritorno al calcio attivo del giocatore più popolare del mondo (settimana scorsa due gol segnati per i suoi Galaxy contro Utah) vale come un milione di pagine pubblicitarie a pagamento. La chiave dell’equilibrio economico della MLS è che tutto viene gestito a livello di lega, a partire dai contratti, ma sul piano sportivo questo si traduce in una credibilità limitata ed in una emigrazione anche degli statunitensi più forti, visto il salary cap extrastelle della MLS. Facile l’esempio di Eddie Jonhnson, a gennaio passato dai Kansas City Wizards al Fulham di Hodgson (che non lo vede) per l’equivalente di circa 5 milioni di euro (record statunitense), meno scontati quelli di giovani non ancora con lo status di stelle, dal reclamizzatissimo Freddy Adu (Benfica), uno di quelli che sembra abbiano sempre 18 anni (li ha veramente, fra l’altro, i 19 li compie il 2 giugno), al nostro nuovo idolo Michael Bradley (Heerenveen, scoperto grazie ad Alec Cordolcini e Sportitalia: faccia da tiratore di high school dell’Indiana, carattere e caratteristiche potenziali da Matthaus) passando per tantissimi altri: Arguez (Hertha Berlino), Szetela (poche partite nel Brescia, dove è in prestito dal Racing Santander), Zizzo (Hannover), eccetera. Un problema, segnalato da Paul Gardner in un suo recente editoriale su World Soccer, è che fino a quest’anno anche i giocatori cresciuti nelle academy della varie squadre entravano nel draft generale. Traduzione: un teorico ragazzo di Los Angeles, allevato dai Galaxy, non aveva nessun legame professionistico con la franchigia. Che da quest’anno può invece scegliere di trattenere almeno i migliori. Altra novità la possibilità di tesserare otto stranieri per squadra, senza limiti di età, contro i sette totali (di cui tre under 25) di prima. Insomma, come risonanza planetaria non sarà mai la Premier League, che proprio negli USA sogna di giocare la famigerata trentanovesima giornata, ma come somma dei valori dei singoli siamo già sul livello di un medio campionato europeo. Con i conti a posto…

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