Stern e l’interesse comune

9 Dicembre 2011 di Oscar Eleni

di Oscar Eleni
L’insalata di Crespi, Basile per sempre, Michelori da sbarco, il Partizan senza Pekovic, la sfilata di Proli, gli occhiali di Bufalini, il mercato di Chris Paul e il cattivo LeBron James.


Oscar Eleni fra i mattoni di Cereseto dove per Natale offrono a 45 euro un pranzo da mille notti in bianco:
involtino di salame con foglie di spinaci, risotto al ragù di faraona e fagioli neri, cappone farcito con castagne e cavolo rosso. Siamo vicino a Casale Monferrato e sarebbe bello fare l’alba ascoltando i sogni di un tipo come Crespi che per salvare il sogno dovrà davvero inventarsi un’insalatina di carni bianche e nere con uva e melograno. Apertura gastronomica puntando sui cenoni perché siamo davvero in periodo di spiritoso santo, come diceva il prete sgangherato di Quattro matrimoni ed un funerale.
Sarà per questo che leggiamo strani commenti alla penultima giornata di eurolega che è stata chiarissima: impresa Bennet firmata col sangue di Woody Trinchieri e dal talento del Basile di Ruvo che deve andare avanti più dei 44 anni del suo presidente federale Meneghin e se ne avrà voglia potrebbe anche aiutare da decimo uomo la nazionale in agosto perché preferiamo lui ai tenori da Don Giovanni; capolavoro di dedizione del Montepaschi nella Istanbul che soltanto il giorno prima aveva scoperto come nel Topkapi Armani ci fossero soltanto gioielli rifatti; caduta senza paracadute per l’Olimpia, salvo quello che poi ha confezionato Charleroi tenendo il Partizan nello stesso inferno di Milano. Cantù aveva mille scuse per fermarsi alla prima stazione di eurolega: costoso, fisicamente, mentalmente, andare avanti, faticoso resistere con la squadra da rimettere in sesto. Ci è riuscita prima del ritocco importante e della scelta sul play argentino che è meglio del prospetto americano pieno di dubbi e di salse. Onore a loro e alla Cremascoli che davvero finirà per inventare un salva udito adesso che al Pala Desio non ci sarà più posto e in casa non ci sarà più la pace dei giorni in cui il basket era hobby e non passione sconfinata.
Siena, già qualificata, già seconda nella griglia, poteva davvero prendersi una giornata di vacanza attiva, allenarsi, misurare certi cambiamenti, aspettare i tempi per la riconversione del tricolore in eurobond. Ha sofferto, è andata anche sotto, ha sentito il calore del popolo della Abdi Ipekci, del cuore Galatasaray, ma non ha resistito alla tentazione che la rende speciale da 5 anni: vincere fa godere, soprattutto se la squadra è incompleta e devi ammettere che un Michelori da sbarco su spiagge dove non puoi schivare nessuna pallottola è sempre più utile di certi armadi semoventi che offrono scontati nella speranza che tu mangi esca e amo compreso.
Milano, invece, doveva vivere una situazione tutta diversa: per qualificarsi avrebbe avuto bisogno di tre vittorie su tre partite. Ora, dicono, basterà battere Charleroi al Forum, ci mancherebbe, poi puntare tutto sul faccia a faccia col Partizan che perdendo Pekovic ha certo impoverito una squadra che era già apparsa debole ad Assago prima che lo spiritoso santo indicasse ai reprobi della casa Gio di sedersi ed aspettare la grandine perché quello è il peccato da scontare se fingi di appartenere ad una grande società, ma poi vai a berti tutto lontano dal cuore della stessa. Sul nuovo assetto al Lido Proli nessuno aveva da criticare.
Tutti in piedi per la sfilata, tutti in ginocchio davanti al Sergio Scariolo che ama il silenzio, gli allenamenti a porte chiuse, che si nasconde dietro l’anacronistica legge delle interviste autorizzate in un periodo, in una città dove il basket dovrebbe proporsi in mille maniere e in tutte le salse, non certo con partite solo pro tv che finiscono sempre dopo le 23. Un rapporto di massima fiducia sulle scelte, noi avevamo anche fiducia nel lavoro fatto da Frates, un bravo allenatore, prima che tornasse il bicampeon europeo, ma si è scoperto che il tempo passato ad aspettare i greci, il Gallo, è stato buttato via o quasi. Ora ci dicono che è stato lo spiritoso santo a costruire la squadra, esattamente tre mesi dopo aver sentito che, finalmente, Proli e Pascucci avevano trovato in don Sergio il matador per andare sul mercato a prendere le faraone giuste, pazienza se molto costose, nell’Emporio non si fanno questi conticini della serva, almeno non si facevano se adesso, dicono, ci sono remore per andare a prendersi il troppo costoso Alessandro Gentile che poi, magari, rischierebbe di fare la fine del Nic Melli ancora pesce più che carne.
Avanti verso il castello del Monferrato resort per vedere l’effetto che fa un parmigiano di 36 mesi sui cappelletti in brodo ristretto. Da gustare la cena dei viandanti nel basket infinito voluta da Guido Carlo Gatti per il Sauro Bufalini che non sta benissimo, che non fa minuti di sospensione togliendosi soltanto gli occhiali a specchio come capitava qualche anno fa, che non manda il giovane Meneghin a comprare la Prealpina in una edicola di Atene, ma ha dentro ancora la forza che il Marmugi livornese riesce a catturare benissimo quando lo fa parlare di questo campionato per americani in esilio.
Strana reazione nella rosea degli orgasmi quando il commissioner Stern, padrone anche degli Hornets della Louisiana messi sotto tutela dalla Lega, ha negato ai Lakers l’ingaggio di Paul, il grande giro che prevedeva, addirittura, la partenza verso il Texas di Pau Gasol. Certo da noi una Lega che vigila, che non concede trasferimenti per salvare l’eguaglianza competitiva, farebbe una grande impressione. A noi basta ed avanza questa che ci propone formule nuove che sanno di stantio, di arzigogolo salva nulla, ma si possono servire col semifreddo ai krumiri. Succede e magari serve davvero alla causa che ci sia qualcuno, in una Lega, deciso a difendere l’interesse comune e non soltanto quello dei più ricchi che, ovviamente, si sentono anche i più bravi pur dovendo sbavare dietro a chi li batte e li amministra.
Siamo commossi dal pentimento del Lebron James che non vuole più fare la parte del cattivo nella storia NBA. Non siamo sicuri, però, che gli permetteranno di cambiare vestito: lassù, al piano di sopra dove pigolano i cantori del pallone con maniglie, amano poco le variazioni al tema. Se nasci Lassie non puoi morire King Kong e viceversa. Siamo colpiti da quei ragazzi che pur avendo contratto americano sono rimasti fino all’ultimo nella società che li ha tenuti con il culetto al caldo. Non sono eroismi, anche per loro ogni partita valeva più di 100 mila euro, ma prima di venderci tutto come opera dello spiritoso santo, prima di beatificare qualcuno che faceva comodo tenere nella salamoia del tutto blindato, dalle interviste alle uscite come puffo gigante, andiamo cauti perché allora in giro c’è anche qualcuno più santo degli altri, pur sapendo che questa cosa della beatificazione è una puttanata gigantesca. Sarà per questo che non riconosci più le scuole, come dice il Bufalini, che non riesci a capire certi taccuini di viaggio che in questo momento inondano le librerie dove basta poco per comprendere il reale spessore della gente e dei ricordi che spesso sono anche confusi se fai vincere a Milano una partita che ha vinto a Bologna.

Oscar Eleni (9 dicembre 2011)

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