Sporco e Lou Reed

15 Aprile 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
Andiamo a Berlino se vi va, trentasette anni fa, il luogo di astrazione che diede vita a una magia nerissima. L’arte dovrebbe funzionare così, ossianica e minacciosa; spettro fantasmagorico di una realtà che si confonde con le allucinazioni più geniali del pensiero umano. “Berlin” nacque dalla devastazione mentale di Lou Reed, la versione mefistofelica di uno scherzo della natura: l’incontro perfetto tra un prete fallito e una rockstar di talento, le perversioni sessuali del primo e l’etica messianica del secondo.

In un film visionario di sola musica, la saga iperrealista e crudele di un uomo e una donna, la loro parabola disgraziata da reietti; il fetore dell’amore e lo splendore della decadenza. Dopo il boom bowiano di “Transformer”, lipstick rock all’ennesima potenza, giunse il tempo di sgomberare l’anima dalle ossessioni più sadiche: a coadiuvare l’agitprop newyorchese, un produttore favoloso come Bob Ezrin ed un’accolita di fuoriclasse dello strumento. Jazzisti prestati al rock (i fratelli Brecker, Blue Weaver), rocker che suonano meglio di jazzisti (Ansley Dunbar, Tony Levin) e due leggende generazionali come Steve Winwood e Jack Bruce, quest’ultimo reduce dal fenomenale “Escalator over the hills” di Carla Bley, indimenticabile capolavoro surrealista; come dire il diavolo e l’acqua santa…
A completare la squadra, last but not least, le chitarre ispiratissime di Hunter e Wagner ad un passo dalla santità di “Rock’n’roll animal”.
I musicisti non collaborarono da banali turnisti strapagati, bensì nutrirono la placenta del mostro in concepimento: un’opera unica nella mitologia pop, politicamente prossima alle urla più laceranti del Novecento (le pelli ustionate di Burri, il Bergman di “Viskningar och rop”) che al divertimentificio delle radio Fm dell’epoca. Parole, di una lucidità luciferina, scaturite dalla confusione quotidiana di un eroinomane come Lou; musiche che germinarono su una contraddizione concettuale azzeccata, ovvero uno spartito rigoroso (e perfidamente semplice) doppiato da un arrangiamento sovrabbondante e anni trenta.
La title track sprofonda subito in un climax cupissimo, il solo pianoforte accompagna i sussurri di Reed: ripresa dall’esordio solista dell’ex Velvet, viene letteralmente trasfigurata in un brano di altissima tensione emotiva. Sul pentagramma ballano beffarde le svastiche, “Lady day” introduce Caroline, la protagonista della storia: il pezzo ha un incedere maestoso, Kurt Weill sodomizzato da Von Masoch nella fanghiglia, e la bionda raccontata ha il profumo perverso di Nico Paffgen. “Men of good fortune” presenta il marito, un miserabile dedito all’alcol e alle droghe; la struttura del brano è un rock robusto iniettato di sequenze armoniche agrodolci, molto al limite come nelle seguenti “Caroline says” e “How do you think it feels”, addirittura kitsch nell’incesto fragoroso tra il songwriting americano e il suono, inimitabile, di matrice mitteleuropea.
Si scende agli inferi, in un burrone della terra, e Caronte canta con la voce di Elvis putrefatto; “Oh Jim” ha il pulsare nevrotico di un drumming implacabile e le liriche tolgono qualsiasi speranza di riscatto: è una brutale confessione di violenza domestica del primo attore, accecato d’odio per i continui tradimenti della moglie. Una gemma avvolta da presentimenti foschi, immersa in un’atmosfera inquietante di trance, gelida quasi quanto l’Alaska citata nell’apertura struggente del secondo lato: “Caroline says II”. L’inizio della fine, la donna picchiata confessa beffarda di non amarlo più, Reed canta accompagnato da un’orchestrazione irreale e fragilissima; marchio di fabbrica di un Ezrin senza rivali. “The kids” sembra un incubo munchiano tradotto in materia sonora: il pianto disperato di un bambino, Lou narcolettico, un flauto che trapana beffardo l’incedere claudicante della canzone.
Vengono portati via i figli dalla polizia alla madre degenere; straziante, crudele, così come stupefacente (in tutti i sensi) è l’andamento ipnotico della narrazione. “The bed” è una ghigliottina, Caroline sconvolta e stravolta si uccide tagliandosi le vene: il pathos è quasi insostenibile, un sogno/incubo per audiofili estremisti che proietta l’ascoltatore nell’epilogo desolato di “Sad song”. Le reminescenze classiche di archi sono lo sfondo ideale, sinfonico, per le ultime considerazioni di lui che, incredulo della tragedia, girovaga per la casa ancora satura dello spirito della consorte: è il degno finale di un disco bellissimo, straordinario; il vertice assoluto, folle, di un’idea anarchica di concepire una produzione discografica.
Rimarrà un simbolo del rock dannato e libero, Rimbaud a nozze con i fratelli Walker, e una pietra di paragone improponibile per i maledettisti che proveranno, ridicoli, a ricalcarne le gesta negli anni seguenti. All’uscita l’album fu massacrato dalla critica, inorridita dal tema scabroso e dall’esibizione sfrontata di depressione maniacale: Ezrin, sfinito da un lavoro complicato dalle condizioni sanitarie di Reed (..), si ammalò. Al termine di un esaurimento nervoso molto complicato scelse, per il disgusto di Lou, di produrre “Welcome to my nightmare” di un Alice Cooper all’apice del successo commerciale: ellepì che riecheggia, in alcuni passaggi, la complessità strutturale di “Berlin”. L’apoteosi tossica di Reed allontanò definitivamente Betty, la fidanzata dell’epoca, terrorizzata dalla condotta di vita del nostro che, in quel di New York, si sarebbe consolato con Rachel, il femminiello più celebre della città che non dorme mai…
Sarebbe più semplice buttarla sul pensierino bonsai: sesso, sperma, sangue e suicidio; ne verrebbe fuori il lancio pubblicitario di un qualsiasi programmaccio televisivo. La verità ben più profonda, carsica, è che “Berlin” è sfuggito anche dalle mani di chi lo modellò. Perchè appartiene a quella stratosfera di opere che esulano dalla discriminante, rozza, del suo genere; anzi, quel manifesto cattivo è la giustificazione principale alla sopravvivenza culturale del rock. Come ci sono persone che trovano insopportabile il jazz, ma amano “In a silent way”, e altre che detestano l’avanguardia del ventesimo secolo e adorano “Le sacre du printemps”, “Berlin” è il rock’n’roll senza la buccia infantile e stupida.
Una maniera veramente pericolosa e deviata di fotografare il mondo: un disco purissimo che parla della sporcizia che ci abita, test di Rorschach infallibile, un classico indifferente all’usura del tempo.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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