Sopravvivere senza ignoranti

28 Ottobre 2008 di Stefano Olivari

Vivere o almeno sopravvivere senza tifo si può, forse. Venerdì scorso al Palalido abbiamo assistito dal vivo alla smentita di uno dei luoghi comuni più comuni del mondo della boxe, cioé che gli incontri fra pugili entrambi stranieri (rispetto agli spettatori in sala, ovvio) sono un errore organizzativo ed i primi ad essere sospettabili di tarocco. Anche senza accordo preventivo, scommesse o cose del genere: perché dovremmo scannarci, potrebbero pensare in teoria i due atleti sul ring, per far divertire un pubblico che stiamo vedendo per la prima e magari ultima volta? Un meccanismo mentale spiegato molto bene da Rino Tommasi, fra le altre cose famoso organizzatore pugilistico (soprattutto a Roma) nei mitici, scherziamo, anni Sessanta, nel suo imperdibile ‘Trent’anni a bordo ring’. Tommasi non ci crede, detto per inciso, tanto è vero che le sue riunioni non erano imperniate solo sulle stelle italiane del’epoca (primo fra tutti Giulio Rinaldi) ma anche su incontri fra stranieri. Però venerdì, in uno dei match prima di quello di Fragomeni, nell’inutilissimo campionato Fecarbox Wbc (cioé quasi niente: in pratica la versione centroamericana del World Boxing Council) si sono affrontati due messicani: Adrian Hernandez e Ivan Meneses hanno dato vita ad un incontro di intensità straordinaria, per scherma e ritmo, che ha strappato ai tremila presenti applausi ed ovazioni sia durante i round che dopo. Raramente abbiamo sentito tanto entusiasmo a prescindere dal tifo, prendendo in considerazione anche altri sport. Dove vogliamo arrivare? Non certo a dire che quei tremila fossero di livello culturale più elevato rispetto ad un pubblico calcistico ma solo che bastava ascoltare i discorsi per rendersi conto che la maggioranza era formata da frequentatori di palestre (sia pure per versioni vandammesche della nobile arte) e da appassionati di vecchissima data, con qualche frangia di tifo per Fragomeni e la tecnicissima Simona Galassi. Nessuna scoperta: competenza e/o pratica di uno sport sono i migliori antidoti contro la beceraggine. Non diciamo la violenza, ma proprio la beceraggine nelle reazioni a caldo e nelle argomentazioni a freddo. I grandi numeri, non solo nello sport ma anche nella politica, nella televisione, nella musica, nell’editoria, si fanno solo coinvolgendo gli ignoranti nella materia specifica. Non è necessariamente una cosa negativa, con buona pace di chi sogna governi delle élites…

Stefano Olivari
stefano@indiscreto.it

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