Settima sinfonia

16 Giugno 2010 di Simone Basso

di Simone Basso
L’incertezza di garasei, Bryanteers versus Gang Green, dura poco più di sei minuti: alla partenza aggressiva dei Lacustri, che al solito premia chi la attua, rispondono Allen e Garnett. L’infortunio di Perkins spacca la sfida in due, morsa subito alla giugulare da un Mamba (11 punti in un amen) che indica la via.
Tinseltown raddoppia con i tempi giusti ed è il ticket Gasol-Odom a sfolgorare: il catalano, dopo novantasei minuti da smemorato di Collegno, ruota magnificamente sui pick and roll alti bostoniani e giganteggia in post; Lamarvellous, dislocato su Shelden Williams, è un lusso spaventoso perchè permette raddoppi a iosa sul personale verde più qualificato. Se Pau è parecchio Gaudì e quasi in tripla doppia, l’all around di Jamaica ricalca Pirandello nell’ubiquità sul parquet (uno, nessuno e centomila…).
Le differenze vengono applicate anche dalla panca:
a un Wallace autolesionista si aggiunge un Nate Robinson lato b, mentre LA riscopre un pino competente soprattutto in Sashapova Vujacic e Deltaplano Brown (ma quanto salta?). All’intervallo il 15-0 per i panchinari gialloviola e il 14 sul 41 dal campo dei Celtics sono l’epitaffio della contesa. Bracciodiferro però volatile, illogico, imprevedibile, se nell’incipit del secondo tempo i Verdi (alla riscoperta della loro fisicità) arrivano a tre appoggi sbagliati dal ribaltare nuovamente l’inerzia.
Si va infatti verso una settima sinfonia mooolto difficile da interpretare:
quei sei minuti del terzo quarto dimostrano le possibilità tattiche del Trifoglio, sta ai jacksoniani impedire il sequel dello psicodramma del 1969. Le squadre sono cotte (Perkins e Bynum saranno out?) e si giocherà sulle forze nervose residue. Storicamente la bella ha quasi sempre premiato la ciurma casalinga; il putsch di quarantun’anni fa fu l’ultimo capolavoro di una dinastia irripetibile. La mistica di Russell e compagni lasciò i palloncini appesi sulle volte del Forum, beffato dalla traiettoria impossibile di un tiro allo scadere di Don Nelson e dalla mancanza di cuore del grande Chamberlain.
Nove anni dopo, il colpo di stato si ripetè al motto del geniale Dick Motta: “It ain’t over till the fat lady sings”. Confronto di stili tra un combo al meglio della sua parabola (i Sonics di Gus Williams e Jack Sikma) e un gruppo di veterani dati per spacciati a Febbraio: vi ricorda qualcosa? Quei Bullets, dopo una stagione nascosti sotto le foglie (44-38 in stagione regolare), emersero al momento giusto con una truppa a dir poco qualificata. La mossa tattica che scombinò garasei, ovvero Bob Dandridge da due, ebbe effetti anche nella settima; il migliore in campo fino agli ultimi quarantotto minuti, Dennis Johnson, spadellò un inverosimile zero su quattordici (record “insidiato” dall’Allen di gara3..). Washington se la giocò fino alla fine e, malgrado il sesto fallo di Elvin Hayes, Unseld e Kupchak (yes, il giemme dei Lakers di oggidì) confezionarono il clamoroso 105-99.
Altre due franchigie, dopo i C’s 1969 e i Proiettili 1978, sfiorarono il colpaccio esterno:
la straordinaria gara7 tra Spurs e Pistons è ancora impressa nelle nostre retine, mentre occorrerebbe una Treccani per descrivere l’epilogo di Lakers-Pistons 1988. Il momento più alto della storia dell’Nba moderna, nonchè lo scontro culturale tra due concetti di basket: lo Showtime di Riley e i Bad Boys di Daly. I Pistoni, a dispetto di un Isiah infortunato, rientrarono ferocemente da meno quindici a un incredibile 105-106 dopo una tripla di Billone Laimbeer. Ricordata dai più per Big Game Worthy (36+16+10), vorremmo invece sottolineare lo zenith di Magic Johnson da Von Karajan: una regia impeccabile, uno sfondamento preso importantissimo (con cinque falli a carico..) e il passaggio alla Joe Montana, per A. C. Green, che chiuse il thriller.
Chiunque vinca giovedì, sarà l’ennesimo trionfo del Caro Leader David Stern
, alle prese con un rating televisivo da caviale e champagne: dopo la festa verrà il tempo delle nuvole di fumo da indirizzare verso il Sindacato Giocatori e i loro procuratori.
Simone Basso
(in esclusiva per Indiscreto)

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