Scuola positivista

17 Settembre 2010 di Stefano Olivari

di Stefano Olivari 
Il quarto posto dell’Inter, il giornalismo per Ibrahimovic, il vantaggio di Sereni, gli arbitri di destra e i fratelli in senso lato. 

1. La squadra italiana che trae più benefici finanziari dalla Champions League? Risposta facile: l’Inter, che negli ultimi sette anni ha incassato dall’Uefa 174 milioni di euro di contributi. Praticamente 25 milioni a stagione di media, a cui vanno aggiunti gli incassi delle partite casalinghe e le ricadute indirette su sponsorizzazioni e merchandising. Non è azzardato ipotizzare, quindi, che una buona stagione in Champions valga per Moratti come minimo 60 milioni di euro. Tanti soldi, ma che restringendo il discorso all’Inter rappresentano esattamente la metà del monte ingaggi lordo annuale.

E i soldi Uefa diretti sono solo un quinto del costo del lavoro. Nelle ultime sette stagioni ad avere incassato di più dalla federazione europea è il Manchester United (216 milioni), davanti a Chelsea, Arsenal e appunto Inter. 154 milioni per il Milan (sei partecipazioni e quindi una media di 25,6 a stagione, quest’anno il monte ingaggi del club di Berlusconi è sui 130…), Roma (96,7 in 4 Champions, media 24,1) e Juventus (92,7 in cinque edizioni, media 18,5). Inutile ammorbare con altre valanghe di numeri e di media, il quadro è chiaro: i soldi della Champions hanno cristallizzato gli equlibri nei campionati nazionali (in italiano: chi è più forte rimane più forte) ma non sono stati di stimolo per gestioni aziendali virtuose. Lo sbandierato fair play finanziario entrerà a regime, senza sforamenti tollerati, solo nel 2017, e i dirigenti italiani (Galliani in testa) continuano a mettere enfasi sul lato dei ricavi. Non c’è insomma alcuna speranza che lo schema tipico del calcio (chi ha più soldi vince) possa cambiare nel breve periodo. Quanti milanisti dopo l’acquisto di Ibrahimovic si sono posti il problema del monte ingaggi? Possono cambiare le regole, ma la cultura ha bisogno di decenni.
2. Il diverbio fra Zlatan Ibrahimovic (da San Siro) e Arrigo Sacchi (dallo studio di Mediaset Premium) rischia di diventare una scena di culto. Un po’ perchè gli opinionisti della casa non si sono mai distinti per critiche ad esponenti del mondo Milan, un po’ perchè allo svedese della critica (ma anche del pubblico) è sempre importato pochissimo. Mistero? Lotte interne all’universo Milan, dove Galliani non è fra i primi simpatizzanti di Sacchi (e nemmeno di Ancelotti, a dirla tutta)?

Per niente, perchè le critiche che Ibra non ha accettato risalgono ai tempi della militanza con il Barcellona: in sostanza l’ex c.t. azzurro sosteneva che Ibrahimovic fosse dannoso per la manovra di Guardiola, al di là della sua bravura tecnica individuale. Con l’ingaggio rossonero sperava forse che queste critiche passassero in prescrizione, invece quando nel dopo Milan-Auxerre ha azzardato una battuta sul primo gol segnato grazie al piedone (misura 46) Ibrahimovic è scattato come una molla. In un mondo omertoso come quello del pallone è vietato anche esprimere un giudizio tecnico (e un po’ di grande calcio Sacchi l’ha visto da vicino, rispetto al tifoso del bar), figuriamoci raccontare retroscena o andare sul personale. E’ passato ormai il concetto che il bravo commentatore sia quello che Rino Tommasi ha genialmente definito ‘Di scuola positivista’, così come il bravo intervistatore non è quello che fa le domande più intelligenti ma l’amicone (o la sciacquetta) che in un modo o nell’altro porta i protagonisti al microfono. Come Ibrahimovic la pensa il 99% degli sportivi famosi, anche di quelli educati.
3. Lo sfogo del portiere del Brescia Matteo Sereni (”Dedico la vittoria con il Palermo ai miei figli, che non vedo da molto tempo e non per colpa mia”) sembrava fatto apposta per scatenare dibattiti sui diritti negati ai padri divorziati o separati, sulle donne più tutelate dai magistrati e così via. E così è stato, perchè il tuttologo adora queste vicende a suo giudizio rappresentative di un’epoca (”Signora mia, che tempi!”). Non volendo noi entrare nel merito, tutto da chiarire visto che la ex moglie Silvia (anche sua ex procuratrice, fra l’altro) asserisce che da giugno Sereni si è fatto sentire solo una volta, possiamo giudicare il suo impatto mediatico. Siamo di fronte a un caso in cui c’è una palese disparità di opportunità fra i due, definiamoli così, litiganti. Comunque vada a finire la storia, a prescindere dalle effettive responsabilità per la massa del pubblico Sereni rimarrà il povero padre con il cuore spezzato e Silvia la ex moglie cattiva che gli fa i dispetti usando un bambino di 9 e uno di 5 anni. E’ curioso poi notare come a parità di conoscenza dei fatti, quindi quasi sempre poca a meno di non essere amici di famiglia, la stampa italiana si schieri dalla parte del campione (tutti iscritti al movimento ‘L’uomo non è di legno’, anche le donne) mentre quella di altri paesi contro.

4. La battuta di Berlusconi sugli arbitri di sinistra che penalizzarebbero il Milan ha generato il solito dibattito para-moviolistico, ma non ha fatto riflettere su una situazione che esiste da molti anni e che non dovrebbe essere liquidata come una qualsiasi polemica su un fuorigioco dubbio. L’arbitro, anche l’arbitro più onesto del mondo, nella migliore delle ipotesi nasce come calciatore fallito e come tifoso. Un po’ come i giornalisti sportivi, insomma. Sempre nella migliore delle ipotesi, questo arbitro è stato e in molti casi è ancora simpatizzante o antipatizzante di almeno una fra Inter, Milan e Juventus. Continuando a ipotizzare questo mondo privo di condizionamenti, corruzione e carrierismo, l’arbitro ha sue idee politiche che non possono essere lasciate negli spogliatoi quando incrocia una squadra come il Milan che fra le altre cose è un veicolo di comunicazione politica (l’operazione Ibrahimovic, dopo che per mesi gli opinionisti della casa erano stati istruiti per esaltare la strategia del risparmio, è in questo senso istruttiva). In sintesi, pensando che nella vita di un uomo esistano solo tifo calcistico e idee politiche una squadra come il Milan non lascia mai indifferenti: perchè esistono anche gli arbitri di destra (secondo qualcuno di questi fa parte anche quello di Cesena-Milan, il signor Russo) e/o milanisti come quello di serie A che qualche anno fa si allenava indossando la maglia di Shevchenko. Insomma, il problema esiste ma in gran parte è stato creato da chi se ne lamenta.
5. Prima della doppietta Ibrahimovic-Robinho poteva passare per grande colpo dell’estate 2010 anche l’acquisto romanista di Nicolas Burdisso, incattivito con l’Inter al punto di rifiutare il trasferimento alla Juventus. Dopo le prodezze di Cagliari, che Daniele Conti (ma anche Ranieri) si ricorderà per lungo tempo, è all’improvviso tornato quella riserva a volte utile a volte dannosa che era in nerazzurro con Mancini e Mourinho. I pareri cambiano di settimana in settimana, al contrario dei pacchi e pacchetti famiglia. Già, perchè per invogliare Nicolas la Roma ha messo sotto contratto anche il fratellino Guillermo: di sette anni più giovane, ha sostituito Totti contro il Cagliari (il capitano era uscito proprio per l’espulsione del primo Burdisso) e non sembra un fenomeno anche se Maradona qualche mese prima del Mondiale lo aveva tenuto in considerazione. Un filone, questo del contratto di famiglia, che in Italia è sempre stato ricchissimo di esempi. Senza risalire alla preistoria basti pensare a Hugo Maradona che il Napoli in piena era Diego nel 1987 piazzò ad Ascoli, o a Pino Scifo che l’Inter provò a piazzare in serie C durante l’anno nerazzurro del più noto Vincenzo. Sotto il profilo finanziario dannosissimo per

il Milan Digao, il fratello di Kakà, adesso prestato al Penafiel in serie B portoghese. Domanda di noi uomini della strada: ma non sarebbe più semplice dare più soldi al fratello vero, che poi in separata sede provvederà a mantenere quello calcisticamente finto? Dirigenti di lungo corso dicono che invece con l’andazzo corrente si risparmia, perchè l’ingaggio del ‘minore’ costa sempre meno dell’adeguamento del ‘maggiore’, oltre a costituire comunque un’arma di pressione nei confronti del presunto campione. Un po’ scherziamo, visto che Guillermo Burdisso a differenza degli altri esempi sembra almeno decente, e un po’ no: perchè fuori dalla logica del cognome quasi sempre per ‘fratelli’ si intendono giocatori dello stesso procuratore.
(articoli già pubblicati sul Guerin Sportivo)
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