Il primo scudetto morale di Siena

9 Giugno 2014 di Oscar Eleni

Oscar Eleni alla ricerca di un passaggio per raggiungere il borgo medioevale di Breme, provincia di Pavia, dove fra poco comincia la sagra della cipolla rossa che ci fa piangere e sospirare, un po’ come l’epilogo di questo campionato. Non si fa fatica a scegliere i campioni morali: Mens Sana Siena. Lo diciamo oggi e non lo dicevamo ieri come quel veggente del fra’ Dolcino che lasciò Milano per la contrada della Tartuca trovando l’infuso per andare oltre la logica soltanto con la fede. Lui respirava un’aria speciale. Noi sapevamo soltanto che Boscia Tanjevic aveva mandato in piazza del Campo un giovane clone nato a Busto, il Marco Crespi che fu sua spalla benedetta nella cavalcata azzurra di Francia, il Paperoga peiano che non ha mai nascosto di avere visioni del mondo come soltanto i folli possono avere, perchè gli piace sognare, cavalcare ippogrifi e a Siena ha coinvolto prima di tutto il suo staff, dall’Alessandro Magro serioso che poi, alla fine, lo ha sostituito saltellando sul destino a bordo campo mentre lui cercava sollievo per una mente messa a dura prova, coinvolgendo Robledo e Papi. Un coinvogimento che ha portato nel cerchio magico soprattutto il Riccardo Caliani che fino all’anno scorso curava magistralmente l’ufficio stampa insieme a Ylenia Girolami che resta la musa del Nicchio e per tutti noi viandanti, e, all’improvviso, in piena bufera societaria, si è trovato nel fuoco come team manager. Vederli così felici, dopo il colpo dell’espada Haynes sulle speranze di Roma che ha voluto affondare con sciagura Hosley, è stato emozionante.

Ora sappiamo come la pensano alcuni lettori di questo sito, come giudicano certe scelte spontanee quelli che sanno meglio di tutti cosa è il Mose o cosa produce l’EXPO perché hanno la stessa mentalità e quindi non credono che si possa provare commozione sincera senza averne tornaconto. Comunque sia, in un basket dove tutti fanno le vergini dai candidi manti, salvo poi piagnucolare dicendo che in Italia ci sono al massimo tre società che pagano sempre in maniera puntuale, anche qui si considera un merito avere alle spalle il ricco che copre i debiti guardando in cagnesco chi ha bisogno di magie per trovare quattrini e quindi per sopravvivere. Dal consorzio in giù, dalle pluriassociate in su. Se è vero che tanti sono morosi allora qualcosa di oscuro avvolge tutto il sistema. Dicono che sarebbe giusto togliere a Siena almeno lo scudetto del 2013. Forse. Ma nessuno può pretendere di averlo al suo posto perché la questione comincia proprio dalla retrocessa Biella che senza Siena sarebbe rimasta in serie A. Poi tutte le altre, cominciando dalla prima esclusa nei play off.

Comunque sia eccoci a questo capolavoro. Perché se  lo sport professionistico non prende esempio da questa avventura di don Chisciotte Crespi allora è più morto di quelli che si stupiscono se i giocatori pensano ai bonus economici, ballano sulle sconfitte, discutono di soldi, mai di applicazione, fatica, lavoro. Certo che abbiamo già avuto, nel basket, episodi del genere e per questo abbiamo considerato Recalcati e Lino Lardo due argonauti che meritavano il massimo rispetto nella piena indigenza societaria, ma qui siamo allo straordinario. Perché? Allora, dalla squadra scudetto vengono portati via allenatore, il leone della difesa Moss, il metronomo di un certo sistema d’attacco come Kangur, il preparatore atletico che era la figura dominante per chi affrontava stagioni da massacro. Messa nel mare  tempestoso di eurolega, con il tintinnio di manette tutto intorno, con assalti da ogni parte, in città più che fuori, perché è sempre andata così quando il successo ha fatto nascere la contrada degli invidiosi, direbbe Gianna Nannini, la squadra si è battuta bene, stava trovando il suo equilibrio, ma a Natale le hanno detto che avrebbe dovuto rinunciare a Daniel Hackett, l’uomo delle ultime finali, il miglior giocatore. Altri avrebbero barcollato anche perché Milano nello scambio pensava di avergli rifilato con Haynes il brutto anatroccolo della sua campagna estiva  sempre un po’ confusa anche puntando sull’usato sicuro, mai rischiando davvero. Siena resiste, barcolla, si fa male, trema, ma intanto arriva anche alla finale di coppa Italia. La perde contro Sassari.  Sembrava la fine di una corsa che era costata tanto. Loro, i corpore sano in una mente da adattare alla contagiosa insanità ammessa del condottiero, resistono quasi a tutto, perdono il primo posto in classifica perché Milano avanza, e come non potrebbe, ha tutto in mano lei, insomma Bolt in pista nelle sagre italiane. Insomma, difendono il secondo posto con lo stesso record di Cantù e sapete come è atterrata sulla faccia la squadra di Pino Sacripanti che giustamente sta rifacendo l’intonaco e ha scoperto che non è proprio vero che tutti giocano legandosi ad una maglia, ad un posto.

Contro Reggio Emilia si rendono conto di avere la miccia corta. Potrebbero non farcela. Intorno il tintinnio di manette diventa realtà. L’uomo che aveva creato l’infernale creatura dei 7 scudetti consecutivi, degli 8 titoli tricolori, messo ai domiciliari. La città furente con  quasi tutti. Si diceva. Gomme bucate, mugugni e minacce. Valigie pronte. Si diceva. Voce delle spie che in città erano preonte al rogo. Crespi inventa il discorso da ogni maledetta domenica con lo stile di Al Pacino cresciuto all’ombra dela guru Boscia. La squadra fa il suo capolavoro in gara quattro, nel palazzo infame che una grande società è costretta a frequentare nella città che aveva promesso da anni un impianto serio.

Poi la sfida con Roma che ha  qualcosa in più come talento fisico, ma non riesce a giocare bene come Siena perché Dalmonte è il solo a credere di potercela fare fingendo che gli egoisti abbiano capito mentre lui paga ancora la tassa infame del siluramento ingiusto di Calvani. Lui, Elettrino, è bravissimo, ma scopre che il suo avversario ha fatto diventare squadra un gruppo dove hanno vissuto il “tutti a casa, si arrangi chi può” almeno tre volte nella stagione. Potevano pensare soltanto alle statistiche da presentare al prossimo datore di lavoro. Scappare, dormire, fingere. Se questo non è vincere moralmente il titolo allora spiegateci perché ancora oggi esaltate Davide e prendete in giro Golia.

Per noi questa Siena numero uno e scusandoci  con Paolo Moretti che pure abbiamo votato vi diciamo subito che l’allenatore dell’anno è Marco Crespi  con la maglia dei tigrotti di Busto. Ai presidenti delusi, ai proprietari che non riescono a farsi  dire la verità dai loro sottopanza, diamo un consiglio: fatevi prestare da Siena questa Mens Sana in blocco, struttura organizzativa compresa. Magari con qualche ritocco potreste anche riuscire a dimostrare che pure i ricchi piangono, a meno che non ci venga rubata l’idea da chi ha già di tutto e di più. Almeno sulla carta oleata.

P.S: Domani o al massimo giovedì sera daremo le pagelle su questa fase. Fate conto che si parte dal dieci e lode per Crespi e dal 10 per Siena. Vi diremo perché Trento in serie A è una Bastiglia e ragioneremo sulla radiazione del Ragnolini che guidava il comitato lombardo e ora è in mezzo alla battaglia che coinvolge gli indignati, l’uno con l’altro, Marzorati e  Petrucci.

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