I Robin dello scudetto relativo

14 Giugno 2016 di Oscar Eleni

Oscar Eleni dal Sasso del predicatore nel bosco di Bomarzo, natura selvatica della Tuscia, fra i mostri di pietra come l’Orca legaiola, il Drago delle famiglie armate a protezione dei loro piccoli ras del quartiere che preferiscono il torvo sguardo al duro lavoro per essere davvero campioni, elefanti e tartarughe. Una famiglia allargata per urlare al mondo che anche il campionato italiano di basket è finito. Finalmente, sospira Petrucci che al Messina titubante sul dopo preolimpico, speriamo dopo l’Olimpiade, presenta i campioni di casa, quindi il Cinciarini rivisitato dagli spettri e liberato sul campo della passata gloria e l’Alessandro Gentile che ora farà sospirare perché esiste chi potrebbe dargli più del milione di euro della casa Armani nella Europa granda, o, come dicono i moltissimi estimatori a voce alta, magari la stessa Houston di Mike D’Antoni. Glieli porterà insieme agli “espatriati” per scelta di vita che pure hanno vinto il titolo nei posti dove li hanno adottati: Gigi Datome, che a Milano ci sarebbe stato benissimo, MVP con i campioni del Fenerbahce; Nicolò Melli, ah che sbaglio lasciarlo andar via perché con Repesa avrebbe fatto i progressi visti nella splendida gestione del Trinchieri che ha rivinto il titolo tedesco col Bamberg e ora potrebbe anche essere interessato alle offerte del Maccabi che punta anche sul Pianigiani; Daniel Hackett maritato e vincitore del titolo greco con l’Olympiakos.

Serviranno tutti belli carichi al prode Ettorre perché della Croazia ci fidiamo pochissimo, le sfide con l’Italia stuzzicano la gente di quel mare, e la Grecia, con Antetokounmpo, va presa per la coda prima che ci strangoli a rimbalzo. Su Azzurra, però, torneremo nei prossimi giorni. Adesso dobbiamo onorare vincitori e vinti nel bosco degli Orsini, fra orchidee selvatiche, scoprendo il relativismo dello scudetto. Chi ha vinto giura di essere stato favorito soltanto a parole, nei fatti ci credevano in pochi. Per la verità sono stati i fatti, fra eurolega e play off contro Venezia, a far venire molti dubbi. Chi ha potuto mettersi un capello fuori taglia con il numero 27, il nuovo campo base degli scudetti Olimpia sulla montagna sacra dei vari sport in Italia, ora ci spiega, dopo aver moltiplicato pani e pesci offerti dal ricco mecenate, l’origine del vino e dell’illuminazione, le sofferenze di una stagione difficile avendo rinnovato tutta la squadra, costruendola intorno a Gentile. Se Milano ha sofferto cosa dovrebbero dire le sue avversarie. Tutto rose e fiori a Sassari detentrice spodestata dopo aver disarcionato Sacchetti? A Venezia dove hanno dovuto sacrificare Recalcati per capire? A Trento o Cremona arrivate alla fine in pezzi? Cosa dovrebbe dire il Max Menetti che alla fine girava disperato cercando non con occhi da tigre, ma, fra i lividi, le stampelle, i mille infortuni di Reggio, uomini che potessero almeno vedere un solo canestro, non il doppio come è capitato a sciagura Veremeenko, al giovane Silins, il più maltrattato dagli arbitri dove, ancora una volta, Lamonica e Sahin hanno dimostrato di essere di qualità superiore nel rapporto potere-legge-uomini, anche se bisogna dire che, a parte gara due, c’è stato un buon rapporto fra gioco, giocatori e direttori di gara.

Relativismi in questo masobasket che si è superato “difendendo” la diretta di garasei in concomitanza con l’esordio dell’Italia calcistica all’europeo, che ha qualificato la sua mentalità da strapaese in stridente contrasto con il bullismo delle sette partite in semifinale e finale, cosa che in Europa nessuno osa fare, neppure dove i giocatori sono pagati più che a Milano, anche se a qualcuno piace e Alfio Caruso, viaggiatore viaggiante fra grandi giornali e bei libri scritti, ci ha fatto sapere, come nei giorni in cui era demiurgo amatissimo in una bella redazione sportiva o in giornale di qualità, che a lui piacerebbero sette partite anche nei quarti. Andrebbe bene, caro Fredi, se avessimo palazzi decenti, dove il pallone non diventa saponetta, unica scusa per Veremeenko, se la cadenza non fosse di gare ogni 48 ore perché si va oltre il limite di soglia nella fatica e poi succede quello che sappiamo in altri sport dove si esapera tutto, dalla salita, alla scarpetta, alla bici, alla racchetta. Certo non convinceremo mai uno che sfidava il traffico di Milano, fra i primi, con la sua bicicletta, che è nato in Sicilia me è figlio naturale del Vittorio Alfieri del volli fortissimamente volli. Gli piace la fatica, la battaglia. Non possiamo permettercelo, non dovremmo permettercelo. Si goda intanto, come allenatore di giornalisti, di aver allevato un Zapelloni, vice in Gazzetta, l’unico che abbia avuto il coraggio di dire a lorsignori che in posti seri avrebbero dovuto dimettersi tutti, prigionieri di calendari, usi e costumi da troglocestistico. Comunque sia mentre si gira fra ponti romani con lingue di cervo onoriamo i protagonisti della finale.

Reggio Emilia e la gola. Portateli in trionfo, cari Arzan, questi protagonisti del secondo anno mirabile. Menetti generale dalle mille idee, grigliato soltanto dalla fatica. Società da nove globale per come gestisce, programma, difende i progetti, 4 al Pala Bigi e a chi ha voluto la concomitanza di gara sei col calcio. Dieci a Kaukenas, fin che regge fategli un contratto, quello tira avanti oltre i 45, più di Meneghin. Cinque alla dirigenza che merita voti altissimi per aver sempre privilegiato la riconoscenza verso i giocatori, i tecnici, ma avrebbe dovuto capire che nel “difficile” anno di assestamento dell’Olimpia dal budget due volte superiore, avrebbe dovuto garantire sostegni veri ai grandi vecchi. Un peccato di gola, siamo belli anche così, senza tener conto che la sfiga ci vede fin troppo bene. Un posticino a Strautins l’avremmo tenuto comunque, nella speranza che diventi presto tesserabile come italiano. Bene il gruppo Italia anche se Della Valle ci ha elettrizzato meno del solito perché i suoi orecchini hanno captato il canto di sirene che rubano al talento per arricchire la malvagità, le mezze misure. Anche Polonara, che imita il Luca Toni per sentire il boato della folla, dimenticandosi che una buona transizione te li ricaccia in gola i tuoi viaggi nell’effimero come gli urlava l’allenatore, ci ha lasciato l’impressione di aver fatto pochi progressi e sentir dire, dai soliti noti, gli zolfanelli del sistema, che in finale è stato penalizzato perché ha visto meno palloni, vuol dire proprio essere confusi. Comunque nelle sue specialità sempre un bel vedere: le coltivi e in estate, quando sarà libero, curi il resto, è ancora a metà strada e tira malissimo. Non pensavamo che De Nicolao reggesse così bene, soprattutto quando è rimasto senza Stefano Gentile a dividere l’onere del ruolo. Aradori bello nella parte del cagnaccio come dicono i tifosi, striscioni, maschere, meno fortunato del solito, ma se fosse stato al massimo forse Reggio sarebbe davvero arrivata alla settima. A Lavrinovic il bacio accademico, a Silins la sferza dei sani collegi inglesi.

Dunque a Menetti premio come vero allenatore dell’anno, sì, più di Pancotto, alla pari col Matteo Boniciolli della Fortitudo in A2: soltanto due con la loro sete, cultura, avrebbero potuto sfidare chi ha i cannoni e i fiori, se manca acqua, ossigeno come a loro, se li mangiano in serie dove le partite ravvicinate garantiscono chi ha più uomini da mandare in combattimento. Napoleone dixit, ma lui era bravo anche a farli muovere veloci e qui il Menetti ha copiato. Per tranquillizzare chi condanna gli aventiniani di un basket che non sa più il loro nome, dando ragione, per una volta soltanto, a chi, come Pittis, non si fa incantare dalle statistiche, vorremmo segnalare a Messina il plus-minus degli azzurrabili nelle sei di finale, lo facciamo perché il bravo Oriani, nelle sue pagelle rosa, ha penalizzato Gentile che non ci sembrava tanto diverso da altre volte, perché con lui in campo Milano andava sotto.

MILANO
GENTILE -8 +14 -1 -17 +8 -8
CINICIARINI +10 -5+9-2+14+4.

REGGIO
ARADORI +3 0 0 +1 -12 -13
POLONARA -1 -13 +8 +3 -12 -11
DELLA VALLE -8 -18 -12 +5 -9 0
DE NICOLAO +5 -9 +4 +8 -10 -4

Baggianate, direte voi. Sì, non si guardano le cifre anche se poi quando i giocatori vengono con i loro procuratori a chiedere rinnovi, rialzi, si portano sempre dietro le statistiche positive. Torniamo a fescennini nel rifugio antiatomico del Pala Bigi per il 27° titolo dell’ Olimpia di Giorgio Armani che ha preferito, gloria a lui adesso che la NBA sta cedendo agli sponsor sulle maglie, il nome della società al marchio sul petto dei giocatori, di questo Emporio Armani che ha fatto doppietta e autorizzato i prigionieri del servo encomio a fare altrettanto. Più a voce che sui giornali, ma questo per motivi misteriosi che meritano interventi autoritari del comitato Basaglia, anche se una spiegazione ce la siamo data per questa demenziale scelta delle 20.45 a prescindere dal giorno, dall’avvenimento, dalle concomitanze. Diceva un saggio che verba volant e scripta manent, insomma le parole volano e gli scritti restano, ma qui in basketlandia, dove si guardano tutti in cagnesco, non crediamo a nessun sorriso o abbraccio pubblico, pensate al Marino osannato, abbandonato che ora potrebbe davvero diventare sindaco di Brindisi, visto quello che si dicono dietro le spalle aspettando che il capo bastone del momento imponga quello che serve soltanto a lui, insomma nel mondo dei giganti, diventato il regno di Liliput, la frase giusta sarebbe questa: verba valium, sì così stanno tuttibboni come diceva il Sordi infermiere della grande guerra, scripta rompunt, ma davvero e allora se dovete proprio farlo che sia sofferenza nei collegamenti e nelle postazioni.

Allora Emporio Armani da cacao non meravigliao come capita ad una squadra che ha lasciato in tribuna giocatori che sarebbero stati titolari in tutte le altre squadre, sì persino Stanko Barac. Bravissimo l’orco Repesa che non le ha mandate a dire a quelli che rifiutavano il concetto base: se non difendi stai a guardare. Poi ha dovuto cercare compromessi, ma forse avrebbe fatto meglio a cercare uomini diversi quando ha costruito. Ha fatto quello che chiedevano, insomma coppa Italia e scudetto, non quello che pensavano ed era giusto sognare in Europa. Scuse importanti. Preparazione a miccia corta, vizi più che virtù ambientali in una società moderna, ma non così all’avanguardia come vorrebbe far credere, infortuni a catena con Gentile supertormentato per essere stato poco tutelato nei tempi di riposo dopo l’Europeo, la strana cappa che opprime i professionisti dello sport a Milano dove si beve ancora troppo. Bravo Gelsomino, ma in Italia lo sanno tutti a parte le comari bolognesi che lo tormentavano quando vinceva tanto in Fortitudo, con la Virtus padrona della mente e delle torri, criticandolo anche per uno scudetto, un’Europa vissuta da grande club, per aver tolto lo spassoso ed abilissimo Pozzecco che oggi sarebbe dalla sua parte mentre festeggia col capo e amico Mrsic lo scudetto croato col Cedevita che ha eliminato la Milano straricca. Caro Shrek, è andata bene anche la cena mancata e promessa, cosa che in passato era costata tanto a Markovski. Non per anatemi del mancato invitato, ma per sclerosi interne, societarie.

Nella storia della stagione i premi importanti sono andati a Rakim Sanders, un tipo che trascina, che affascina, ma che spesso dimentica le regole, in difesa e, magari, anche fuori. Comunque bell’acquisto direbbero a Sassari che l’anno scorso lo vestì con i suoi colori per il triplete. Comunque noi scegliamo come simbolo della stagione vincente in Italia Kruno Simon, professorale, vero che qualche volta se ne stava a guardare la tazzina di caffè, aspettando che tutto cambiasse, ma in generale uno di grande qualità. Bello il McLean dei primi mesi, tormentato il girone di ritorno e anche il finale. Lafayette è un tipo di scorpione che ci spaventa. Alessandro Gentile? Be’, era il capogiocatore, lo è stato quando ha potuto, non quando ha voluto. Per queste contrade non esiste antidoto al suo modo di sventrare i canestri. Con Repesa ha mangiato più carote che assaggiato bastoni, come logico. Se andrà nella NBA vedremo se è davvero pronto al grande salto. Se andrà in una grande europea vedremo se saprà adattarsi come il Datome che Milano doveva assolutamente tenere in Italia, come Melli. Non ne faccia una crociata, non sono mai esistiti i giocatori che avevano tutti dalla loro parte nella grande Milano: né Riminucci, né Rivera, né Mazzola e, a dir la verità, lui non assomiglia a nessuno dei tre. Ha vinto, è stato spesso anche bravo. Mediti su questo e su quel tiro senza parabola che lo tormenta.

Cerella nel cuore della gente. Più di così. Poi è anche fra gli azzurrabili. La lnietis da sei e mezzo perché pensavamo fosse l’ennesimo innesto sbagliato, poi ci ha fatto ricredere, ha testa, ha cuore, ha sintonia. Repesa lo ha capito. Vediamo le puntate seguenti. Macvan è l’antico mescolato al moderno. Utile nei momenti di carestia. Magro non è mai diventato quello che speravamo. Molti anni fa. Andrea Cinciarini ci ha stupito per come è riuscito a trovare, tutto da solo, l’accademia degli intrusi. Deve aver passato tante notti agitate e neppure avere come compagno di camera Gentile lo ha tranquillizzato. Diciamo assolto non con formula piena. Per Esteban Batista, che ci ricorda il Nino De Mattei dei tempi andati, vale il discorso fatto per Macvan, soltanto che lui è rimasto impigliato nella centrifuga delle fasi dove tutti sembravano tarantolati anche in casa dei superfavoriti.

Nel domani di Milano una nuova svolta, questa epocale e significativa, da grande società italiana che cerca una dimensione europea e punta su quello che la gente ama di più, il giocatore con cui capirsi anche soltanto bevendo un caffè. Dicono che Pascolo, da Trento, Abass, da Cantù, forse Fontecchio da Bologna, potrebbero dare un volto nuovo, diverso, più amabile alla squadra che è stata colosso con tallone di ferro per la difesa, ma testa d’argilla.

Noticine a margine da sviluppare.

Misterioso davvero il basket italiano dove non senti quasi parlare di Pianigiani e Banchi.

Meraviglioso il Tarozzi che cura la comunicazione virtussina perché, pur di proporre un immagine di vita dove molti vedono piante senza acqua, inonda di comunicati raccontando i tanti successi della scuola storia delle Vu nere.

Osanna nel regno dei grandi vini bianchi per la promozione in A2 di Udine dove Lino Lardo non ha fallito l’allunaggio in mondi che sembravano perduti. Sempre stando nel regno della A2 che dovrebbe far vergognare quelli del piano di sopra, anche se per loro hanno il difetto di saper pensare basket in maniera costruttiva, interessante la salita dell’Euro Roma dove c’era il Caja poi stritolato dalla Rometta del Toti, ed è rimasto Bianchini, importante che Forlì abbia ritrovato quello che gli era stato rubato.

Su Davide Lamma e il Santoro manager di Brescia, protagonisti di due storie straordinarie nella sfida fra Brescia e Fortitudo, torneremo a bocce ferme. Sul manager diventato giocatore per amore societario il premio del vecchio basket respirato e non criptato, per l’ex giocatore diventato dirigente fra le leonesse il ringraziamento dei credenti per la gestione di una complicata finale dove in troppi ragionano con la parte che serve per stare comodamente seduti.

Share this article